Carovana di solidarietà in Ucraina. Il punto di vista del Laboratorio Internazionalista

Costruire solidarietà con le realtà politiche e sociali attive in Ucraina, andando oltre la logica dominante dei “campi contrapposti”. Il collettivo indipendente Laboratorio per una sinistra internazionalista lo fa viaggiando nel paese e raccogliendo speranze, proposte, contraddizioni. Un’intervista

27/07/2026, Francesco Brusa
Ucraina - foto per gentile concessione di Franco Barracchia

Ucraina – foto per gentile concessione di Franco Barracchia

Ucraina - foto per gentile concessione di Franco Barracchia

Mantenere viva la solidarietà e rilanciare una prospettiva politica anche quando la “stanchezza di guerra” sembra prevalere su tutto il resto. Dal 9 al 17 maggio scorsi la prima carovana organizzata dal Laboratorio per una sinistra internazionalista – collettivo indipendente che raccoglie voci critiche che si oppongono all’invasione russa e all’imperialismo putiniano da un punto di vista movimentista – ha viaggiato per diverse città ucraine (Lviv, Odesa, Mykolaïv, Kryvyj Rih e la capitale Kyiv) portando aiuti umanitari e incontrandosi con militanti del mondo sindacale e sociale locale. Abbiamo parlato con Sergio Bellavita, attivista politico e sociale e fra i principali animatori dell’iniziativa.

Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto a organizzare la carovana?

La necessità di fondo era quella di costruire solidarietà con le realtà politiche e sociali attive in Ucraina. Cosa che in questi cinque anni di guerra si è vista raramente: durante le prime fasi del conflitto sono state messe in piedi diverse iniziative umanitarie sulla scorta dello shock emotivo legato allo scoppio della guerra (pratica che in seguito è andata un po’ scemando). Quello che è mancato però è stato appunto interloquire con quei soggetti di sinistra che ancora esistono e operano nel paese – fatto non scontato in un contesto di invasione su larga scala.

Anzi, io stesso negli anni scorsi ho partecipato ad alcune delle missioni organizzate dalla coalizione Stop the War Now (un insieme di diverse associazioni il cui capofila era la Giovanni XXIII) e devo dire che uno dei punti di frizione con la popolazione ucraina era rappresentato proprio dal nome scelto per quei viaggi. In sostanza, ci veniva contestato che l’auspicio di “fermare la guerra” andava rivolto innanzitutto al Cremlino. Non fosse stato per la decisione di Putin di invadere, nessuno in Ucraina avrebbe avuto desiderio di trovarsi nel mezzo di un conflitto armato.

Da quell’esperienza, comunque, si sono mantenute reti informali di persone che hanno continuato a recarsi nel paese aggredito. Infine, nell’ambito della prima conferenza antifascista che ha avuto luogo a Porto Alegre (Brasile) lo scorso marzo ho potuto prendere contatto con alcuni sindacalisti ucraini e anche con settori del Partito dei Lavoratori brasiliano e con il sindacato brasiliano della CUT che sostengono la resistenza di Kyiv. Sottolineo questo carattere parziale e minoritario delle interlocuzioni che ho avuto, perché anche il comunicato finale della conferenza è stato dal mio punto di vista un capolavoro di omissioni e ipocrisia nel rifiutarsi di condannare l’imperialismo di Putin e nell’evitare di pronunciare anche solo una mezza parola sulla situazione ucraina.

Perché?

Credo che il meglio dello spirito internazionalista sia venuto meno a qualche anno di distanza del crollo del Muro di Berlino, proprio per via di un’assunzione da parte di tante realtà di movimento di una logica “campista”: quello che conta non sono i valori, declinati in maniera universale, ma lo schieramento in un campo o nell’altro, appunto. Con il corollario della ricerca di paesi e nazioni che dovrebbero incarnare un ideale progressista, cosa che non ha francamente alcuna ragion d’essere al giorno d’oggi.

La crisi della rappresentanza, la cosiddetta crisi dei corpi sociali e dei corpi intermedi non è un fenomeno che riguarda un contesto specifico piuttosto che un altro ma una dinamica globale. Credo allora che il campismo sia una sorta di reazione rabbiosa e disperata di fronte alla consapevolezza di avere meno punti di riferimento che in passato, di non avere appunto più un “campo” che non sia quello dei popoli e di chi con fatica prova a ricostruire un’alternativa progressista e porta avanti iniziative importanti, seppure molecolari.

Inoltre, un tale atteggiamento fa perdere di vista il fatto che l’Unione Europea – con tutte le critiche doverose che le si possono e le si devono muovere – costituisca in effetti, e legittimamente, una sorta di “sogno” per l’Ucraina e in generale “a est”, anche per le realtà che si occupano di diritti dei lavoratori e di diritti sociali. Se non si ha presente questo punto ogni analisi sull’invasione russa diviene manchevole.

Quali sono però i maggiori punti di critica delle realtà che hai incontrato verso il governo ucraino?

Sicuramente il motivo di opposizione più forte rispetto alle politiche di Zelensky è legato alla diseguaglianza di trattamento rispetto alla popolazione. Un aspetto che si ripercuote anche sulla mobilitazione militare, vale a dire sula coscrizione obbligatoria nell’esercito: per chi intende scappare illegalmente in Polonia e in Ungheria ci sono tariffe piuttosto alte, che evidentemente si può permettere chi dispone di un reddito alto.

Questo tocca un punto politico: che tipo di paese sta difendendo chi si trova a combattere? Dal punto di vista delle realtà che ho incontrato, è chiaro che lo sforzo resistenziale è orientato a mantenere in piedi un paese che non sia preda degli oligarchi ma che invece deve diventare qualcosa di diverso rispetto al passato.

Altro elemento molto sentito: tantissimi lavoratori della sanità vengono mandati al fronte, dove in teoria sarebbero “seconde linee” ma in realtà poi si ritrovano a contrastare l’invasione in prima persona. Fattore che si aggiunge ai bassi salari e alle bassissime pensioni. Ciò crea una vistosa carenza di personale nelle città più arretrate, in cui però arrivano profughi dai territori orientali che chiaramente aumentano la richiesta.

Tuttavia, nonostante la situazione difficile e la legge marziale, l’Ucraina rimane un paese vivo e vivace – dove la possibilità di manifestare il proprio dissenso comunque trova spazio. Soprattutto, e a dispetto delle mille difficoltà che magari aumentano con il protrarsi dell’invasione, posso testimoniare che la resistenza all’invasione mantiene un carattere popolare: nessuno, anche fra coloro che cercano di sottrarsi alla mobilitazione, vorrebbe finire sotto il giogo del Cremlino. È una lotta per la libertà che di fatto dura da secoli – e che, purtroppo, una buona fetta di sinistra occidentale tende a non capire.

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