Balcani occidentali, acqua e politica di coesione: il caso Waterlink

Dopo la catastrofe della guerra, la cooperazione tra Bosnia Erzegovina, Croazia e Montenegro è ripresa anche grazie al sostegno dell’UE. Secondo episodio del reportage sulla gestione condivisa delle risorse idriche transfrontaliere

Herceg Novi, Montenegro © foxychka/Shutterstock

Herceg Novi, Montenegro © foxychka/Shutterstock

Herceg Novi, Montenegro © foxychka/Shutterstock

(Leggi la prima parte del reportage: Dalla cooperazione alla guerra: l’acqua nel cuore carsico dell’ex Jugoslavia)

Nell’area dove s’incontrano Bosnia Erzegovina, Croazia e Montenegro, la cooperazione transfrontaliera sull’acqua non è una scelta bensì una necessità imposta dalla conformazione fisica del territorio. Tale collaborazione, resa plastica dalle maxi-opere jugoslave, entrò in crisi con le guerre degli anni Novanta. Ma, col nuovo Millennio, si sono moltiplicate le iniziative per consolidare la gestione condivisa delle risorse idriche che si trovano a cavallo – o al di sotto – di quei confini che, già repubblicani, sono oggi internazionali.

Alcuni si pongono in continuità col passato, come il mega-progetto Gornji Horizonti (“Orizzonti superiori”), pianificato nel periodo socialista quale completamento del Donji Horizonti (“Orizzonti inferiori”), approfondito nell’episodio precedente di questo reportage.

In realtà, i pesanti interventi che dovrebbero interessare l’alto corso del fiume Trebišnjica, avviati nel 2023, sono attualmente bloccati, per la (temporanea) soddisfazione del variegato fronte dei detrattori dell’operazione, che ne contestano l’opacità e, soprattutto, i gravi impatti ambientali.

L’Interreg Waterlink

Di tutt’altro tenore, invece, le iniziative sostenute negli ultimi due decenni dall’UE. Attraverso l’IPA (strumento per l’assistenza pre-adesione) e il programma Interreg, pilastro della politica di coesione comunitaria incentrato sulla cooperazione trans-regionale, Bruxelles ha finanziato decine di progetti per affiancare allo sviluppo socio-economico locale la tutela della biodiversità.

Tra i 25 Interreg attivi nell’area nel periodo 2021-2027, uno in particolare si focalizza sul bacino della Trebišnjica. È il Waterlink, nome completo “Smart and Innovative Management Practices for Preservation of Regional Water Quality and Supply” e budget da quasi 1,64 milioni di euro (co-finanziati all’85% dall’Unione).

Attrezzature acquistate dal partner montenegrino del progetto Waterlink: un misuratore della pressione idraulica, con convertitore per la telelettura digitale. Foto: Francesco Bortoletto

Attrezzature acquistate dal partner montenegrino del progetto Waterlink: un misuratore della pressione idraulica, con convertitore per la telelettura digitale. Foto: Francesco Bortoletto

Lanciato ad agosto 2024 e in conclusione il mese prossimo, il progetto coinvolge un consorzio di tre partner: il Comune di Trebinje (Bosnia Erzegovina), quello di Konavle (Croazia) e la società che gestisce le reti idriche e fognarie a Herceg Novi (Montenegro), la Vodovod i Kanalizacija.

Obiettivo: ammodernare sistemi di monitoraggio e infrastrutture di distribuzione per migliorare l’approvvigionamento di acqua potabile, puntando segnatamente a ridurre le perdite tecniche. L’area è sottoposta a forte stress idrico per via della natura carsica del suolo, che assorbe le precipitazioni, mentre la variabilità stagionale dei volumi d’acqua disponibili è ulteriormente aggravata dagli effetti del cambiamento climatico.

