Una scatola di cartone aperta © New Africa/Shutterstock

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Con un'affluenza al voto anemica, attorno al 30%, i socialdemocratici - nonostante le previsioni che li davano in caduta libera - si sono confermati ieri primo partito nel paese. Seguono PNL, USR-Plus e gli ultranazionalisti di AUR

07/12/2020 -  Francesco Magno

Le elezioni romene tenutesi ieri, 6 dicembre 2020, hanno fatto registrare diverse sorprese, alcune clamorose, altre meno, ma hanno regalato uno scenario che nessun analista aveva previsto in questi termini. Con più del 90% dei voti scrutinati, al primo posto vi è il partito social-democratico (PSD) - cui molti assegnavano la seconda, se non la terza, piazza – con il 30% dei voti, seguito dal partito nazional-liberale (25%) e da USR-Plus (15%).

La più incredibile delle novità è l’exploit del partito ultra nazionalista AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni), una formazione che alle ultime amministrative di settembre aveva fatto fatica a raggiungere l’un per cento, e che da domani sarà la quarta forza politica in Parlamento, avendo raggiunto un insperato 8%. Bassissima l’affluenza, intorno al 30%. I risultati di questa tornata elettorale, seppur sorprendenti, possono essere facilmente interpretati.

Il PSD tiene, nonostante tutto

Uno dei colpi di scena della serata di ieri sera è stato il sorpasso dei social-democratici ai danni dei liberali. Ben cinque sono i punti percentuali che dividono le due compagini, sebbene manchi ancora il voto della diaspora che potrebbe assottigliare – anche di molto – la distanza. Come spiegare la tenuta del PSD, da molti dato addirittura al terzo posto nelle analisi pre-elettorali? Nell’ultima settimana i sondaggi avevano registrato un riavvicinamento, tanto che nelle previsioni più fresche il distacco era segnalato in pochi punti percentuali a favore del PNL. A dispetto del tradizionale senno del poi, nessuno aveva però ipotizzato un sorpasso così netto, considerando anche che i social-democratici erano usciti sconfitti nelle ultime tre grandi tornate elettorali: le europee del maggio 2019, le presidenziali di un anno fa, e le amministrative dello scorso settembre, nelle quali avevano anche perso Bucarest (a distanza di tre mesi, nella capitale il PSD è stato, insieme a USR-Plus, il partito più votato).

Il PSD ha inoltre condotto una campagna elettorale molto più mesta rispetto al passato, più economica e meno pervasiva mediaticamente. Ciononostante, a distanza di quattro anni si è confermato primo partito. Come spiegare questo successo? Innanzitutto bisogna rimarcare che i social-democratici non hanno guadagnato nuovi voti, ma si sono limitati a conservare lo zoccolo duro del loro elettorato, concentrato soprattutto nelle aree rurali del sud. Basti pensare che nel 2016 il partito aveva ottenuto il 45%, quindici punti in più di ieri. La base del PSD è fidelizzata e non a caso, nessuno dei sondaggi dava il PSD con una percentuale più bassa del 22-25%. L’affluenza bassissima e il crollo elettorale delle forze di centro-destra lo hanno spinto fino al 30%. Di conseguenza, più che nel PSD, le ragioni di questi numeri vanno ricercate nella sonora sconfitta delle forze moderate.

Il fallimento del centro-destra

Più che per la vittoria del PSD, le elezioni del 2020 verranno ricordate per la sconfitta del partito nazional-liberale. Il PNL non è riuscito a mobilitare la stessa massa di votanti che lo avevano sostenuto alle europee e alle presidenziali; elettori che, al contrario, hanno deciso di punire il “loro” partito non andando a votare. La pandemia ha sicuramente contribuito a spingere all’astensione molti elettori moderati, che per evitare rischi di contagio non si sono recati a votare, ma il COVID da solo non basta a spiegare la sconfitta.

