Immagine tratta da "Cancellati", lavoro fotografico di Fabrizio Giraldi

Immagine tratta da "Cancellati", lavoro fotografico di Fabrizio Giraldi

20mila euro di risarcimento a testa, per sei “cancellati” che hanno fatto ricorso alla Corte europea per i diritti umani. Ma in Slovenia, più che porre l’accento sulla violazione dei diritti di queste persone si sta discutendo di quanto i cancellati costeranno alle casse dello stato

02/07/2012 -  Stefano Lusa

La Corte europea per i diritti umani ha condannato la Slovenia a pagare 20mila euro di risarcimento a sei cancellati. I complessivi 120mila euro a titolo di danni morali dovranno essere versati entro tre mesi, ma dovrà anche essere trovato un accordo sugli eventuali danni patrimoniali causati dalla cancellazione dal registro dei residenti. A Lubiana sono stati accollati anche 30mila euro di spese processuali.

La Slovenia avrà un anno di tempo per risolvere globalmente ed in maniera soddisfacente la questione degli indennizzi. In questo periodo la Corte europea si asterrà dal prendere in esame ulteriori ricorsi, dopodiché i cancellati non dovrebbero avere problemi ad ottenere il risarcimento rivolgendosi direttamente a Bruxelles.

La sentenza era nell’aria. La Slovenia era già stata condannata nel luglio del 2010, per aver violato la Convenzione europea sui diritti umani, ma Lubiana aveva pensato bene di fare ricorso e il risultato è stato che nell’ultima sentenza è stata condannata anche la violazione dell’articolo che parla di discriminazione. Dal registro, infatti, ad essere cancellati sono stati solo gli stranieri provenienti dall’ex Jugoslavia.

Cosa accadde

Andiamo con ordine. La Slovenia al momento della proclamazione dell’indipendenza promise che avrebbe concesso a tutti i residenti la cittadinanza Slovena. La questione non era di poco conto, visto che nella repubblica vivevano circa 200mila immigrati provenienti dalle altre repubbliche della federazione jugoslava. Questa fetta di popolazione era sì in possesso della cittadinanza jugoslava, ma non di quella repubblicana slovena, una categoria questa che al tempo della Jugoslavia era considerata assolutamente insignificante, ma che assunse grande importanza al momento della dissoluzione della federazione.

Lubiana rispettò i patti e concesse a gran parte di chi ne fece richiesta la cittadinanza. Chi per ignoranza, per scelta o per impossibilità di presentare la documentazione necessaria non lo fece venne arbitrariamente cancellato dal registro dei residenti. D’un tratto questa categoria di persone perse tutti i diritti e divenne di fatto clandestina in casa propria. Nessuno, infatti, disse loro che senza la cittadinanza avrebbero perso il diritto di risiedere in Slovenia. Molti non si accorsero di quanto era loro accaduto finché non andarono a rinnovare i documenti o a svolgere anche qualche insignificante pratica amministrativa dove si trovavano di fronte ad un oscuro burocrate che diceva loro che non avevano più diritto di vivere in Slovenia.

Il calvario

Per queste persone, così, cominciò un vero e proprio calvario nell’indifferenza generale. Un certo numero di essi se ne era già andato, altri se ne andarono e quelli che restarono affrontarono il tortuoso processo per regolarizzare la loro posizione, prima di rischiare di essere espulsi. Quella cancellazione venne attuata con un consenso sociale altissimo. Ci vollero anni acciocché le tristi storie dei cancellati trovassero prima posto sui giornali e che poi la questione fosse denunciata dal tutore dei diritti civici.

Nel comune sentire chi era incappato in quel provvedimento se l’era voluta. Nessuno sembrava riuscire o voler cogliere la non diretta connessione tra la cittadinanza ed il diritto di residenza in un paese. Per molti appariva inconcepibile che qualcuno potesse voler continuare a vivere in Slovenia anche senza la sua cittadinanza. Proprio per questo si insisteva a dire che la Slovenia aveva offerto a tutti la cittadinanza e alcuni non avevano saputo o voluto cogliere l’occasione. Si era convinti che tra chi non aveva fatto richiesta c’erano gli ufficiali della famigerata Armata popolare jugoslava e quelli che speravano in una vittoria dei federali, insomma coloro che si opponevano al processo d’indipendenza della Slovenia. Ovviamente si trattava di un luogo comune, ma nemmeno il fatto che tra i 25.671 cancellati vi fossero 10.896 donne e 5360 bambini e che molti dei 14.775 uomini nulla avevano a che fare con l’esercito riuscì a scalfire questa convinzione.

Nel 1999, la prima sentenza

Solo nel 1999 la Corte costituzionale constatò che la cancellazione dal registro era illegale e chiese al parlamento di correre ai ripari. I politici si dimostrarono subito poco inclini a risolvere il problema. Affrontare la questione era come ammettere che anche il processo d’indipendenza della Slovenia non fu senza macchia e che era stata messa in atto una gravissima violazione dei diritti umani. Nel corso degli anni il parlamento tentò di legiferare in materia, ma ogni volta che il tema veniva posto all’ordine del giorno si scatenavano furiose polemiche. Per eminenti esponenti del centrodestra era impensabile concedere diritti a quelli che erano dipinti come oppositori del processo d’indipendenza a caccia di lauti indennizzi, mentre per il centrosinistra non valeva la pena di insistere troppo per risolvere il problema di qualche migliaio di stranieri per di più di origine non slovena.

In un lungo tira e molla, tra leggi inadeguate, moniti delle organizzazioni internazionali che vigilano sul rispetto dei diritti umani e nuove sentenze della Corte costituzionale dei complessivi 25671 cancellati, al momento 7313 hanno ottenuto la cittadinanza slovena, 3630 hanno il permesso di residenza permanente in Slovenia, mentre sono 13.461 quelli che non hanno regolarizzato la loro posizione. Non si sa quanti di loro vivano ancora illegalmente in Slovenia. La legge che avrebbe dovuto regolarizzare il loro status, approvata tra nuove furiose polemiche nel 2010, non sembra aver dato grossi benefici. Sin ora, infatti, sono state presentate solo 229 domande per ottenere la residenza, che per ora è stata concessa in 59 casi.

Chiudere entro un anno

Adesso la Slovenia, secondo la Corte europea, dovrebbe chiudere la questione entro un anno. Nel paese più che porre l’accento sulla violazione dei diritti dell’uomo e sulle conseguenze che quella decisione arbitraria ha avuto sulla vita di tanti uomini e donne si sta discutendo di quanto i cancellati costeranno alle casse dello stato.

Così c’è chi dice che se i 20mila euro dovessero venir moltiplicati per il numero complessivo dei cancellati l’indennizzo sarebbe simile all’ammontare della manovra finanziaria messa in atto dal governo per contenere la spesa pubblica. Proprio quello degli indennizzi, in un momento di crisi, con la complicità dei politici e dei giornali, rischia di essere uno dei temi centrali del dibattito politico ed i cancellati rischiano ancora una volta di essere presentati come una sorta di parassiti pronti a succhiare le poche risorse della Slovenia in un momento di grave crisi economica.


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