Quarneride: di isola in isola, nella grazia dei venti

Il “velabondaggio” adriatico nel Quarnero continua, questa volta da Unie a Lussinpiccolo: un viaggio lento tra vento, isole, memoria marinara e la bellezza silenziosa di un’antica statua greca

10/09/2026, Fabio Fiori Lussinpiccolo
Lussingrade - © Shutterstock/Sinisa Botas

Lussingrade – © Shutterstock/Sinisa Botas

Lussingrade - © Shutterstock/Sinisa Botas

La vela, come tutti i viaggi lenti, è anche un esercizio educativo riguardante la relazione con il tempo. Meteorologico e cronologico, entrambi spesso bistrattati oggi. Le previsioni sono delegate ad altri, per essere consultate superficialmente sullo smartphone. Gli orari sono inciampi, intervalli vuoti tra partenze e arrivi. Così il viaggio, che è andare e non trasferire, che riguarda la persona e non il pacco, perde la sua antica aura sacra.

Così viaggiare non è più il verbo giusto e ne andrebbe inventato un altro. Così il viaggiatore diventa turista e perde la protezione di Ermes. La vela, come il remo, la bici e la scarpa, sono strumenti indispensabili del viaggiatore, i suoi preziosi talari. Perché solo quando prendiamo coscienza delle nuvole e del vento, dei sentieri e delle rotte, ritroviamo una relazione carnale con gli spazi che magicamente diventano luoghi.

Vela dunque, randa e fiocco di Carmen, la nostra piccola barca che è nido alato, rifugio andante. Di isola in isola, da Unie a Lussino oggi. Una quindicina di miglia nella grazia dei venti. Propizio è il Borino che riempie le nostre vele, spingendoci a 4 nodi, velocità umana. Cioè alla portata dei nostri sensi, perché riusciamo a guardare e non solo a vedere, ma anche ad ascoltare e annusare, senza dimenticare che il vento di sente, dicevano un tempo i marinai.

Partiti da pochi minuti, guardo Svjetionik Vnetak, il faro della punta sud occidentale dell’isola, ascolto il canto delle onde, annuso l’odore delle pecore che brucano sale sulla riva, a poche centinaia di metri sottovento. Sono al timone, chiudo gli occhi e sento il Borino che ci fa scivolare dolcemente al traverso.

Atleta di Lussino © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons

Atleta di Lussino © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons

A prua le isole Canidole, Grande e Piccola, come le chiamavano i veneziani. Sono due lingue di roccia calcarea che si alzano di pochi metri dall’acqua, comunque sufficienti per essere un pascolo, costruirci qualche piccola casa e una chiesa a Male Srakane, utilizzando invece la toponomastica croata.

Abbiamo l’isola di Sansego a destra sottovento, ma noi stringiamo quanto possibile per entrare nella profonda baia di Lussinpiccolo, che è poi il più grande dei due abitati dell’isola omonima. Isola di velieri e bellezze, quelle delle bouganville e dell’Apoxyómenos, solo per citarne due. Sono di scintillanti fucsia e magenta le brattee delle bouganville che ornano umili case e storiche ville.

È di seducente sinuosità il corpo seminudo dell’Apoxyómenos, scultura bronzea di un giovane atleta che si deterge ritrovato qualche decennio fa nelle acque delle Oriule, isolette a sud di Lussino, che risale probabilmente al II secolo a.C.

Alle 11:30 siamo in ormeggio ai pontili galleggianti che sono vicinissimi alla piazzetta triangolare di Lussinpiccolo. Lungo queste banchine un tempo ormeggiavano anche i trabaccoli dei nostri nonni. I bei legni con occhi di prua e due grandi vele al terzo, dediti al trasporto di materiali tra le due rive dell’Adriatico. Quest’anno per altro si festeggia il centenario Nuovo Trionfo, che ha ormeggio alla Punta della Dogana a Venezia.

A Lussinpiccolo è per me tappa imprescindibile la ribarnica, la vecchia pescheria con i suoi banchi in Pietra d’Istria e i suoi infissi azzurri. Oggi sono fortunato e trovo scampi splendidi a 40 euro al chilogrammo. Ne acquisto per 30 euro, vivi e profumati, pronti per finire in padella! Scampi alla buzara, accompagnati da una bottiglia di Sansigot, il vino rosso che si produce con un vitigno autoctono originario della vicina Sansego.

