Macedonia del Nord, 25 anni dopo Ohrid

L’Accordo quadro di Ohrid ha messo fine al conflitto armato in corso nel 2001 in Macedonia del Nord e ha ampliato i diritti politici, linguistici e culturali della comunità albanese. A venticinque anni di distanza, la vera sfida è trasformare un sistema concepito per prevenire i conflitti in una società avanzata e inclusiva

Skopje, Macedonia del Nord @EricBery/Shutterstock

Skopje, Macedonia del Nord @EricBery/Shutterstock

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“Non chiediamo un trattamento preferenziale. Chiediamo solo uguaglianza davanti alla legge”. Per Zijahudin Elezi, uno dei leader della protesta degli studenti albanesi della Facoltà di Giurisprudenza di Tetovo, la questione è semplice: gli studenti che hanno studiato in albanese vogliono poter sostenere l’esame di stato nella stessa lingua.

Dopo cinque mesi di mobilitazione, è stata offerta loro la possibilità di sostenere la parte teorica dell’esame in albanese, mentre la parte pratica sarebbe rimasta in macedone. Gli studenti hanno respinto la proposta. “Per noi, questa non è una soluzione perché è in contrasto con la legge sull’uso delle lingue e con lo spirito dell’Accordo di Ohrid”, afferma Elezi.

Per gli studenti in protesta, la questione va oltre un semplice esame. “L’impossibilità di ottenere una licenza professionale nella nostra lingua incide anche sulla rappresentanza degli albanesi nelle istituzioni pubbliche e sulle loro opportunità di lavoro”.

A venticinque anni dalla firma dell’Accordo quadro di Ohrid, la protesta degli studenti albanesi pone una nuova generazione davanti a un vecchio interrogativo: cosa rappresenta Ohrid oggi?

Un accordo di pace

L’Accordo quadro di Ohrid fu firmato il 13 agosto 2001, dopo mesi di conflitto armato tra le forze di sicurezza macedoni e l’Esercito di liberazione nazionale (UÇK). Il suo risultato immediato – la fine dei combattimenti – fu di fondamentale importanza.

Ma l’accordo non si limitò alla questione del conflitto armato. Respinse le soluzioni territoriali alle questioni etniche e preservò il carattere unitario dello stato, al tempo stesso spianando la strada a modifiche costituzionali e legislative che ampliarono sostanzialmente i diritti della comunità albanese e di altri gruppi non maggioritari.

L’uso ufficiale della lingua albanese fu ampliato, venne introdotto il principio di rappresentanza equa, il decentramento fu rafforzato e il cosiddetto principio Badinter divenne un’importante garanzia per la normativa in materia di tutela delle comunità etniche.

Il principio Badinter

Il principio Badinter, che prende il nome dal costituzionalista francese Robert Badinter, è un sistema di voto a doppia maggioranza integrato nel quadro legislativo della Macedonia del Nord a seguito dell’Accordo di Ohrid. Il meccanismo prevede che qualsiasi legge che riguardi cultura, lingua, istruzione, amministrazione locale o simboli nazionali richieda un doppio consenso per essere approvata. Nello specifico, un disegno di legge deve ottenere sia la maggioranza dei voti totali espressi dai parlamentari presenti, sia la maggioranza dei voti dei parlamentari appartenenti a comunità etniche non maggioritarie.

Nel corso del quarto di secolo successivo, si sono susseguiti cambiamenti significativi. Gli albanesi hanno acquisito una rappresentanza molto maggiore nella pubblica amministrazione, nella polizia, nell’esercito e nelle istituzioni statali. I partiti albanesi hanno partecipato a diverse coalizioni di governo. I politici di etnia albanese hanno ricoperto alcune delle più alte cariche istituzionali.

Nel frattempo, la Macedonia del Nord, un tempo dilaniata da conflitti, è entrata nella NATO e, nonostante numerosi ostacoli, continua il suo percorso di avvicinamento all’Unione europea.

Per il giornalista e analista Dželal Neziri, il punto di partenza per qualsiasi valutazione dell’accordo dovrebbe essere il suo scopo originario. “L’Accordo quadro di Ohrid è un accordo di pace che ha posto fine al conflitto nel 2001. Inoltre, ha gettato le basi per la risoluzione di tutte le questioni aperte di natura interetnica, affermando chiaramente che non esistono soluzioni territoriali ai problemi etnici e consolidando la struttura unitaria dello stato”.

Secondo Neziri, l’accordo è stato concepito in modo da non fornire una risposta definitiva a future controversie. “Per questo si chiama accordo quadro”.

Tra sicurezza internazionale e politica interna

Osservato da una prospettiva diplomatica, l’Accordo di Ohrid oggi assume un significato molto diverso da quello degli anni immediatamente successivi al conflitto. Zoran Dimitrovski, viceministro degli Esteri macedone, afferma che durante i suoi due anni di mandato, “l’attuazione dell’Accordo quadro di Ohrid non è quasi mai stata oggetto di discussione durante i colloqui e la corrispondenza con gli stranieri”.

In occasione di incontri diplomatici, spiega Dimitrovski, “sottolineiamo spesso che il governo è tradizionalmente composto da rappresentanti politici macedoni e albanesi e impegnato a tutelare con fermezza i diritti delle comunità etniche, inviando così un messaggio ai cittadini, ma anche alla comunità internazionale sulla stabilità delle relazioni interetniche nel paese”.

Quindi, dal punto di vista della politica estera del governo, l’Accordo di Ohrid non pone più questioni spinose per la comunità internazionale.

Le promesse non mantenute

Non tutti però considerano concluso il dibattito sull’attuazione dell’accordo. Secondo il ricercatore e pubblicista Bekim Adili, la protesta degli studenti si inserisce in un contesto più ampio segnato da disaccordi sull’interpretazione e l’applicazione dell’accordo.

