Quarneride: Unie, tra mare, memoria e spopolamento
La navigazione a vela nel Quarnero ci porta stavolta a Unie – con le sue belle piccole case strette intorno al campanile e le sue strade sempre più vuote, soprattutto d’inverno – tra improvvisi colpi di vento, paesaggi mediterranei e storie di chi continua a tornare

Unie – foto di Fabio Fiori
Unie - foto di Fabio Fiori
Siamo a Unie e cenando in pozzetto, un lontano lampeggiare sull’arco alpino, porta inevitabilmente i nostri discorsi sulla meteorologia. Solo trent’anni fa per i diportisti c’era solo il leggendario Bollettino del Mare dell’Aeronautica Militare, trasmesso sia su Radio 1 che sul VHF.
In entrambi i casi la necessità era quella di sintonizzarsi, con frequenti difficoltà, ad orari prestabiliti per ascoltare la litania in religioso silenzio e qualche volta capitava che la trasmissione saltasse proprio all’ “ultimo mare italiano”, l’Adriatico Settentrionale.
Litania che mandiamo ancora a memoria: “Bollettino del tempo sul Mediterraneo Emesso alle ore 00:00/UTC del giorno …”. Scandito in quattro parti: avvisi, situazione, previsione, tendenza e che si completa con un amen che suonava e suona ancora così: “Fine Meteomar”.
In Adriatico, a supporto c’era il prezioso bollettino meteorologico emesso dal Centro Marittimo Meteorologico di Spalato, che si ascoltava sempre sul VHF o si andava a leggere stampato con tanto di mappe bariche nelle bacheche della capitaneria o del marina. Oggi le stesse le consultiamo frettolosamente sui siti web, dallo smartphone, e a queste si aggiungono decine di altri servizi, più o meno affidabili.
Un mare di informazioni in cui non è sempre facile districarsi, un dedalo di modelli a cui spesso ci si affida con troppa fiducia. Resta comunque inequivocabilmente più facile orientarsi oggi tra onde e venti, malgrado la variabilità e la violenza dei fenomeni siano molto, molto aumentate.
Per la nostra notte a venire nessuna segnalazione di colpi di vento o temporali. Così andiamo a dormire tranquilli, stando alla fonda a metà strada tra il molo d’attracco del traghetto a nordest e la spiaggia ciottolosa a sudest. Una splendida luna quasi piena regala alla baia una luce argentea che permette anche di leggere.
“Lei mi lasciò nel tempo silenzioso /in cui la luna aveva cessato l’ascesa / ai viali azzurri dei pendii del cielo”, sono versi scritti nel golfo di Lerici da Shelley, gran appassionato di mare e di vela. Passioni che gli costarono la vita nel giugno del 1821 quando naufragò con la sua amatissima Ariel, sulla rotta Livorno-Lerici.
Io sulla stessa pagina ho scritto “… dopo notte con sveglia temporalesca …”, perché alle 4 del mattino un Neverino non previsto ci ha tirato giù dalla branda per vigilare sulla tenuta dell’ancora, nostra e altrui. Per fortuna niente di ché, raffichette a 15 nodi, qualche goccia d’acqua e alba infuocata. Poi tutto si è quietato e ci siamo concessi un altro breve sonnellino.

Unie, la falesia – foto di F.Fiori
Al mattino dopo l’immancabile tuffo di benvenuto al cielo e al mare, colazione e chiacchiere in pozzetto, con inevitabili considerazioni sugli argomenti meteorologici che, malgrado tutte le recenti novità, rimangono fondamentali per il marinaio, soprattutto per quello che si affida ancora ai venti.
Unie, con le sue belle piccole case strette intorno al campanile, invita a terra per un secondo caffè e una prima passeggiata. Unie isola di roccia e di sabbia, isola bipartita, non solo su orizzonti verticali come la vicina Sansego che ha basamento di roccia calcarea ricoperta di gialle fini sabbie. No, Unie è rocciosa per i suoi quattro quinti areali ed è sabbiosa, nella parte superficiale, solo nella sua parte occidentale.
Per chi fosse geologicamente distratto, in questi primissimi giorni di giugno sono i gruccioni a ricordarlo. Quegli “africani” coloratissimi che da anni si sono conquistati la loro fetta di cielo anche alle medie latitudini. Piccoli uccelli variopinti che compiono migrazioni stagionali dall’Africa sub-sahariana all’Europa meridionale, per nidificare dove trovano costoni di sabbia, che perforano come trapani. La loro festosa, colorata e musicata danza aerea accompagna il nostro sbarco e la nostra camminata sulla spiaggia ciottolosa in direzione del paese.
Alla nostra destra il piano campagna è più alto di un metro e mezzo, oggi in buona parte incolto a pascolo o canneto o roveto. Un tempo prezioso maggese, heneios dicevano i greci. Parola da cui sembra derivare proprio il nome dell’isola, che contava oltre 600 abitanti alla fine dell’Ottocento, ai tempi dell’impero austroungarico.
“Oggi d’inverno, i residenti non arrivano a cinquanta”, mi dice Franca un’elegante signora che ci accoglie nel piccolo museo dove si celebra la prima ostetrica dell’isola: Giovanna Nadalin, laureata a Padova nel 1939. Franca è originaria dell’isola, trasferitasi poi da ragazza negli anni Cinquanta nel New Jersey, dove vive ancora in autunno e inverno.
“Questa è la mia isola del tesoro … in forma di affetti, amicizie e ricordi. Non posso farne senza, anche se la mia è una vita americana. Devo tornarci almeno qualche mese ogni anno. È il mio elisir di lunga vita”, dice sorridendo nel suo italiano punteggiato da parole inglesi e inframezzato da saluti in croato alle persone che passano davanti all’ingresso del museo.
Questo un tempo era un frantoio per le olive, grande ricchezza di questa come di tutte le isole del Quarnero. Una bella passeggiata porta sul versante orientale dell’isola, dove si susseguono tre profonde insenature, tutte ottimi rifugi con la Bora e i fratelli settentrionali. Uvala Maracol è la prima venendo da sud, la più profonda ed è stata per decenni base militare, di cui sulle rive ci sono ancora ruderi d’edifici.

Unie – panchina- foto di F.Fiori
Ma Unie è oggi isola di pace e meditazione o semplicemente di contemplazione da una delle tante panchine che punteggiano i belvederi dell’isola. Io al tramonto scelgo quella che sta sull’altura a nord del paese, da cui lo sguardo si apre sulla bocca del Quarnaro, presidiata dallo scoglio della Galiola.
“L’abisso dove il sole è affondato è chiuso / dalle più nere barriere di una nube cinerea, / come un monte si addensa su un monte / ma in espansione e in altro, a folla, / e sopra uno spazio di azzurro acquatico / perfora splendida la stella della sera”. Il sole è lo stesso di Shelley, il mio monte è il Maggiore che domina l’orizzonte settentrionale del Quarnero, il mio azzurro acquatico è l’Adriatico che s’insinua tra le coste e le isole di questo splendido dedalo terracqueo.
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Tag: Adriatico | Quarneride
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