Nell’articolo pre-elettorale avevamo segnalato i mormorii dell’opinione pubblica verso il crescente protagonismo del presidente della repubblica Klaus Iohannis, di fatto primo ministro ombra. Non è difficile immaginare che l’astensione dell’elettorato moderato e tendenzialmente di centro-destra sia, in realtà, una forma di protesta verso un presidente che, ormai da mesi, sembra del tutto uscito dal suo recinto istituzionale. I perenni attacchi di Iohannis al PSD, che il presidente ha accusato di ogni possibile nefandezza amministrativa anche nel periodo di maggiore debolezza dei social-democratici, uniti ai sempre più numerosi scandali che hanno colpito il PNL, hanno favorito il progressivo allontanamento degli elettori liberali, che hanno chiaramente optato per l’astensione.

Quando si analizzano i dati sull’affluenza, bisogna sottolineare che a boicottare le urne non sono state le classi rurali o povere, bensì il ceto medio urbano. Nonostante le enormi proteste di piazza anti PSD del febbraio 2017 e dell’agosto 2018, che proprio in quel ceto medio urbano avevano i promotori principali, ieri la borghesia di Bucarest, di Cluj, di Iași, ha deciso di restare a casa. A pagarne le spese sono stati i liberali e la coalizione USR-Plus, che i sondaggi davano ben sopra il 20%, e che invece si è assestata su un deludente 15%, pagando la mancanza di carisma dei suoi vertici e una certa ingenuità politica. Basti pensare che uno dei suoi leader, l’ex premier Dacian Cioloș, in occasione dell’ultimo dibattito elettorale, in maniera molto goffa ha detto di voler aspettare prima di vaccinarsi, perché non rassicurato dai tempi rapidi della produzione del farmaco. Una dichiarazione che ha infiammato la retorica complottista e che ha scontentato il tradizionale elettorato di USR-Plus, fatto da giovani scolarizzati di ambiente urbano.

Il ritorno dell’ultra-destra

La vera grande sorpresa delle elezioni di ieri è pero il ritorno sulla scena politica mainstream di un partito di estrema destra, che mancava in Romania dai tempi dell’eccentrico Corneliu Vadim Tudor. Il partito AUR ha infatti ottenuto l’8% dei voti, superando ampiamente lo sbarramento posto a 5.

Nata come formazione a favore dell’unione tra Romania e Moldavia, guidata da un personaggio ambiguo di nome George Simion, AUR rispetta tutti i parametri del tradizionale partito ultranazionalista, che si autoproclama in difesa di nazione, famiglia e religione. Se analizziamo nel dettaglio i numeri, tuttavia, neanche il risultato di AUR sembra incomprensibile. L’elettorato più estremista nel 2016 ha votato per il PSD, all’epoca guidato da Liviu Dragnea, personaggio che non perdeva occasione per sobillare gli spiriti nazionalisti, che in lui non facevano fatica a riconoscersi. L’attuale leadership del PSD, pur non avendo del tutto abbandonato i suoi tratti populisti, ha rinunciato alla retorica più estrema e agli slogan nazionalisti, spingendo quindi quel genere di elettorato verso l’unica formazione che propugna valori ultra-conservatori. Sarebbe sbagliato, tuttavia, dire che in Romania l’ultra-destra è nata con AUR. Chi segue da tempo la politica romena sa che rigurgiti estremisti sono sempre esistiti, inglobati in formazioni molto diverse tra loro.

E adesso?

Nessun partito può governare da solo. E di conseguenza l’unica strada possibile è un governo di coalizione. Le uniche due formazioni che potrebbero unirsi per formare un esecutivo sono il PNL e USR-Plus che però, stando ai numeri attuali, non raggiungerebbero la soglia del 51%. Per questo, dopo aver completato lo scrutinio del voto della diaspora, inizieranno le negoziazioni. Come spesso accade in Romania, il partito della minoranza ungherese (UDMR), con il suo 7%, diventerà interlocutore obbligatorio per chiunque voglia tentare di formare un governo. Seguiranno settimane molto complesse. In un paese duramente colpito da pandemia e crisi economica, i partiti dovranno fare in fretta.


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