La Bosnia Erzegovina dopo Orbán: cosa cambia a Sarajevo e Banja Luka?
Gli echi del voto ungherese inevitabilmente si faranno sentire anche in Bosnia Erzegovina. Se la leadership secessionista della Republika Srpska perde un alleato chiave all’interno dell’UE, si apre la possibilità per un’azione più incisiva e coordinata di Bruxelles a sostegno del percorso europeo della Bosnia Erzegovina

L’uomo forte della Republika Srpska Milorad Dodik © RSplaneta / Shutterstock
L'uomo forte della Republika Srpska Milorad Dodik © RSplaneta / Shutterstock
La sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni in Ungheria, oltre a segnare un vero e proprio sconvolgimento politico interno ad uno stato membro dell’Unione europea, è il segnale di cambiamenti più profondi che potrebbero avere conseguenze dirette sulle dinamiche politiche nei Balcani occidentali, in particolare a Sarajevo e Banja Luka.
Da alleato di lunga data dei leader nazionalisti e conservatori dell’area ex jugoslava, Orbán ha fornito un importante sostegno politico e simbolico a figure come Milorad Dodik e Aleksandar Vučić, proponendo spesso un modello alternativo di relazioni con Bruxelles basato su una retorica sovranista.
La sconfitta di Orbán solleva un interrogativo: si sta riducendo lo spazio per questo tipo di strategia politica? A Sarajevo, dove la politica di Orbán era percepita come un aperto sostegno alle tendenze secessioniste della Republika Srpska, l’uscita di scena di Orbán è vista come un indebolimento di un importante pilastro internazionale della politica di Dodik.
D’altra parte, a Banja Luka, la perdita di alleati all’interno dell’UE potrebbe significare la necessità di ridefinire la strategia politica o di fare maggiore affidamento su partner non europei.
A differenza del periodo precedente, in cui Budapest ha spesso funto da “ponte” per alleviare la pressione esercitata da Bruxelles sugli attori politici dei Balcani occidentali, la nuova configurazione politica in Ungheria potrebbe portare ad un approccio più deciso e coordinato dell’UE nei confronti della Bosnia Erzegovina. Tale approccio potrebbe incidere anche sugli equilibri politici interni alla BiH, velocizzando il processo di integrazione europea del paese.
In questo contesto, la sconfitta di Orbán potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase nelle relazioni tra l’UE e i Balcani occidentali, i cui primi effetti si manifesteranno soprattutto a Sarajevo e Banja Luka.
Una rete resiliente
Negli ambienti politici europei la sconfitta di Viktor Orbán è vista come il potenziale inizio di una più ampia svolta politica. Allo stesso tempo si sottolinea che negli ultimi quindici anni nel sud est Europa si è consolidata un’ampia rete di forze politiche di destra. Quanto è resiliente questa rete oggi? Riuscirà a sopravvivere senza Orbán come un punto di riferimento chiave?
“La rete che si è creata è piuttosto resiliente e credo che sopravviverà nonostante la perdita del suo sostenitore più importante”, afferma Sead Turčalo, preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sarajevo e professore presso il Dipartimento di Studi sulla Sicurezza e la Pace.
Turčalo ritiene che Orbán non sia stato il padre ideologico di questa rete, bensì il suo protettore istituzionale all’interno dell’UE.
“Abbiamo visto che Orbán è spesso riuscito a bloccare le sanzioni ponendo il veto in seno al Consiglio dell’UE, ha continuato a sostenere Dodik anche dopo la sentenza di condanna definitiva e ogni tentativo di Bruxelles di riportare l’ordine nei Balcani occidentali è stato vanificato da Orbán e da alcuni esponenti meno influenti di Fidesz”, spiega il professore.
Stratagemmi politici
La rete di destra creata negli ultimi decenni, caratterizzata dal clientelismo e dal controllo dei media, sopravvivrà perché – come sottolinea Turčalo – è strutturalmente solida e non dipende da un solo uomo. Tuttavia, senza il sostegno di Orbán, sarà inevitabilmente esposta a nuove pressioni europee.
Milorad Dodik è stato condannato a sei anni di interdizione dalle cariche pubbliche, compresa quella di presidente della Republika Srpska, per aver non aver rispettato le decisioni dell’Alto Rappresentante e per aver minato l’ordine costituzionale della Bosnia Erzegovina. Nonostante la sentenza, Dodik continua a comportarsi come se fosse ancora leader della Srpska, anche se l’unica carica che ha formalmente mantenuto è quella di presidente dell’Unione dei socialdemocratici indipendenti (SNSD).
Per il professor Sead Turčalo è realistico aspettarsi che Dodik e il presidente serbo Aleksandar Vučić cerchino di adeguarsi alla nuova situazione, ma “è improbabile che facciano una virata strategica”.
