Contro l’estrema destra, la democrazia liberale torni ad ispirare

Come combattere l’estrema destra? Sconfiggerla alle elezioni non basta, avverte il politologo olandese Cas Mudde, intervistato da Voxeurop. Secondo l’analista, la democrazia liberale deve tornare ad essere “qualcosa in cui valga la pena credere” e un punto di partenza sono le giovani donne, molto più progressiste che in passato

22/07/2026, Gian Paolo Accardo
Cas Mudde - Foto Frankie Fouganthin CC BY-SA 4.0

Cas Mudde – Foto Frankie Fouganthin CC BY-SA 4.0

Cas Mudde - Foto Frankie Fouganthin CC BY-SA 4.0

(Originariamente pubblicato da Voxeurop).

“L’estrema destra viene sconfitta, continuamente. È successo a Trump e a Bolsonaro. Viktor Orbán è appena stato battuto, il PiS, in Polonia, è stato estromesso dal governo e anche [il primo ministro nazionalista indiano Narendra] Modi, prima o poi, sarà sconfitto”: per Cas Mudde, tra i massimi studiosi della destra radicale in Europa, la questione decisiva non è se le forze autoritarie o i partiti populisti di estrema destra possano essere battute alle urne. Il vero nodo è capire cosa succede dopo.

“La vera domanda: è davvero sufficiente? Chiaramente no, perché molti di loro, poi, ritornano”, ha dichiarato durante un dibattito pubblico organizzato a Bruxelles dall’ong Defend Democracy.

Secondo Mudde l’estrema destra non è solo una minaccia elettorale da contenere, ma il sintomo di un fallimento più profondo della politica tradizionale. Gli elettori cacciano i governi di cui non si fidano più, per poi tornare a votare proprio quelle forze politiche che avevano già rifiutato, perché i partiti alternativi non hanno imparato la lezione: “Scegliamo l’estrema destra perché siamo profondamente insoddisfatti. Poi però ci stufiamo dell’estrema destra e torniamo da quelli che ci avevano già deluso, i quali, a quanto pare, non si sono interrogati granché sui motivi di tutta quella insoddisfazione”, riassume.

Il problema della democrazia liberale quindi non risiede tanto nella forza dei suoi nemici, quanto nella debolezza dei suoi difensori. “Se si guarda la questione da questa prospettiva, e cioè che l’estrema destra vince perché i partiti tradizionali falliscono, allora il vero problema risiede proprio nel fallimento di questi ultimi”, spiega Mudde. “Finché la politica tradizionale non ricomincerà, non solo a produrre risultati concreti, ma anche a ispirare le persone, le sconfitte dell’estrema destra rimarranno poco più che tregue temporanee”.

L’Europa e la minaccia del movimento Maga

Uno degli avvertimenti più netti di Mudde riguarda gli Stati Uniti, non solo perché la politica di Donald Trump destabilizza le alleanze, ma perché la destra americana ha sviluppato, a suo avviso, un preciso interesse ideologico nel rimodellare l’Europa. 

“Nel suo primo mandato Trump si disinteressava dell’Europa. La gente pensava che quello fosse un problema, ma non era nulla in confronto alla gravità della situazione attuale”, afferma. “Oggi l’amministrazione Trump, nel suo complesso, guarda all’Europa con interesse. E vuole cambiarla”. 

Mudde sostiene che l’Europa, per quanto imperfetta, rappresenti ancora un’aspirazione verso un sistema liberaldemocratico integrato. Ed è precisamente a questo che si oppone la destra trumpiana. Di conseguenza, nella loro attuale configurazione politica, l’esperto considera gli Stati Uniti una minaccia per la democrazia liberale europea ancora più diretta della Cina. A suo avviso infatti “alla Cina non importa che l’Europa sia liberaldemocratica o meno. Gli interessano solo i rapporti economici. Agli Stati Uniti, invece, importa eccome. Esattamente come a [Vladimir] Putin”. 

La differenza, continua il politologo, è che il leader russo vuole un’Europa “caotica” e “inefficiente”, mentre la destra americana vuole che il Vecchio Continente diventi simile agli Stati Uniti ai quali sta lavorando.  

Secondo Mudde, la strategia di sicurezza nazionale di Washington guarda all’Europa integrata e liberaldemocratica come a un sistema da scardinare. E questo ha conseguenze concrete, aggiunge, citando le pressioni esercitate sui leader politici europei “affinché normalizzino i rapporti con le forze dell’estrema destra, compreso il partito tedesco Alternative für Deutschland (Afd)”.