Adili afferma che parte dell’establishment politico e della popolazione macedone aveva accettato l’accordo nelle circostanze straordinarie di un conflitto armato e che l’espansione dei diritti degli albanesi era stata percepita anche come una sconfitta per la maggioranza macedone. “Si era diffusa l’idea che gli albanesi avessero ‘sottratto lo stato macedone ai macedoni’. Questa dualità ha accompagnato il paese negli ultimi 25 anni”, spiega il ricercatore, che vede in queste dinamiche uno dei motivi per cui le polemiche sull’attuazione di alcune disposizioni tuttora persistono.

Adili fa riferimento in particolare alla legge sull’uso delle lingue, la cui interpretazione resta oggetto di dibattito politico e giuridico, sottolineando che si possono ancora riscontrare incoerenze pratiche in alcune istituzioni e municipalità.

Cita inoltre la segnaletica stradale di Struga e di altre aree a maggioranza albanese come esempi di come, a suo avviso, la lingua albanese non sia sempre utilizzata nel rispetto delle garanzie legali vigenti.

Il ricercatore collega la questione linguistica a temi più ampi di rappresentanza e impiego pubblico. Ritiene che negli ultimi anni il principio di rappresentanza proporzionale non sia sempre stato applicato in modo da soddisfare le aspettative della comunità albanese. “Ci sono stati anni in cui ha prodotto effetti positivi e anni di stagnazione. Nel complesso, ci sono stati progressi, ma molti meno di quelli che sarebbero necessari”.

Pur riconoscendo la sostanziale trasformazione dello status degli albanesi a partire dal 2001, Dželal Neziri collega la questione dell’attuazione dell’Accordo di Ohrid a una fragilità più profonda delle istituzioni macedoni. “Abbiamo molte leggi che sono state adottate ma non vengono applicate, e abbiamo leggi che vengono applicate ma non producono i risultati attesi”.

Per Neziri la questione va ben oltre la legislazione relativa all’accordo. “Ci troviamo ad affrontare un problema più ampio legato allo stato di diritto, un principio che implica l’attuazione non selettiva e coerente delle leggi”.

Oltre la questione etnica

A venticinque anni dalla fine del conflitto, alcuni dei problemi più gravi della Macedonia del Nord trascendono sempre più le divisioni etniche.

I giovani macedoni e albanesi stanno lasciando il paese. La corruzione affligge entrambe le comunità. Lo stesso vale per la debolezza delle istituzioni, il clientelismo, il favoritismo politico, l’insicurezza economica e lavorativa.

Ciò che conta, soprattutto per i giovani, non è tanto l’appartenenza etnica di un impiegato pubblico quanto l’efficienza delle istituzioni.

Secondo Dželal Neziri, la Macedonia del Nord non ha sfruttato lo slancio politico successivo al 2001 per creare “una nuova comunità politica, o più precisamente una nazione civico-territoriale”. Un simile concetto, a suo avviso, non eliminerebbe le identità macedone, albanese o di altro tipo, ma fornirebbe un ombrello politico inclusivo per tutti.

Vite parallele

La comunità macedone e quella albanese spesso seguono media diversi, sostengono partiti politici diversi e interpretano le fasi della storia recente del paese attraverso narrazioni differenti. Zoran Dimitrovski descrive la situazione in modo conciso: “Albanesi e macedoni vivono divisi, pur convivendo pacificamente”. Sottolinea però che l’odio esplicito ormai è quasi scomparso e che gli incidenti interetnici sono rari.

In altre parole, la convivenza instaurata dopo il 2001 si è dimostrata resiliente. La domanda è se la convivenza sia sufficiente.

“Il problema è che ancora oggi l’Accordo quadro di Ohrid non gode di ampio consenso tra i macedoni etnici”, spiega Neziri. “L’accordo non è stato promosso come un compromesso tra le grandi aspettative di entrambe le parti e come un’opportunità per costruire uno stato comune, progressista e coeso”.

Queste dinamiche hanno contribuito a produrre diverse percezioni dell’accordo tra i macedoni, come anche tra gli albanesi. Tuttavia, Neziri è convinto che alcune delle vecchie divisioni possano gradualmente svanire.

Le barriere linguistiche, ad esempio, stanno cambiando grazie alla tecnologia e alla traduzione automatica, che rendono i media e le informazioni più accessibili alle diverse comunità. Tuttavia, la sfida più profonda è di natura politica piuttosto che tecnologica: creare istituzioni e una sfera pubblica in cui i cittadini possano percepire lo stato come un bene realmente condiviso.

Un anniversario comune, memorie divise

A venticinque anni dalla sua firma, non si è ancora giunti a un’interpretazione universalmente condivisa dell’Accordo di Ohrid. Per molti albanesi, con l’adozione dell’accordo le rivendicazioni per maggiori diritti linguistici, di rappresentanza e inclusione politica si sono consolidate nell’ordinamento costituzionale.

Per molti macedoni, invece, l’accordo rimane indissolubilmente legato al trauma di un conflitto armato e alle modifiche costituzionali apportate in circostanze eccezionali.

Dželal Neziri è scettico sulla possibilità che l’anniversario contribuisca a superare tali divergenze. “L’Accordo quadro di Ohrid non è visto dalle parti coinvolte come un importante documento storico, ma come un significativo capitale politico che può ancora essere sfruttato per conquistare consensi. Pertanto, non mi aspetto una celebrazione congiunta, né un’analisi approfondita dell’attuazione e dei risultati dell’accordo a venticinque anni dalla sua firma”, conclude il giornalista.


Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito della Collaborative and Investigative Journalism Initiative (CIJI), un progetto cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina progetto


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