Quarneride: Sansego, poi il mare

L’ultima tappa della veleggiata porta a Sansego, l’isola di sabbia e di antichi vigneti, tra memorie, paesaggi e tracce di una vita profondamente legata al mare. Poi la rotta cambia: 80 miglia verso Rimini, sospinti dallo Jugo, in una lunga cavalcata adriatica che chiude il viaggio

11/09/2026, Fabio Fiori Sansego
Isola Sansego, Croazia - © Shutterstock/puntacristo

Isola Sansego, Croazia – © Shutterstock/puntacristo

Isola Sansego, Croazia - © Shutterstock/puntacristo

Profumi d’oleandri e caffè, di krafne i kruh. È il buongiorno di Lussinpiccolo, della colazione in pozzetto dopo aver fatto tappa in una pekara, in uno dei forni del paese. Malgrado i mille stravolgimenti, le dilaganti gentrificazioni, finché c’è pane c’è Mediterraneo!

I forni non sono solo preziose e gustose botteghe alimentari, sono veri e propri musei vivi della più mediterranea delle arti, quella del pane, che insieme all’olio e al vino, compone la triade sacra alle dee e agli dèi: Demetra, Atena e Dioniso. Se qui il grano, anche in antichità veniva da lontano con le navi onerarie, d’olive era ricca Lussino e d’uva era ricchissima Sansego, l’isola prospiciente, la nostra prossima e ultima tappa di questa veleggiata primaverile.

Dista solo cinque miglia, in direzione sudovest, dall’uscita della profonda insenatura di Lussinpiccolo. Un felice Borino ci porta in poco più di un’ora a Sansego, l’isola di sabbia, il vigneto galleggiante ammirato fin dall’antichità per la sua straordinaria prosperità vinicola.

Ancora nei primi decenni del Novecento i sansegotti andavano a vendere vino di porto in porto lungo le coste del Quarnero, trasformando le barche in osterie galleggianti, ricorda Giacomo Scotti che a queste isole ha dedicato un dettagliatissimo portolano uscito nel 1980, ma ancora oggi prezioso per chi vive l’andar per mare anche come ricerca culturale.

Interessanti pure le pagine dedicate a un folclore scomparso o di cui sopravvivono solo riproposizioni spesso approssimative. Danze popolari, riti funebri, feste arcaiche, abbigliamenti tradizionali, erano alcune delle peculiarità distintive delle diverse isole, vicine e lontane al tempo stesso. Sansego è isola verde, sia per vigneti e canneti che la coprono le sue sabbie emerse, sia per i non meno rigogliosi posidonieti che coprono le sue sabbie immerse.

Sansego, foto di F.Fiori

Sansego, foto di F.Fiori

Porticciolo interno poco affollato in questi primi giorni di giugno. Perciò ormeggiamo comodamente con la poppa in banchina, per 36 euro. Ormeggio che ci regala un giorno di completa libertà per percorrere o ripercorrere i polverosi sentieri dell’isola.

Indimenticabile è per me il ricordo del primo sbarco, alla metà degli anni Novanta quando le isole erano deserte a causa delle terribili guerre fratricide che si combattevano nell’immediato retroterra, al di là della catena del Velebit, che troneggia a est. Indimenticabile anche perché allora a Sansego anche gli stradelli principali che dal porto vanno verso il paese alto erano in sabbia battuta e gli unici motori a scoppio erano quelli delle motozappe, utili anche per trainare piccoli carri.

Oggi invece sono state pavimentate, i mezzi a scoppio o elettrici sono più frequenti, così come case, botteghe e konobe sono state ristrutturate, offrendo più ampia ospitalità. L’atmosfera rimane comunque famigliare e i sentieri sabbiosi, stretti tra vigneti coltivati o abbandonati, tra canneti e roveti, sono praticamente deserti.