Sonnellino postprandiale necessario, prima della visita al Museo dell’Apoxyómenos e poi camminata fino a Lussingrande, che è la storica capitale dell’isola. Quattro chilometri su una strada asfaltata che ha splendidi affacci sul versante orientale dell’isola, parzialmente ombreggiata da grandi, ritorti e profumati pini marittimi.

Museo interessante ma troppo “immersivo”, quando invece la scultura è talmente bella e seducente che meriterebbe solo vuoto e silenzio. Ci provo ad estraniarmi, anche grazie ai versi che accompagnano questo mio velabondaggio. Questa volta sono quelli di John Keats, un altro figlio del vento, prendendo a prestito il titolo della raccolta.

Le sue parole per l’ “Ode a un urna greca”, le dedico alla mia statua greca, a questo ragazzo bronzeo che per millenni ha riposato su un silenzioso fondale adriatico e ora è qui a ricordarci che la bellezza chiede comunque silenzio, anche quando riemerge dalle acque.

“Bellezza è verità, verità è bellezza”, che è tutto / quanto sappiamo e dobbiamo sapere, sulla terra”,
sul mare e sul cielo, ho aggiunto io al cospetto dell’Apoxyómenos.

Dopo un paio d’ore sono a Lussingrande, dove si respira ancora il fascino dell’età d’oro della vela, quando nel XVIII e XIX secolo i capitani portavano i loro velieri sulle rotte oceaniche. Ne è maestosa testimone la Chiesa di Sant’Antonio Abate, alta sulla viva destra del mandracchio, costruita grazie alle donazioni dei capitani lussignani, molti dei quali sono sepolti dentro, come si legge nelle pietre tombali a pavimento.

Nella chiesa è custodita anche la preziosa Madonna con i santi di Bartolomeo Vivarini, del 1475. Sempre all’interno notevole per l’austera maestosità è il primo altare di destra entrando, con quattro colonne in marmo nero della Mauritania. Che viaggio avranno fatto per arrivare fino a qui! Quanto mare, quanto vento, quanta fatica.

Scritta sul camminamento costiero, per Porto Rovenska - foto di F.Fiori

Scritta sul camminamento costiero, per Porto Rovenska – foto di F.Fiori

Proseguo poi, sempre a piedi sul camminamento costiero, per Porto Rovenska, il vecchio approdo dei pescatori. “Život krade more vrati”, ha scritto qualcuno sul muretto perimetrale della passeggiata. “La vita ruba, il mare regala”, traduco in libertà, quella di quest’isola delle meraviglie.


Nuovo Trionfo

100 anni sono tanti, tantissimi per una grande barca in legno con vele di cotonina. Molti legni sono stati sostituiti con grande attenzione e maestria, le vele sono nuove e di dacron. Ma il suo fascino è immutato e le sue arti sono rinnovate. Quelle del costruire e del navigare. Grazie alla passione e all’impegno dell’Associazione Il Nuovo Trionfo, che ha sede a Venezia e soci in tutto l’Adriatico capitanati dall’architetto Massimo Gin.

La storia del trabaccolo e del suo restauro sono stati al centro di un’interessante iniziativa svolta nel giugno scorso a Cattolica, lì dove la barca era stata costruita e varata nel 1926. L’iniziativa è stata organizzata insieme al Museo della Regina che ha una sezione dedicata alla marineria tradizionale e che da anni, sotto la guida dell’antropologa Laura Menin, raccoglie e valorizza anche le testimonianze orali di pescatori e naviganti che avevano vissuto l’ultima età della vela e la prima rivoluzione della motorizzazione. Testimonianze che sono state prezioso materiale sonoro per il podcast Andar per mare. Voci della marineria adriatica, disponibile gratuitamente online.


Hai notato inesattezze o errori in questo articolo? Contattaci a redazione@balcanicaucaso.org .

Commenta e condividi
Iscriviti alla newsletter

La newsletter di OBCT

Ogni venerdì nella tua casella di posta