Da Trebinje al Konavle

Di fatto, il Waterlink segue il percorso tracciato sessant’anni fa dal Donji Horizonti: “L’acqua parte da Trebinje, passa per il Konavle e arriva a Herceg Novi”, ci racconta Nataša Tučić, responsabile del progetto per l’ente capofila, il Comune di Trebinje. “Eravamo un unico Paese e tutte le infrastrutture rispecchiano questo passato comune”, ragiona, aggiungendo che “oggi, attraverso progetti come questo, torniamo a cooperare e imparare reciprocamente”.

“Le infrastrutture sono usurate, alcune hanno più di un secolo, e coi sistemi di misurazione obsoleti è difficile individuare i guasti”, sottolinea Tučić. Risultato: tubature che somigliano a un colabrodo. “A Konavle le perdite si attestano sul 30%, a Trebinje oscillano intorno al 55%, a Herceg Novi sfiorano addirittura l’80%”, puntualizza, riferendosi all’acqua dispersa sul totale immesso in rete. Ma persino misurare questi valori non è scontato, ed è qui che entrano in gioco le tecnologie sponsorizzate dall’UE.

Il cuore del Waterlink è un database GIS (acronimo di Geographic Information System), elaborato tramite una serie di rilevatori digitali che mappano l’intera infrastruttura regionale – condotte, valvole, serbatoi, allacciamenti, stazioni di pompaggio eccetera – rilevando in tempo reale tutti i dati tecnici indispensabili al monitoraggio di componenti idrauliche e consumi. La telelettura dei dati permette di individuare guasti, perdite e sprechi, aumentando l’efficacia degli interventi dei partner nelle rispettive reti locali.

Il fiume Ljuta, la principale risorsa idrica del Konavle, nei pressi di Gruda. Foto: Francesco Bortoletto

Il fiume Ljuta, la principale risorsa idrica del Konavle, nei pressi di Gruda. Foto: Francesco Bortoletto

Col supporto dell’Interreg si monitora anche la qualità dell’acqua. Il partner croato ha installato un laboratorio di analisi nell’impianto di depurazione di Molunat, vicino al confine montenegrino, del valore di oltre 183mila euro.

“Un altro obiettivo importante”, dichiarano a OBCT Perica Pušić e Jelena Banović, coordinatori di progetto per il Comune di Konavle, “è l’interconnessione delle reti idriche orientale e occidentale, rifornite rispettivamente dalle sorgenti carsiche di Konavoska Ljuta e Duboka Ljuta, tramite una condotta di 2 chilometri”. Attualmente, specificano, “stiamo finalizzando la documentazione per la connessione, che rafforzerà la sicurezza dell’approvvigionamento idrico nel Konavle”.

La prospettiva di Herceg Novi

Herceg Novi, incastonata all’ingresso della Boka Kotorska  (Bocche di Cattaro) vicino al confine croato, storicamente si rifornisce d’acqua dall’Opačica, breve fiume carsico che, pur costituendo la principale fonte d’acqua dolce dell’area, non può coprire da solo il fabbisogno umano. In proporzione, la parte del leone nell’approvvigionamento idrico locale la fa il lago di Bileća, da dove l’acqua è convogliata via Plat dal Donji Horizonti.

Ma quel flusso – già dimezzatosi durante la guerra – è discontinuo: viene sospeso periodicamente in concomitanza delle manutenzioni nelle condotte croate, imponendo a Herceg Novi un paio di settimane l’anno di razionamenti, a giugno o settembre. Quando ciò avviene, l’Opačica rappresenta un’ancora di salvezza.

L’edificio che ospita la sala operativa a Zelenika, presso la stazione di pompaggio dell’Opačica. Foto: Francesco Bortoletto

L’edificio che ospita la sala operativa a Zelenika, presso la stazione di pompaggio dell’Opačica. Foto: Francesco Bortoletto

“D’inverno basta l’acqua del Bileća, circa 330-360 m3/secondo, mentre nella stagione estiva, quando il fabbisogno aumenta, prendiamo altri 120-160 m3/secondo dall’Opačica”, ci spiega Luka Radović, dipendente della Vodovod di Herceg Novi, mostrandoci il centro di monitoraggio allestito nella stazione di pompaggio presso la sorgente carsica del fiume, nella frazione orientale di Zelenika.

