“Finalmente, respiro”. La Serbia all’alba del giorno dopo
Ventotto ore senza dormire in un seggio di Belgrado, a difendere ogni voto. Poi l’alba del 26 ottobre, la vittoria della Lista studentesca e un senso di libertà che mancava da troppo tempo. La testimonianza personale ed emozionante della nostra corrispondente a Belgrado

Belgrado, Serbia, dopo la vittoria della Lista degli studenti – Foto D. Nenadić
Belgrado, Serbia, dopo la vittoria della Lista degli studenti, 25 ottobre 2026 - Foto D. Nenadić
È mattina presto del 26 ottobre, sono le 6.00 e sto tornando a casa sotto la pioggia dopo ventotto ore insonni. Le strade sono deserte, c’è solo una donna alla fermata dell’autobus. Non ci conosciamo. Mi guarda, ricambio lo sguardo e le lacrime iniziano a scorrere sulle nostre guance. Continuo a camminare verso casa, col passo stanco e lento. Ma cammino libera e finalmente respiro.
La Lista studentesca ha ottenuto una vittoria schiacciante lo scorso 25 ottobre alle elezioni parlamentari anticipate in Serbia. Insieme a decine di migliaia di cittadini, il giorno del voto, ho contribuito, nel mio piccolo, alla grande fanteria che gli studenti hanno radunato, formato e motivato. Fanteria senza gradi né uniformi, composta da persone di diverse generazioni, professioni e storie di vita, ma unite dalla ferma convinzione che valga la pena partecipare alla battaglia iniziata e guidata dagli studenti e che sia importante difendere ogni voto espresso alle elezioni.
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Sono orgogliosa di poter dire di essere stata tra i tanti convinti che il cambiamento non potesse arrivare da solo e che non ci dovessimo limitare a sostenere gli studenti, scrivere commenti sui social, condividere i messaggi degli studenti e gioire del loro coraggio. Molti si sono assunti la propria parte di responsabilità nel cambiamento che ci ha portato la libertà. E quel giorno, nei seggi elettorali di tutta la Serbia, nelle squadre mobili di monitoraggio, per le strade, nelle file davanti ai seggi, è accaduto proprio questo: migliaia di persone hanno deciso del proprio futuro, convinte che ci fosse motivo di sperare.
Ho visto persone lavorare per ore senza sosta per prevenire furti e frodi elettorali. Ho visto la stanchezza svanire davanti alla determinazione a non lasciarci sfuggire nulla, ho visto il nervosismo trasformarsi in tenacia, sconosciuti che si sono sostenuti a vicenda. E per tutto il tempo ero consapevole di quanto impegno, pazienza, conoscenza e fiducia fossero necessari affinché l’enorme energia sprigionata e preservata dal movimento studentesco trovasse la sua massima espressione il giorno delle elezioni.
Il 2026 è diverso dal 2000
Ricordo molte cose. Ricordo le elezioni del 24 settembre 2000, i giorni successivi e il 5 ottobre, quando credevamo che la Serbia avesse finalmente fatto i conti con il proprio passato. Ricordo che eravamo convinti che tempi migliori stessero per arrivare, così come ricordo quanto velocemente abbiamo dimenticato l’oscurità da cui eravamo usciti.
Ventisei anni dopo, non cado nella trappola del confronto. Può sembrare un déjà vu, ma tutto è nuovo e diverso, direi molto più positivo. Ho visto come qualcosa si stesse creando grazie alla forza centripeta del movimento studentesco, qualcosa che non si può ridurre ad una semplice protesta contro un governo. Ho visto nascere una rete strettamente connessa di persone pronte ad assumersi responsabilità, a organizzarsi, a imparare le une dalle altre, a condividere conoscenze ed esperienze e a unire le forze per raggiungere un traguardo troppo grande per un singolo individuo o un piccolo gruppo di persone.
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Ancora una volta, sono rimasta particolarmente colpita non solo dall’entità, ma dal carattere trasversale del movimento studentesco. Quelli che fino a ieri sembravano disillusi, apatici, apolitici, disinteressati, passivi, disperati, quelli che pensavano di non poter cambiare nulla e quelli che credevano di sapere tutto sulla politica, si sono riuniti sotto lo stesso ombrello del movimento studentesco, mettendo da parte le divergenze ideologiche, l’alta politica e le questioni che per lungo tempo sono state imposte come le uniche importanti per la società.