Sansego, il traghetto Jadrolinija - foto di F.Fiori

Sansego, il traghetto Jadrolinija – foto di F.Fiori

Pranzo frugale, con burek saporito e pivo ghiacciata, in compagnia di un paio di operai, sulla panca esterna al market del porto, nella zona dove un tempo sorgevano i capannoni della fabbrica di sardine.

Era uno dei grandi stabilimenti, con al servizio decine di pescherecci per il pesce azzurro, costruiti alla fine degli anni Trenta del Novecento da Igino Mazzola, imprenditore genovese noto per il marchio Maruzzella. Attività che dopo la statalizzazione, chiuse definitivamente nei primi anni Sessanta, a cui seguì una grande migrazione dei sansegotti negli Stati Uniti.

Per me, dopopranzo, tuffi dal molo, giochi fanciulleschi d’acqua, prima dell’arrivo del traghetto Jadrolinija, che è sempre una festa su queste piccole isole. Un andirivieni di persone e di merci, entusiasmi d’arrivi e malinconie di partenze, casse variopinte e valigie colorate.

Cartolina di Sansego

Cartolina di Sansego

Nel pomeriggio camminata esplorativa, in direzione del paese antico appollaiato sopra il porto e stretto intorno alla Chiesa di San Nicola, per andare poi al cimitero che è un tappeto volante sull’Adriatico, con le sue lapidi che raccontano per ritratti e cognomi gli ultimi due secoli dell’isola.

Usciti dal cimitero, proseguiamo in direzione ovest, verso la bianca cappella che sta sulla punta dell’isola. Mugugna kapitanja Michele, per l’inopportuno sacrificio pedestre, verso luoghi “privi di risorse”. Condivide i suoi entusiasmi aracnologi commodoro Sandro, che decanta le qualità delle tele dei ragni, più resistenti dell’acciaio, più estensibili del nylon.

La camminata è anche un viaggio in ciò che rimane di una viticoltura molto più diffusa, che occupava quasi tutta l’isola a guardare le vecchie mappe catastali. Terrazzamenti, tanto che ancora oggi l’isola vista dal mare è una gradonata e ha qualcosa di misterico, vasche di cemento per il verderame, palificazioni e frangivento.

Una viticoltura che per fortuna e caparbietà resiste in piccole proprietà e in alcune più grandi, legate a imprenditori croati e italiani. Torniamo, mentre il sole sta tuffandosi in un Adriatico che è uno specchio di luce, mentre il vento è solo un ricordo in forma di bave perse.

Notte tranquilla, sonno profondo, sveglia all’alba. Alle 6:00 abbiamo già doppiato a motore la punta sudoccidentale dell’isola e possiamo spegnerlo, per issare il gennaker e affidarci al vento. Una gioia! Mare piatto e Jugo a 6-8 nodi al traverso largo, con prua per 250° su Rimini. Lo Jugo, come previsto rinforza durante il giorno fino a 20 nodi, con raffiche a 25. Non solo abbiamo ammainato il gennaker, ma abbiamo anche dato due mani di terzaroli e ridotto il fiocco.

Navighiamo comunque velocissimi, per le dimensioni della barca, a 6 nodi abbondanti. Una vera cavalcata adriatica, che ci permette di percorrere le circa 80 miglia nautiche in tredici ore. Alle 19:00, a mezzo miglio dall’ingresso del porto il vento molla improvvisamente e uno scroscio di pioggia lava tutto il sale del giorno, sullo scafo, sulle vele, sulle cerate, sui volti. Una torre temporalesca candida a poppa è a questo punto solo uno spettacolo e non più uno spavento.

“Sono la figlia dell’acqua e della terra, / e la pupilla del cielo, / traverso i pori dei mari e delle spiagge, / mi trasformo, ma non posso morire”, scrive Shelley. Ero acqua salata adriatica, sono acqua dolce adriatica, figlia del Sole e del Vento, compagna dei vostri viaggi, dei vostri giorni.


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