Nella sala operativa ci sono strumentazioni tecnologiche per circa 600mila euro acquistate col Waterlink. Da lì si effettuano a distanza le misurazioni delle varie componenti della rete locale: uno schermo aggiorna ogni quarto d’ora la situazione dei 18 serbatoi idrici cittadini (“per ora vediamo solo i nostri, ma presto avremo anche i dati degli altri partner”, assicura Radović), un altro riporta le rilevazioni del GIS che monitora i consumi lungo 240 chilometri di tubature tramite 80 flussimetri sparsi nel territorio comunale.

Il pezzo forte è il Cloud, un sistema che individua le fuoriuscite evidenziandole con colori diversi (verde, giallo e rosso) a seconda della gravità. “In estate, quando la pressione nelle condotte è più bassa, le perdite si attestano sul 62-63% e scendono al 50% in agosto”, precisa Radović, rimarcando che “prima dell’Interreg superavamo il 75% in estate, mentre in inverno sono ancora maggiori”.

Scovate le perdite, vanno poi messe le pezze. Tuttavia, la municipalizzata è sotto organico: “Vediamo più problemi di quanti riusciamo a risolvere”, ammette Radović, lamentando la carenza di personale ed enfatizzando che “per ogni buco che aggiustiamo ne escono sempre altri”. Ma guarda il bicchiere mezzo pieno: nel 2025 gli interventi di riparazione sono stati circa 950, meno della metà di quelli del 2023, segno che il progetto produce risultati concreti.

Le strumentazioni digitali acquistate dalla Vodovod di Herceg Novi coi fondi del Waterlink. Da sinistra, gli schermi mostrano: i serbatoi cittadini, il Cloud ed il database GIS. Foto: Francesco Bortoletto

Le strumentazioni digitali acquistate dalla Vodovod di Herceg Novi coi fondi del Waterlink. Da sinistra, gli schermi mostrano: i serbatoi cittadini, il Cloud ed il database GIS. Foto: Francesco Bortoletto

Contro la tecno-burocrazia?

Non mancano tuttavia le voci critiche. Se le mega-infrastrutture jugoslave hanno indubbiamente causato danni ambientali, l’approccio dell’UE apre interrogativi nuovi. “Laddove le grandi opere dell’epoca socialista rispondevano, almeno parzialmente, anche a logiche redistributive, Bruxelles gestisce questi progetti in maniera burocratica, promettendo asettiche soluzioni tecniche che però producono effetti reali sulle comunità e gli ecosistemi locali”, sostiene Dženeta Hodžić, ricercatrice dell’ISOE – Institut für sozial-ökologische Forschung (Istituto di ricerca socio-ecologica) di Francoforte.

Rifacendosi al concetto di “diplomazia infrastrutturale”, la studiosa punta il dito contro quella che vede come una “depoliticizzazione delle istanze collettive di partecipazione democratica ai processi volti al miglioramento del territorio”, portata avanti dall’esecutivo comunitario. Di contro, Hodžić auspica un “modello informale di cooperazione transfrontaliera dal basso, più equo e inclusivo”, che coinvolga residenti ed esperti in modo trasversale.

E suggerisce una prospettiva “olistica” per la pianificazione di strategie e infrastrutture: “Serve un approccio integrato alla gestione delle acque carsiche”, afferma a OBCT, per “comprendere appieno il funzionamento dei bacini idrografici, concentrandosi sulle sinergie tra i piani ambientale, economico e sociale”.

*L’autore ringrazia il collega Marco Ranocchiari per la collaborazione nell’intervista al partner bosniaco.

This article was produced as part of the EuSEE project, co-funded by the European Union. However, the views and opinions expressed are solely those of the author(s) and do not necessarily reflect those of the granting authority, and the European Union cannot be held responsible for them.