Così, improvvisamente, questioni in apparenza secondarie, come lo stato delle scuole e degli asili, dei parchi, dell’ambiente e altri argomenti marginali, hanno ulteriormente unito i cittadini serbi, con la chiara consapevolezza che la criminalità e la corruzione dilaganti sono i maggiori nemici della società serba. Il movimento studentesco è entrato profondamente nella vita quotidiana di tutti noi, spingendoci ad essere attivi e a decidere del nostro futuro.
File di persone davanti ai seggi elettorali, persone che hanno percorso migliaia di chilometri per votare, squadre mobili schierate davanti ad ogni seggio per proteggere ogni singolo voto, prevenire i brogli e smascherare tutte le frodi commesse dal regime persino il giorno delle elezioni, la sensazione che si trattasse di una questione di vita o di morte: queste sono le immagini che vi trasmetto dal seggio elettorale.
Proteggere l’urna
Riferisco inoltre che alle 18:00 abbiamo ricevuto informazioni secondo cui il cosiddetto Ćaciland si stava riempiendo di persone e che la Gendarmeria si stava schierando nelle immediate vicinanze del mio seggio elettorale. Ci hanno informato dei possibili tentativi di danneggiare le urne nelle ultime due ore delle votazioni e quindi è arrivata la direttiva “PROTEGGERE L’URNA”. In quel momento nessuno di noi ha pensato ai rischi per la propria incolumità. Abbiamo circondato l’urna e l’abbiamo protetta con i nostri corpi. L’ho protetta come se fosse in gioco la vita di mio figlio.

Belgrado, Serbia, 25 ottobre 2026 – Foto D. Nenadić
Abbiamo chiuso i seggi. Quindici ore di totale concentrazione. La conta dei voti. La vittoria degli studenti è schiacciante. Lo sapevamo, è chiaro a tutti, era palpabile settimane prima delle elezioni. Siamo però ancora preoccupati. Sappiamo con chi abbiamo a che fare. È una sera calda e le finestre sono aperte.
Alle 21:30, grida di libertà risuonano nella mia città. Sentiamo clacson, persone che cantano, gridano “vittoria, vittoria” sotto le nostre finestre. Non esultiamo, con noi nella commissione elettorale ci sono persone che piangono la sconfitta, e noi cerchiamo, prima di tutto, di essere dignitosi. Trattengo a stento il sorriso, ma anche le lacrime, non posso chiamare nessuno dei miei cari per condividere la gioia per il crollo definitivo di un regime che ha distrutto questo paese. Con uno sguardo, riconosco chi la pensa come me tra i membri della commissione elettorale e solo dopo aver sbrigato tutte le formalità, ci abbracciamo a lungo, come se fossimo fratelli dello stesso sangue.
Altre sei ore di attesa per consegnare – insieme ai rappresentanti di altri 122 seggi elettorali della seconda municipalità più grande della Serbia – la borsa contenente il materiale elettorale e le schede alla commissione elettorale locale. Il tempo passa tra canti e congratulazioni, crampi alle gambe e allo stomaco. Mio marito, che arriva da Piazza Slavija, dove ci sono già festeggiamenti, mi tiene compagnia e aspettiamo emozionati la prima notte tranquilla, sapendo che non verrà arrestato dopo che il tabloid Informer ha diffuso la registrazione di una conversazione avvenuta al bar, intercettata illegalmente dai servizi segreti, e che nostro figlio, minorenne, che avevamo portato al sicuro, potrà tornare a casa.
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Ricordiamocelo, perché non dovrebbe essere lo scenario del giorno del voto. Non dovrebbe mai più accadere uno scenario dove recarsi alle urne diventa una questione di vita o di morte, dove la vita e l’esistenza di migliaia di persone dipendono dall’esito delle elezioni.
Ricordiamocelo perché, se i risultati fossero stati diversi, oggi le carceri in Serbia sarebbero piene di persone che hanno osato sostenere gli studenti. Ricordiamo com’era la Serbia fino al 25 ottobre, affinché non accada mai più.
Sono le sei del mattino. È arrivato il 26 ottobre. Una donna sconosciuta alla fermata dell’autobus. Non ci siamo scambiate una parola. Non so nulla di lei, se non che ci siamo guardate e abbiamo pianto.
Tutto ciò che è accaduto in Serbia negli ultimi due anni e che non può essere riassunto in brevi resoconti, misurato in percentuali né spiegato con analisi politiche, è racchiuso in quell’incontro fugace. Riconoscerci. Tirare un respiro di sollievo. La sensazione di comprendere quanto questo voto sia stato importante, cruciale, fatidico per noi.
Sto tornando a casa. Leggera e serena. C’è ancora molto da fare.
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