In Germania la “Brandmauer” contro l’estrema destra vacilla

L’argomentazione di Mudde è volutamente scomoda. Il politologo non sostiene affatto l’idea di governare con l’Afd, ma avverte che la Brandmauer, la versione tedesca del cordone sanitario, ovvero l’esclusione dei partiti di estrema destra dalle coalizioni di governo a tutti i livelli , non può più funzionare quando un partito radicale raggiungere livelli di consenso molto elevati: “Se hai un partito di estrema destra che prende il 40 per cento e mantieni questo tipo di atteggiamento quello che otterrai, se ti va bene, sarà lo stesso identico governo in eterno”.

Per Mudde, la priorità non è darsi buona coscienza, bensì la difesa della liberaldemocrazia: “Ovviamente, da un punto di vista morale e ideologico, vorrei escludere l’estrema destra. Ma la cosa più importante è la democrazia liberale”. 

Se i partiti rifiutano di discutere in anticipo le condizioni alle quali sarebbero disposti o meno a cooperare con l’estrema destra, avverte, “potrebbero finire per farlo comunque ma senza aver fissato linee di demarcazione chiare”.

Di conseguenza, il politologo sostiene la necessità di un confronto aperto sulle condizioni che renderebbero possibile una cooperazione limitata, pur tracciando limiti democratici netti. Questo non significa accettare la visione del mondo dell’estrema destra ma fare una distinzione tra misure politiche dure e/o discutibili e pratiche politiche che minano direttamente la democrazia liberale.

“Avere frontiere molto rigide, non è, di per sé, in contrasto con la democrazia liberale. Avere una retorica disumanizzante sul tema, invece, lo è”. Questa distinzione, afferma Mudde, è decisiva e i partiti del centrodestra moderato, i più probabili alleati dell’Afd, devono affrontarla apertamente invece di lasciare che si imponga per inerzia. 

Anche una grande coalizione, creata al solo scopo di escludere l’Afd sarebbe un errore, sostiene Mudde. “Se si dà vita a una Große Koalition per escludere il partito, questa non può essere una coalizione puramente ‘in negativo’. Se l’unico obiettivo è tenere l’Afd fuori dal governo, finiranno per vincere le prossime elezioni”.

L’alternativa, afferma, deve essere un progetto democratico propositivo: “Serve una narrazione, bisogna sapere cos’è la democrazia liberale e come fare per rafforzarla”.

La “normalizzazione” dell’estrema destra comincia nel quotidiano

La normalizzazione dell’estrema destra, ovvero il fatto di rendere i partiti in qualche modo frequentabili,  non riguarda soltanto i governi o le coalizioni politiche. Mudde la descrive come un modello fatto di compromessi quotidiani: il fatto di accettare inviti, partecipare a dibattiti condivisi o cerimonie ufficiali o, ancora, di conversazioni scomode che si preferisce evitare. 

“La maggior parte delle persone capisce quanto sia diventata forte l’estrema destra, quanto sia diventata mainstream”, osserva il politologo. “Eppure, pur sapendo che l’estrema destra è intorno a noi ed è ormai parte della nostra vita quotidiana, continuiamo a comportarci esattamente allo stesso modo”.

La contraddizione è evidente, prosegue Mudde: “Anche se ripetiamo continuamente ai partiti di non collaborare con l’estrema destra, noi stessi poi ci lavoriamo insieme o partecipiamo a discussioni pubbliche con i suoi rappresentanti”. 

La situazione diventa particolarmente delicata quando le persone si conoscono da anni, quando colleghi o conoscenti hanno cambiato orientamento politico: dare un nome a quel cambiamento rischia di scatenare conflitti sul piano personale. “Sono cambiati, la conservazione è imbarazzante e quindi semplicemente evitiamo l’argomento. Credo sia una scelta profondamente sbagliata”.

Mudde non finge che i boicottaggi individuali possano da soli ribaltare i rapporti di forza:  “A livello individuale non cambia davvero nulla”, spiega. Eppure, continua a considerarli atti di coerenza politicamente significativi. “Avere dei principi non è obbligatorio, ma aiuta”.

Il mito sui “giovani uomini di destra”

Uno dei passaggi più incisivi dell’intervento di Mudde ha riguardato la narrativa dominante sulla radicalizzazione giovanile. Mudde smonta il mito diffuso dai media secondo cui figure come, il commentatore televisivo statunitense Joe Rogan, e l’influencer mascolinista Andrew Tate avrebbero convertito all’estrema destra un’intera generazione di ragazzi. “Sondaggio dopo sondaggio, emerge che i giovani uomini, in qualunque modo si scelga di definirli, restano ancora leggermente più progressisti, inclusivi se preferiamo, rispetto agli uomini più anziani”.

