Gioconda
Esce il romanzo autobiografico “Gioconda” di Nikos Kokantzis, in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino che quest’anno vede la Grecia paese ospite d’onore. Una storia d’amore adolescenziale nella Salonicco occupata dai nazisti e la deportazione degli ebrei. Una recensione

Dalla copertina del libro Gioconda © Edizioni E/O
Dalla copertina del libro Gioconda © Edizioni E/O
Una intensa storia d’amore adolescenziale nella Salonicco occupata dai nazisti e la deportazione degli ebrei. Si tratta di “Gioconda” del greco Nikos Kokantzis, un romanzo autobiografico che le Edizioni e/o mandano in libreria in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino che quest’anno vede la Grecia paese ospite d’onore.

Gioconda, di Nikos Kokantzis (Edizioni Eo)
“Gioconda”, nella traduzione di Maurizio De Rosa, è un romanzo di sole 116 pagine che racconta in prima persona l’amore tra Nikos e una ragazza ebrea, Gioconda, appunto, una storia scritta con una delicatezza ricca di poesia che investe anche le pagine di raffinato erotismo che riportano l’autore al 1943 quando ha inizio, dopo i primi, timidi e ingenui approcci, la loro relazione.
È straordinaria da parte di Kokantzis la capacità di immergersi in quegli anni lontani, la cui memoria è resa viva dal ricordo stroncato dalla tragica fine della ragazza finita nel campo di sterminio di Auschwitz, esaltandone il ricordo di sentimenti, emozioni, sensazioni che hanno segnato per sempre la visione di un amore, anzi dell’amore, mai più, probabilmente, ritrovato dall’autore nel corso della sua vita.
Lo ha sicuramente aiutato nell’analisi il suo lungo lavoro di psichiatra e psicoterapeuta che ha sempre praticato, fino alla morte, avvenuta nel 2009, a 82 anni, accompagnato in questo caso da una scrittura di grande forza espressiva che gli ha permesso di sublimare, con ricordi, anche la sua visione dell’amore, evidentemente mai più conosciuto in una forma così marcata da restargli impresso nella maniera che questo romanzo rivela. Lo fa nelle pieghe stesse dei suoi tormenti, delle sue gioie, del suo dolore, unico e grande, ingigantito dall’orrore della sua fine in un forno crematorio, da Nikos appresa nel 1946 dalla voce dell’unico sopravvissuto allo sterminio, un cugino della ragazza.
Ma queste sono le strazianti pagine finali, che possono anche non discostarsi molto dalle tante altre che purtroppo abbiamo letto su quei tragici momenti, un po’ ovunque in Europa. Diverse, se non uniche per la loro spiritualità capace di investire completamente la scrittura anche in quelle non poche pagine di grande carnalità, quella che li univa nel totale disinteresse delle conseguenze, senza precauzione alcuna, nella ingenua – che poi tragicamente non si rivelerà tale – convinzione di vivere un amore eterno. Che poi, nei fatti, si rivelerà tale.
“Nikos, dove sono finiti i nostri sogni, che cosa ne sarà di loro?” gli chiede Gioconda negli ultimi istanti che precedono la sua deportazione. E Nikos gli risponde: “Vivremo per cercare di realizzarli. Abbiamo il dovere di vivere, di non arrenderci. Promettimi di tornare da me, amore mio, mio dolce amore. Da ora in poi non farò altro che questo: aspetterò il tuo ritorno, il giorno in cui non saremo più circondati dalla paura. Amore mio, torna per me”.
In realtà, lei non se n’è mai andata via da lui.
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