LGBT in Armenia
L’Armenia oggi costituisce il luogo più sicuro nella regione per persone della comunità LGBT, anche solo come punto di transito per spostarsi poi magari in Europa o altrove. A Yerevan abbiamo incontrato Karine Aghajanyan, direttrice della principale associazione nazionale che si occupa dei diritti LGBT Pink Armenia

Karine Aghajanyan
Karine Aghajanyan - foto F. Brusa
Per raccontare la situazione attuale dell’attivismo LGBT in Armenia Karine Aghajanyan, direttrice della principale associazione nazionale nel campo Pink Armenia, utilizza un detto locale: «L’albero più alto è anche quello che rischia di più di essere bruciato dai raggi del sole». Lo afferma notando come, nel turbolento contesto internazionale, il suo paese sta diventando meta di diverse persone che fuggono da repressione e guerre. Uno sviluppo che – forse un po’ inaspettatamente – pone la repubblica caucasica come approdo più sicuro nella regione. La abbiamo intervistata nel periodo delle elezioni parlamentari.
Quali sono gli effetti dei recenti accadimenti geopolitici presso la vostra associazione?
Dal 2007, anno della nostra fondazione, fino a ora, l’Armenia ha per così dire fluttuato in maniera ambigua per quanto riguarda l’indice del rispetto dei diritti umani. Tuttavia, per quanto strano possa suonare (visto che comunque la società qui è ancora conservatrice e, per esempio, ancora dev’essere ratificata la Convenzione di Istanbul), possiamo affermare che oggi il paese costituisce il luogo più sicuro nella regione per persone della comunità LGBT, anche solo come punto di transito per spostarsi poi magari in Europa o altrove.
Eppure, se guardiamo a sud troviamo l’Iran con l’aggressione bellica che si è aggiunta alla repressione di omosessuali e di donne; dalla Georgia, con la stretta illiberale che si è prodotta dopo la vittoria di Sogno georgiano alle ultime elezioni, in tanti se ne vanno e stanno cercando riparo qui; in Azerbaijan, com’è noto, non ci sono attivisti per i diritti umani che possano operare liberamente sul territorio, ma si trovano tutti all’esterno, mentre in Turchia si intensifica la presa del potere di Erdoğan. A tutto ciò si aggiunge chi arriva dalla Russia, che con l’attuale governo rappresenta uno degli esempi più lampanti di omolesbobitransfobia promossa direttamente dallo stato.
Insomma, al momento siamo impegnati con molti profughi e situazioni di transito, contando anche Ucraina, Afghanistan, Siria e persino Cuba. Cosa da cui derivano anche grandi responsabilità.
Cosa è cambiato invece all’interno dell’Armenia?
Posso dire apertamente che la situazione è migliorata a partire dalla Rivoluzione di Velluto del 2018. I governi a guida Pashinyan non si sono posti esplicitamente a sostegno della comunità LGBT, ma quantomeno sono governi orientati alla difesa dei diritti umani. In più, ci sono state evoluzioni in campo del sistema giudiziario: se questo prima era dominato dalla corruzione, e dunque da una generalizzata difficoltà nell’ottenere giustizia, oggi è molto più semplice muoversi nel campo legale e portare avanti procedimenti.
Al contrario, gli esecutivi che si sono avvicendati al potere in precedenza risentivano molto di più dell’influenza della Russia e dei gruppi internazionali di pressione “anti-gender”. La loro tattica è sempre stata quella di diffondere informazioni e narrazioni false, finalizzate a giocare sull’emotività delle persone e magari distorte per obiettivi politici (anche adesso vediamo circolare l’interpretazione per cui il governo uscente promuoverebbe i “valori LGBT”, cosa chiaramente non vera).
Presumo dunque che venga percepito positivamente un allontanamento dalla Russia e un avvicinamento all’Europa…
Pink Armenia ha adottato una posizione estremamente netta e chiara contro il governo Putin, perché sappiamo cosa sono costretti a passare i nostri fratelli e le nostre sorelle in quel contesto (ben di più di quanto soffrano da tante altre parti). Perciò crediamo che non abbia alcun senso sostenere la Russia di oggi né tanto meno provare a cercare alcun tipo di collaborazione, anche perché la loro visione nei nostri confronti è spesso improntata al puro dominio.
Ciò detto, pensiamo che la politica dell’Armenia verso Mosca debba essere una politica di equilibrio perché sappiamo quanto le storie dei due paesi siano interconnesse e quanto pesi l’influenza reciproca. Senza dimenticarsi che tante persone dall’Armenia sono costrette (per via appunto di questi legami e della situazione economica) a lavorare in Russia, cosa che rende l’intera dinamica molto delicata, e senza dimenticare che la stessa Russia è composta da tante nazionalità diverse e non può essere ridotta a un’immagine semplicistica.
Ma, appunto, il nostro rigetto verso il governo Putin è totale e, anzi, è difficile non biasimare la classe politica armena pre-2018 che ha svenduto tantissime risorse a Mosca tradendo le nostre aspettative di sviluppo.
Esistono molte differenze fra la capitale Yerevan e le zone più rurali?
Sì. Yerevan è una sorta di “città-stato” in cui è perfettamente normale la presenza di persone di diverso aspetto e di diverso orientamento. Peraltro, quasi il 90% della popolazione ha un lavoro nella capitale, cosa che crea degli squilibri notevoli a livello nazionale e che solo da poco viene affrontata con delle politiche dedicate.
Nelle zone più rurali, com’è facile immaginare, la situazione per la comunità LGBT è molto più difficile e l’insicurezza è maggiore. Lo stigma associato anche solo al proprio aspetto è praticamente automatico e le possibilità di intervento per realtà come la nostra sono limitate. Devo dire però che lo sviluppo tecnologico, in particolare con le reti sociali, ha aiutato molto: ora pure dalle zone più remote è facile entrare in contatto, o semplicemente cercare risposte ai dubbi riguardanti la propria identità di genere o sul proprio orientamento sessuale.
In questo senso, è cresciuto il grado di accettazione presso l’intera società. Non dico che la comunità LGBT sia accolta favorevolmente dappertutto né certamente promossa – quello semmai è il nostro obiettivo per il futuro – ma perlomeno se ne riconosce l’esistenza, che prima era negata. È un passo avanti, così come è stato un passo avanti essere usciti dall’isolamento e dal silenzio che il più delle volte caratterizzava le generazioni precedenti in questo contesto.
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