Il vero fenomeno, secondo Mudde, riguarda la traiettoria politica delle giovani donne. “La notizia non riguarda i giovani uomini. La vera svolta sono le ragazze”, spiega il politologo. Rispetto alle generazioni precedenti, infatti, le giovani donne si sono spostate molto più a sinistra, creando il più ampio divario di valori tra generi mai registrato nella storia recente. 

Eppure, la politica e i media continuano a concentrarsi quasi esclusivamente sulla controparte maschile.

Anche le priorità sono cambiate. I giovani collocano temi come l’alloggio in cima alle loro preoccupazioni. Le donne, più degli uomini, tendono a non considerare immigrazione e sicurezza come questioni prioritarie. Eppure, l’agenda politica resta dominata da quelle che Mudde definisce “le priorità e, in un certo senso, i modelli interpretativi degli uomini anziani”. 

Questa critica non si applica soltanto alla destra. “I partiti socialdemocratici sono ossessionati dall’idea di riconquistare il voto andato all’estrema destra, anche se non ci sono prove che abbiano perso consensi soprattutto a favore di quest’ultima”, spiega Mudde. A suo avviso, i partiti di sinistra inseguono spesso un elettorato anziano, maschile e conservatore, trascurando le giovani donne, i cui valori sono invece progressisti.

L’argomento demografico è brutale nella sua semplicità: “Gli uomini muoiono molto prima delle giovani donne. Quindi, come strategia a lungo termine, non è una mossa particolarmente intelligente. Inoltre, le giovani donne hanno già valori progressisti: per conquistarle basta essere se stessi. Con i vecchi uomini bianchi, invece, devi fingere di essere qualcun altro per convincerli”. Mudde indica poi il primo ministro laburista britannico Keir Starmer come “il peggior esempio”, impegnato a inseguire il voto di Reform Uk nonostante quel bacino elettorale sia “sostanzialmente agli antipodi rispetto alle giovani donne”.

Una sinistra di cui i giovani possano fidarsi

Questa frattura generazionale è particolarmente dannosa per la socialdemocrazia. Se l’elettorato più anziano associa ancora i partiti socialdemocratici alla costruzione dello stato sociale, quello più giovane, spiega Mudde, li associa quasi sempre con l’austerità.

“Se pensiamo ai partiti socialdemocratici, le persone che come me hanno più di 45 anni li associano alla nascita dello stato sociale” osserva il politologo. “Chi ha meno di 35 anni, invece, lo associa alle politiche di austerità, giusto? Così non può funzionare”.

Anche se questi partiti dovessero riscoprire un programma più autenticamente socialdemocratico, non è detto che riconquisterebbero rapidamente la fiducia degli elettori. Le identità politiche si formano presto. Una generazione che ha imparato ad associare i partiti di centrosinistra tradizionali ai tagli e ai compromessi tecnocratici potrebbe non lasciarsi riconquistare facilmente. “Quando avranno 35 anni e i partiti socialdemocratici saranno di nuovo davvero socialdemocratici, è probabile che queste persone pensino ancora ‘Sì, ma sappiamo cosa fate quando andate al governo’”. 

Questo spiega l’interesse di Mudde per quei politici che dimostrano una chiara identità ideologica senza però risultare politicamente ingenui: ha citato i membri democratici del Congresso statunitense Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders e il sindaco socialista Zhoran Mamdani e, in Europa, il premier socialista spagnolo Pedro Sánchez: tutte figure che, in modi diversi, parlano da una posizione politica ben riconoscibile. Quel che conta non è la purezza ideologica, ma il rifiuto di scomparire nel centro: “Quel che apprezzo di Sánchez, e che in un certo senso mi piace molto anche in Mamdani, è che sono progressisti senza scuse, dichiaratamente fuori dal coro”.

Cominciare da ciò che è vicino

Mudde non offre “soluzioni magiche”. Anzi, parte del suo messaggio è che la portata della sfida può risultare paralizzante. L’estrema destra e i suoi alleati hanno a disposizione risorse economiche, infrastrutture mediatiche, algoritmi e, in alcuni casi, il potere statale. Affrontarli tutti insieme non può che sembrare impossibile. 

Al contrario, Mudde invita ad agire a livello locale, a impegnarsi sul piano elettorale e ad affrontare conversazioni difficili all’interno della propria cerchia. “I giovani non dovrebbero ignorare o rifiutare la politica elettorale. Anche se non funziona per loro, è lo strumento più potente a disposizione della politica”. Mudde avverte anche di non limitare la mobilitazione ai soli partiti politici: il cambiamento può essere costruito attorno a essi, specialmente a livello locale. 

