Locarno Film Festival, il primo Pardo d’oro per la Romania
Al 79° Locarno Film Festival, svoltosi dal 5 al 15 agosto, la Romania ha vinto il suo primo Pardo d’oro, a riconferma che il cinema romeno è in grande forma. “Nu e locul tau aici – You Don’t Belong Here”, del regista Florin Șerban, è stato premiato “per la forza della sua sceneggiatura, la singolarità della sua visione e la straordinaria padronanza del linguaggio cinematografico”

Il cineasta romeno vincitore del Pardo d’oro Florin Șerban © Locarno Film Festival
Il cineasta romeno vincitore del Pardo d'oro Florin Șerban © Locarno Film Festival
È il primo Pardo d’oro per la Romania, quello assegnato a Florin Șerban per “Nu e locul tau aici – You Don’t Belong Here” dalla giuria del 79° Locarno Film Festival svoltosi nelle settimane scorse. Il cinema romeno, vincitore anche a Cannes con “Fjord” di Cristian Mungiu, è da oltre un ventennio il più vitale e stimolante e il più capace di analizzare e ispezionare la società contemporanea e ha ottenuto riconoscimenti ovunque.
Mancava alla lista il riconoscimento maggiore della rassegna ticinese e a prendersi meritatamente il premio è stato il cineasta che aveva esordito nel 2010 con il promettente “Se voglio fischiare, fischio” per poi finire un po’ fuori dai radar.
“You Don’t Belong Here” è stato premiato “per la forza della sua sceneggiatura, la singolarità della sua visione e la straordinaria padronanza del linguaggio cinematografico”, come da motivazione della giuria.
È la storia del chirurgo vedovo Marius (interpretato da Adrian Văncică), tornato a esercitare la professione nell’ospedale di Resita, nel Banato (Romania sud-occidentale), dopo qualche anno trascorso nella capitale. Determinato a essere una brava persona e un bravo cittadino, a mettere le proprie capacità a servizio di tutti, il medico ha accantonato l’ambizione di carriera per dare una buona sanità alla città nella quale è nato e cresciuto. Intanto l’uomo cerca di occuparsi del figlio quasi diciottenne Ioan (il giovane attore esordiente Teodor Butănescu, che ha ricevuto una menzione speciale della giuria locarnese), che sembra avere pochi interessi al di là della propria bicicletta gialla.
Il film inizia con una sequenza d’impatto, la spedizione notturna di un gruppo di ciclisti incappucciati che colpiscono auto, appiccicano adesivi e aggrediscono un rom che ha provato a difendersi con un bastone. Portato al pronto soccorso, la vittima muore senza che si possa fare nulla, provocando la reazione isterica del figlio che rifiuta l’autopsia per accertare le cause del decesso. Preso dal nuovo caso e dalle questioni ospedaliere, Marius non si accorge che Ioan è ricercato dalla polizia e sarà trasportato da un dilemma all’altro.
Șerban apre nel pieno dell’azione, per poi dedicare la prima parte della pellicola (della durata di tre ore) alla demolizione delle certezze del protagonista con tutta una serie di episodi che subito paiono divagazioni e che invece portano a mettere spalle al muro e in crisi profonda il chirurgo. È anche il ritratto di una società spaccata, pervasa da disparità, pregiudizi, corruzioni, nella quale basta un episodio per farla diventare una pentola a pressione.
C’è qualche eco de “Il caso Kerenes” del connazionale Calin Peter Netzer, Orso d’oro a Berlino nel 2013, ma là la madre cercava in tutti i modi di nascondere lo scandalo del figlio che aveva investito e ucciso un ragazzo con l’auto.
Pochi giorni più tardi, l’interprete Adrian Văncică ha vinto il Cuore di Sarajevo come migliore attore al 32° Sarajevo Film Festival, dove miglior lungometraggio è stato designato l’austriaco “Everytime” di Sandra Wollner e miglior attrice Eva Kostić per il macedone “17” di Kosara Mitić, che ha ricevuto pure il premio del pubblico.
A Locarno il premio di migliore interprete è andato a Monica Bellucci, per il ruolo di madre chiusa in gabbia e depressa nel palermitano “Ketticè” di Giovanni Tortorici. Il Premio speciale della giuria, secondo per importanza, è stato consegnato a “The Riverbank – A Margem do Rio” dei brasiliani Matheus Farias ed Enock Carvalho, quello per la miglior regia a “Nowhere To Lay My Eyes” del coreano Hong Sang-soo, suo ennesimo gioiellino personale e minimalista con l’attrice Kim Minhee anch’ella premiata.
Fuori dai riconoscimenti il convincente tedesco-ucraino “I Rarely Wake Un Dreaming” di Isabelle Stever (nota per “Gisela” del 2007), che sa raccontare insieme la nascita di una Nazione e di una famiglia.
Oleh e Olya si sono sposati da poco quando, il 24 febbraio 2022, la Russia attacca Kiyv. Il marito, un trans che ancora a volte usa il femminile riferito a sé stesso, segnala le esplosioni alla moglie, che risponde “da qui non sentiamo il Donbas” prima di ricredersi, del resto da settimane parlavano delle truppe di Putin ai confini. I due tentano di lasciare la capitale e il Paese verso ovest con i genitori di lui, che è però fermato in quanto i maschi tra i 18 e i 60 anni non possono espatriare. Tra allarmi, rifugi, paure e dubbi, la coppia deve affrontare la prima crisi di un amore sbocciato da poco.
La pellicola, scritta da Anna Melikova, è intima, realistica, delicata e incisiva e riesce a collegare vicende personali e collettive, mostrando come si possano affrontare le difficoltà, sviluppare un sentimento nazionale e familiare e trovare (o ritrovare) una propria identità seguendo vie inattese e poco ortodosse.
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