Adriatico il mare di mezzo
Il nuovo numero di “Mappe” del Touring Club Italiano esplora l’Adriatico come spazio di connessioni, memorie e appartenenze condivise. Attraverso contributi di scrittori, storici e artisti delle due sponde, il volume racconta un mare che da secoli unisce popoli, culture e immaginari tra Italia e Balcani

Illustrazione di Mara Cerri nel volume “Adriatico. Il mare di mezzo”
Illustrazione di Mara Cerri nel volume "Adriatico. Il mare di mezzo"
Tante sono le definizioni date all’Adriatico e tanti sono anche i nomi che ha avuto: Golfo di Venezia è di sicuro quello più noto, duraturo, militarmente e commercialmente imposto per secoli, fino al fatidico 1787, quando cade la Repubblica. Mare superum era per i romani che lo hanno considerato infido per motivi meteorologici e militari.
Mare dell’intimità lo definisce Predrag Matvejević nel 1987 in Mediteranski brevijar, pubblicato in Jugoslavia e poi tradotto in molte lingue. Una definizione usata e abusata che, non mi stanco mai di dire e scriverne avendone parlato direttamente anche con Predrag, intimo non ha solo un’accezione positiva, ma implica qualcosa che riguarda aspetti sottaciuti, incompresi, qualche volta disturbanti. Quest’ultima è la definizione che riprende Ottavio Di Brizzi in apertura del nuovo numero di Mappe, elegante rivista del Touring Club Italiano, intitolata “Adriatico il mare di mezzo”.
di
Editore: Touring Club Italiano
Un Adriatico che impone adiacenze, contiguità, “una relazione più o meno feconda, in guerra o in commercio, ma sempre necessaria”. Molto bella ed evocativa la foto di copertina di Yuri Ancarani, che è un fotogramma del suo film Atlantide uscito nelle sale nel 2021 e pluripremiato. C’è un ragazzino che si prepara per un tuffo da un pontile della ACTV in una Laguna di Venezia che è archetipo adriatico o almeno di buona parte della sua costa occidentale che per colori, sabbie, torbidità, eutrofizzazioni ha le sembianze di paesaggi lagunari. Paesaggi contaminati, li definisce lo stesso Ancarani che firma uno scritto originale e poetico, che parte dal 1964, anno di uscita nelle sale de Il deserto rosso, il primo capolavoro a colori di Michelangelo Antonioni, ambientato a Ravenna, tra la città e il porto, le chiese e le industrie, in quella campagna attraversata da canali dove “Ormai vediamo passare le navi tra gli alberi”, usando le parole di Antonioni. Una frase che “concentra tutta la vertigine di uno spazio che ha perso le sue categorie tradizionali”, scrive Ancarani.
Registi, artiste tra cui l’illustratrice Mara Cerri, scrittrici, storici e tante altre figure culturali e non, vanno a comporre un racconto corale articolato in tre sezioni: Il sogno, Lo sguardo, Lo specchio. Testi arricchiti da mappe, disegni, fotografie, infografiche, oltre alla ripubblicazione del reportage sulla progettata e mai realizzata “Via subacquea Venezia-Lido”, uscito nel 1913 sulla rivista mensile del TCI.

Via subacquea Venezia-Lido- in “Adriatico. Il mare di mezzo”
Il mare è territorio plurale, fatto di mondi sovrapposti sul confine orientale, per Raoul Pupo. Il mare della compresenza è invece quello descritto da Egidio Ivetic che parte da una sintetica ma necessaria analisi dove la geografia s’intreccia con la botanica, il paesaggio con la storia. “La compresenza è senz’altro il registro riconoscibile dell’Adriatico: un mare che è sentito sul piano identitario da chi lo abita, come non accade altrove nel Mediterraneo e in altri mari chiusi”. Puntualizzando che probabilmente, quando si vive sul mare e si scrive del mare, sarebbe preferibile sostituire identità con appartenenza, più plastica e accogliente, meno pericolosa e respingente, rimane però indiscutibile l’attrazione delle genti che abitano sulle rive per una cultura adriatica fatta di inestricabili, fruttuose relazioni.