Il lavoro più duro è spesso quello meno gratificante. “Le ricerche dimostrano che se si parla di politica con uno sconosciuto che appartiene allo schieramento politico opposto, l’unica cosa che si ottiene è che si irrigidisca ancora di più nelle proprie convinzioni”.

I social media premiano dichiarazioni forti rivolte a persone che già condividono le stesse idee. Raramente riescono a intercettare chi potrebbe ancora essere persuaso. “Le uniche persone che possiamo sperare di raggiungere, almeno in parte, sono quelle vicine a noi. Ma sono proprio queste le conversazioni più imbarazzanti”.

L’avvertimento che Mudde lancia all’Europa è, in fondo, semplice. L’estrema destra non scomparirà solo perché perde un’elezione. Tornerà, in una forma o nell’altra, finché i partiti tradizionali non comprenderanno le frustrazioni che l’hanno portata al potere e finché la democrazia verrà difesa solo come una barricata, invece che proposta come progetto. 

Il compito, dunque, non è soltanto tenere fuori gli estremisti. È fare in modo che la democrazia liberale torni a essere qualcosa in cui valga la pena credere.

Ungheria, Romania, Polonia: l’estrema destra è stata battuta, non sconfitta

L’estrema destra può essere battuta alle urne. Ungheria, Romania e Polonia dimostrano però che questo non equivale a sconfiggere il modello politico che l’ha portata al dal potere. 

In Ungheria la vittoria schiacciante di Péter Magyar alle elezioni del 12 aprile 2026 ha messo fine a 16 anni di potere di Viktor Orbán. La minaccia dell’estrema destra, tuttavia, non è svanita. L’orbánismo resta un’eredità politica e sociale pesante: su temi come i rifugiati, i diritti LGBT+ e l’Ucraina, è ancora difficile rompere con le posizioni imposte per anni da Viktor Orbán e Fidesz.

Se da un lato il partito di Magyar sta portando avanti un’apertura lenta e solo parziale su questi fronti, dall’altro la formazione di estrema destra Mi Hazánk occupa una posizione peculiare. Con il 5,88 per cento dei voti, rappresenta oggi una delle forze che cercano di intercettare l’elettorato euroscettico e anti-establishment, posizionandosi come un potenziale ago della bilancia. 

La Romania rimanda ad un avvertimento simile. L’europeista Nicușor Dan ha vinto le elezioni presidenziali del 18 maggio 2025, sconfiggendo il candidato di estrema destra George Simion. Quest’ultimo, tuttavia, si era imposto al primo turno con un netto margine, beneficiando del sostegno del populista Călin Georgescu, vincitore del primo turno annullato nel novembre 2024. La candidatura di Georgescu era stata bloccata dalla Corte costituzionale, così come quella di un’altra figura della destra radicale, Diana Șoșoacă. 

Al ballottaggio, Dan ha beneficiato di quello che i commentatori romeni chiamano “il riflesso del male minore”: una mobilitazione degli elettori nata non tanto dall’entusiasmo, quanto dalla volontà di bloccare la strada a un candidato fortemente temuto. Oggi, l’Alleanza per l’unione dei romeni (Aur) di Simion è in testa ai sondaggi, con un consenso che oscilla tra il 30 e il 40 per cento. In un clima di forte tensione tra socialdemocratici e liberali dopo la caduta del governo Bolojan, l’Aur è diventata una forza impossibile da ignorare.

In Polonia, la Coalizione civica (Ko) centrista di Donald Tusk è arrivata al potere nell’ottobre 2023, dopo otto anni di governo del partito nazional-conservatore Diritto e giustizia (PiS). La promessa di un rinnovamento democratico avanzata dalla coalizione è stata però frenata da divisioni interne, elettori delusi e veti presidenziali che hanno bloccato riforme sociali e giudiziarie. Il calo dei consensi per il governo Tusk deriva proprio da questa paralisi istituzionale: la destra può continuare a dipingerlo come inefficace, mentre l’elettorato liberale e progressista è sempre più frustrato per una rinascita democratica che non si è ancora pienamente concretizzata.

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto collaborativo PULSE. Hanno contribuito alla sua realizzazione Boróka Parazka (Eurologus/HVG, Ungheria) e Sebastian Pricop (HotNews, Romania).

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con il portale belga Voxeurop nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.

Tag: PULSE

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