“Vučić si è subito congratulato con Magyar, al contempo ringraziando Orbán, e questo non è un caso. Il messaggio è chiaro: le relazioni con l’Ungheria continuano, ma non ci sarà alcuna svolta ideologica”, sottolinea Turčalo.
Il professore spiega che Vučić dispone di un certo margine di manovra, ma la Serbia non ha il suo Péter Magyar.
“Non c’è un’opposizione parlamentare forte e filoeuropea, capace di spingere [Vučić] a compiere una svolta radicale. Quanto ai nuovi alleati, Fico, Babiš e la destra transnazionale rimangono un’alternativa”, sottolinea Turčalo.
Possibilità di cambiamento
Il caso di Dodik è diverso perché l’ex presidente della Republika Srpska ha scelto di difendere l’ideologia di Orbán anche dopo la sconfitta di quest’ultimo. “Questo dimostra – precisa Turčalo – che lo spazio di manovra di Dodik è già molto ristretto”.
Riflettendo sulle possibili reazioni delle istituzioni statali della Bosnia Erzegovina, Turčalo sottolinea che, dopo il voto ungherese, si è aperta la possibilità di cambiamenti strategici.
“Non bisogna aspettare e perdere questa opportunità. È necessario stabilire immediatamente contatti con Budapest, ma con un’agenda chiara, prendendo le distanze dagli attori secessionisti nella Republika Srpska. Il rispetto per le istituzioni statali dovrebbe essere il tema centrale di questi colloqui”.
Per Turčalo, l’inazione delle istituzioni bosniaco-erzegovesi sarebbe un grave errore in questo momento. “La sconfitta di Orbán è una condizione necessaria, ma non sufficiente per un cambiamento sostanziale”, afferma il professore.
Gordana Katana, giornalista e attivista civica, sottolinea l’evidente delusione di Milorad Dodik dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orbán. I partiti alleati dell’SNSD hanno reagito in modo analogo.
“C’è da aspettarsi che il nuovo governo ungherese abbandoni l’approccio di Orbán verso la Republika Srpska, compresi gli aiuti finanziari e il sostegno politico di cui Dodik ha goduto anche dopo essere stato interdetto dalle cariche politiche con una sentenza definitiva del tribunale”, spiega la giornalista.
Un’opposizione frammentata
Quanto all’opposizione in Republika Srpska, Katana sottolinea che non ci sono state reazioni forti, ad eccezione di quella di Branko Blanuša, leader del Partito democratico serbo (SDS), che ha fatto riferimento soprattutto alla grande affluenza alle urne in Ungheria che ha garantito la sconfitta dell’ex premier ungherese.
“L’opposizione [in Republika Srpska] è troppo divisa e se non si consoliderà presto, superando vanità e animosità personali, perderà l’occasione di ridefinire gli equilibri politici ispirandosi all’esperienza delle elezioni in Ungheria. Senza obiettivi comuni chiari e un cambio di narrazione, sarà difficile ottenere il sostegno di massa dei cittadini”, spiega Katana.
Sottolineando che la società civile in Bosnia Erzegovina è emarginata, e quindi non è capace di mobilitare i cittadini, la giornalista di Banja Luka auspica che questa situazione possa cambiare prima delle elezioni generali in BiH previste per ottobre di quest’anno.
Katana ritiene che l’opposizione in Republika Srpska debba elevarsi al di sopra degli interessi particolaristici e fornire pieno sostegno allo sviluppo di nuove relazioni tra Bosnia Erzegovina e Ungheria.
“Ora tocca a Magyar. Ci si aspetta che si discosti significativamente dalle politiche di Orbán, come ha annunciato”, afferma Katana.
Serve una svolta filo-europea
Secondo la giornalista, solo un netto distacco dalla politica della leadership di Belgrado e quella di Banja Luka può contribuire alla stabilità della Bosnia Erzegovina e di tutti i Balcani.
“Occorre quindi prendere le distanze da Aleksandar Vučić e Milorad Dodik, soprattutto dalla politica anti-europea e anti-bosniaca sostenuta dall’attuale leadership della Republika Srpska”, conclude Katana.
In definitiva, la sconfitta politica di Viktor Orbán, oltre a chiudere un capitolo, ne apre uno nuovo in un momento in cui le relazioni nei Balcani occidentali sono già appesantite da profonde divisioni interne e influenze esterne.
Resta da vedere se Sarajevo riuscirà a sfruttare il nuovo spazio per rafforzare le istituzioni statali e accelerare il processo di avvicinamento all’UE e se Banja Luka cercherà nuovi meccanismi di ostruzionismo e nuove alleanze. Molto dipenderà non solo dalle dinamiche internazionali, ma anche dalla capacità degli attori politici in Bosnia Erzegovina di cogliere il momento e agire strategicamente.
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