Foto: Niccolò Caranti/OBCT (CC BY)

Un gruppo di esperti si è riunito per discutere di alcuni aspetti problematici degli spazi informativi online e formulare proposte concrete ai decisori politici. In Italia un preoccupante vuoto normativo, che danneggia innanzitutto i cittadini

24/05/2019 -  Redazione

Le imminenti elezioni europee hanno riportato al centro del dibattito i timori di interferenze da parte di attori interni ed esterni sui processi democratici attraverso i social media. Un gruppo di esperti (ricercatori, giornalisti, esponenti delle istituzioni, rappresentanti della società civile) si è riunito lo scorso 14 maggio a Roma per condividere idee e punti di vista nuovi sul fenomeno. L’obiettivo era arrivare al termine con una serie di proposte concrete a tutela dell’integrità del dibattito pubblico in Italia.

Quello dell'assenza di regolamentazione della propaganda politica online, in particolare sui social network, è uno dei punti emersi con maggiore forza. Da qui la necessità di una legge che obblighi le piattaforme alla trasparenza rispetto agli annunci mostrati all’utente.

Il workshop, dal titolo “Le elezioni ai tempi dei social media”, è stato organizzato da OBC Transeuropa / Centro per la cooperazione internazionale (OBCT/CCI), in collaborazione con la Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (CILD).

Queste, in sintesi, le considerazioni emerse:

  1. Serve una legge che regolamenti la propaganda politica online, così come avviene per la comunicazione politica tradizionale, ad esempio attraverso l’istituzione di un archivio pubblico, indipendente dalle piattaforme, che consenta a chiunque di verificare in tempo reale alcuni parametri dei contenuti sponsorizzati: il messaggio, l’inserzionista, come è stato definito il target, quanto è stato speso.
  2. Cosa non fare: Rimuovere contenuti o chiudere pagine non serve e rischia di essere dannoso.
  3. Affidarsi all’autoregolamentazione delle piattaforme è inefficace; inoltre è pericoloso affidare alle piattaforme la decisione riguardo ai contenuti da rimuovere.
  4. Prima che dalla tecnologia, la diffusione della disinformazione online dipende da meccanismi cognitivi e psicologici che tendono a rendere inefficaci interventi di fact-checking o debunking.
  5. Bisogna agire prima che si inneschi la diffusione di disinformazione, adottando narrative capaci di abbassare la polarizzazione delle opinioni sul tema in oggetto.
  6. Il fact-checking come verifica del singolo contenuto è poco efficace, deve piuttosto spostare l’attenzione sull’intero contesto informativo: qualità delle fonti, pubblico, target, intermediari.
  7. Ottenere più trasparenza sui meccanismi di diffusione delle informazioni sul web significa restituire maggiore controllo all’utente e può contribuire a ricostruire un clima di fiducia.
  8. Occorrono più ricerca multidisciplinare e fondi per la ricerca, più competenza giornalistica, più confronto tra i vari portatori di interesse per migliorare il livello del dibattito pubblico e politico su questi temi.
  9. Occorre fare massa critica, rafforzando sia la cooperazione transfrontaliera ed interistituzionale tra autorità di garanzia, sia il dialogo tra autorità indipendenti e società civile.

 

Nella prima sessione sono intervenuti Walter Quattrociocchi e Fabiana Zollo (Università Ca’ Foscari di Venezia), Nicola Bruno (Dataninja) Giorgio Comai, (OBC Transeuropa / Centro per la cooperazione internazionale), con la moderazione di Fazila Mat (OBCT/CCI). Nella seconda, moderata da Tommaso Scannicchio (CILD), si sono confrontati Fabio Chiusi (Valigia Blu / Nexa Center for Internet & Society), Riccardo Acciai (Garante per la protezione dei dati personali), Daniele De Bernardin (Openpolis) e Antonella Napolitano (Privacy International).

 

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto ESVEI, co-finanziato da Open Society Institute in cooperazione con OSIFE/Open Society Foundations. La responsabilità dei contenuti di questa pubblicazione è esclusivamente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. 


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