Cattedrale armena a Isfahan - Pourhassan

A Isfahan, in Iran, esiste una comunità armena raccolta nell'antico quartiere di Nuova Giulfa. Dal supermercato Ararat al caffè Ani, qui tutto ricorda il legame profondo degli armeni con la loro terra d’origine

07/08/2014 -  Simone Zoppellaro Isfahan

Arrivo a Nuova Giulfa in un pomeriggio di fine luglio, con un caldo torrido e una luce forte fin quasi a far scomparire le poche vie che compongono il quartiere armeno di Isfahan. Sono gli ultimi giorni di Ramadan, e pur essendo un luogo a forte presenza cristiana, tutti i caffè sono chiusi. Ce n’è un buon numero nel quartiere: si tratta perlopiù di locali molti curati nell’arredo, grandi poco più di una stanza, e avvolti in una penombra creata apposta per proteggere l’intimità dei giovani cristiani e musulmani che – nel contesto di una città chiusa e a volte ostica come Isfahan – trovano qui un po’ di sollievo. In uno di questi caffè, alcune ore prima del tramonto, avrò occasione di ordinare qualcosa da bere, cosa non così scontata in Iran nel mese del digiuno musulmano.

Di armeni, oggi, neppure l’ombra; si sente parlare solo persiano nelle strade, fra i pochi passanti. Ne incontro giusto uno: l’anziano commesso di un supermercato dove entro a comprare un po’ d’acqua.

A un primo sguardo, Nuova Giulfa mostra subito un carattere distinto rispetto al resto del tessuto urbano di Isfahan: un elegante quartiere residenziale, che è anche meta dello shopping per la borghesia cittadina. Fra i molti negozi presenti, e alcuni piccoli centri commerciali, adocchio un punto vendita di Benetton. Le vie appaiono molto curate, con ampi marciapiedi pavimentati che rendono gradevole il passeggio. L’impressione, simile a quella avuta in altri quartieri cristiani del Medio Oriente, è quella di un diffuso benessere economico: così a Beirut, ma anche a Damasco e a Aleppo prima della guerra.

A rendere ancor più caratteristico il quartiere, dandogli un’impronta alquanto europea, è la presenza di alcune piazze dove giovani e anziani trascorrono il loro tempo a discorrere. Su tutte, circondata da un bel portico di colonne, è piazza Giulfa, dove si trova il supermercato armeno Ararat, in cui è possibile acquistare del prosciutto di maiale dalla curiosa dicitura “riservato alle minoranze religiose”.

Camminando, le insegne di altri esercizi commerciali rivelano la loro proprietà armena. Mi imbatto così in un caffè Ani, dal nome dell’antica capitale dell’Armenia occidentale, in una pasticceria chiamata Akhtamar, come l’isola sul lago Van dove ha sede una importante cattedrale, e ancora in una palestra detta Masis, dal nome della cima maggiore del sacro monte Ararat. Nomi importanti, che parlano del legame profondo di questa gente con la loro terra d’origine.

Infine, quello che è senza dubbio il tesoro più importante di questo quartiere: le sue tredici chiese seicentesche. La più famosa, la Cattedrale del San Salvatore, di cui a maggio è stata annunciata la prossima iscrizione nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO, è una mirabile sintesi fra l’architettura islamica, l’armena e l’europea. Non meno elegante e bella – ed ugualmente rivestita di sontuosi affreschi – è la vicina Chiesa di Santa Betlemme, l’unica altra a essere aperta ai visitatori. Chi abbia visto anche distrattamente le chiese dell’Armenia caucasica, non può che essere colto da sorpresa: tanto sono spoglie e essenziali le prime, quanto quelle di Isfahan sono sofisticate e ricche, fatte apposta per rapire lo sguardo e il cuore di chi entra – in ciò del tutto simili alle coeve moschee della città.

Cenni storici: la deportazione nel periodo dell'impero safavide

All’origine di questo processo di acculturazione è una storia lunga più di quattro secoli. Giunti a Isfahan nel 1604 per volontà di scià ‘Abbas I, uno dei più grandi sovrani nella storia dell’Iran, gli armeni ebbero un ruolo fondamentale nel periodo di massimo splendore dell’impero safavide. Abili commercianti, furono deportati dalla piana dell’Ararat e dalla cittadina di Giulfa (nell’odierno Azerbaijan) fino alla capitale dell’impero, Isfahan, con il doppio intento di fare terra bruciata in una terra di confine contesa dal temibile vicino ottomano e di dare nuovo impulso allo sviluppo economico della capitale.

Stanziati fuori città, oltre le rive del fiume Zayanderud (limite urbano d’allora, in seguito travolto dall’espansione cittadina), gli armeni godettero di una grande libertà religiosa e presto, superata la tragedia dell’esilio, anche di un notevole benessere. Chiamarono il nuovo insediamento Nuova Giulfa, in memoria della patria perduta, e furono capaci in pochi anni – complice il sostegno della corona safavide – di creare una rete di commerci le cui propaggini si estendevano dalla Malesia e le Indie fino alla Russia e l’Europa.

La vivace comunità armena di Isfahan

Il giorno seguente, discorro a lungo della storia di questo quartiere con Artin Mouradian, direttore del Consiglio diocesano degli armeni di Isfahan. Mentre attendo d’essere ricevuto, seduto nella sala d’aspetto degli uffici dietro la Cattedrale, osservo un notevole viavai nel corridoio. E non posso fare a meno di pensare: ecco dov’erano gli armeni! L’impressione è in effetti che molti di loro conducano un’esistenza separata dal resto della città, chiusa nei propri spazi. Resto sorpreso dalle cifre che mi fornisce Mouradian: ci sono circa 10.000 armeni a Isfahan, e oltre 500 studenti nelle scuole armene di Nuova Giulfa. Numeri tanto più ragguardevoli se si tiene presente che sono 117.704 i cristiani in Iran (non solo armeni) rilevati dal censimento del 2011.

Con l’orgoglio di chi sa di appartenere a una storia importante, Mouradian mi racconta delle molteplici attività della sua comunità, che spaziano dalla musica (due cori) allo sport (come in altre città iraniane, anche qui è presente un centro ricreativo armeno) fino all’editoria (proprio a Nuova Giulfa nel seicento gli armeni diedero vita alla prima tipografia del paese). Con il centenario alle porte, non poteva mancare una menzione del genocidio armeno; e così Mouradian mi parla del loro impegno affinché si giunga anche in Iran a un riconoscimento ufficiale di questa tragedia.

Da un punto di vista religioso, quella di Isfahan è – insieme a quelle di Teheran e di Tabriz e Urmia – una delle tre diocesi della Chiesa apostolica armena presenti in Iran. Ogni domenica, si tiene messa a rotazione in due delle tredici chiese, di modo da tenerle in funzione tutte. A Nuova Giulfa si trovano anche minoranze cattoliche e protestanti piuttosto esigue.

Nel contesto di un Medio Oriente in fiamme, dove alcune fra le più antiche comunità cristiane rischiano di scomparire per sempre insieme al loro patrimonio spirituale e materiale, quella di Nuova Giulfa è una realtà che merita di essere preservata e conosciuta.

Per ciò che concerne l’Iran, quelle di Isfahan e Teheran sono le uniche comunità armene ad essersi mantenute numericamente importanti. Altre, a causa della migrazione interna (verso la capitale Teheran) e esterna (gli Stati Uniti, in primis) sembrano votate a una rapida sparizione.


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