Infografica nel volume “Adriatico. Il mare di mezzo”
Sono quelle che in tempi e modi differenti raccontano due scrittrici che hanno scelto l’italiano per parlarci: Elvira Mujčić e Ornela Vorpsi. La prima bosniaca d’origine che, a seguito delle tragiche vicende della ex-Jugoslavia, si è trasferita con la madre e i fratelli in Italia, dove ha studiato, vive e lavora. La seconda nata a Tirana, dove è cresciuta e ha studiato per trasferirsi poi a Milano, concludendo il suo percorso universitario a Parigi.
“Forse è in mezzo all’Adriatico che staresti bene. Quando sei in Italia ti struggi per tornare in Bosnia, quando sei in Bosnia non fai che criticare tutto. Invece, guardati qui, nessuna terra da cui fuggire”
Due donne della sponda orientale, accomunate dalla lingua italiana scelta per scrivere alcuni dei loro romanzi. Mujčić racconta qui La via di Ulysses, un’esperienza teatrale che mette insieme, con caparbietà e orgoglio, “le genti e i cocci di un paese che non c’è più”, che si interroga su quanto tempo sia necessario perché di un mondo non rimanga nessuna traccia. Un’inquietudine che vive da quando era bambina, che faceva dire a sua madre quando erano sul traghetto Ancona-Spalato, “Forse è in mezzo all’Adriatico che staresti bene. Quando sei in Italia ti struggi per tornare in Bosnia, quando sei in Bosnia non fai che criticare tutto. Invece, guardati qui, nessuna terra da cui fuggire”.
Vorpsi firma L’identità è una geografia instabile, a partire dalla percezione degli albanesi che, dagli anni Settanta alla caduta del regime comunista, vedevano l’Italia come la meta preferita dei loro sogni. Se incomprensibili erano per loro le lingue delle limitrofe Jugoslavia e Grecia, nutrivano per l’italiano una speciale attrazione e “capivamo ciò che veniva detto senza aprire il vocabolario”. Di certo con la complicità di Raffaella Carrà, Corrado, Mike Bongiorno e di tanti altri volti televisivi che impazzavano sul piccolo, magico schermo.
Successivamente, dopo anni anche difficili trascorsi in Italia, la scrittrice albanese si rese conto che “l’Adriatico non era un mare neutro: era un dispositivo”, un mare che è stato laboratorio di immaginari, non solo un luogo fisico. Un doppio specchio, riprendendo sempre una definizione della Vorpsi, che forse come Alice, Lorenzo Pavolini attraversò nei primi anni Novanta per un viaggio che aveva il sapore di una missione di scoperta antropologica, prima che geografica e culturale. Per conoscere un popolo segregato tra le montagne che commetteva reato anche solo puntando “le antenne televisive al di là del mare per affacciarsi sui nostri Gabibbi in tumultuosa proliferazione”. Ma il viaggio di Pavolini è anche letterario e cinematografico, sulle tracce di Mario Rigoni Stern, Maria Corti, Gianni Amelio e Alessandro Leogrande. Di quest’ultimo, acuto e raffinato scrittore che oggi avrebbe solo 49 anni, avremmo bisogno per raccontarci ancora l’Adriatico dove naufragò la Kater i Rades speronata da una corvetta della marina italiana, e il Mediterraneo dove continuano a naufragare e affogare migliaia di profughi tutti gli anni. Anche attraverso i libri di Leogrande dovremmo guardare l’Adriatico, di ieri, di oggi e di un domani, “che forse non arriverà mai”.
Un Adriatico che, malgrado le incertezze e le contraddizioni politiche ed economiche, sarà sempre la nostra amata, indispensabile foresta blu.
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