Albania, elezioni anticipate unica via d’uscita?
L’Albania ha bisogno di un accordo politico che vada oltre la questione di chi debba governare, affrontando temi quali la responsabilità democratica, la competizione elettorale, l’integrazione nell’UE e la riforma dei partiti politici. Un’intervista al politologo Afrim Krasniqi

Afrim Krasniqi – foto archivio privato
Afrim Krasniqi - foto archivio privato
La crisi politica in Albania si è aggravata dopo mesi di proteste, un crescente malcontento dell’opinione pubblica e nuovi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Quello che era nato come un movimento civico in gran parte pacifico si è trasformato in un confronto più aspro, mettendo in luce il divario sempre più ampio tra i cittadini e l’establishment politico.
In un’intervista a OBCT, il politologo Afrim Krasniqi analizza le proteste, le prospettive di elezioni anticipate e le debolezze strutturali del sistema politico albanese. Secondo l’esperto, le autorità hanno perso l’occasione di confrontarsi seriamente con le richieste dei manifestanti, lasciando che la frustrazione crescesse e che il movimento si radicalizzasse.
Da diversi mesi l’Albania è teatro di proteste civiche che sono evolute nella recente mobilitazione studentesca. Tra le richieste ricorrenti figurano le dimissioni di Edi Rama, la formazione di un governo di transizione e lo svolgimento di elezioni parlamentari anticipate. Quali condizioni politiche sarebbero necessarie perché le istanze dei manifestanti si traducano in un nuovo processo elettorale?
Le proteste hanno offerto all’Albania un’opportunità ideale per riflettere sugli errori commessi nell’ultimo decennio. Si è trattato di manifestazioni civiche, pacifiche e di massa, portatrici di un messaggio collettivo ed estremamente diretto, svincolato da qualsiasi interesse politico. Sarebbe sorprendente se l’establishment sprecasse un’occasione simile, anziché prendere in considerazione, rispettare o quantomeno ascoltare i giovani.
Purtroppo, i politici hanno mostrato più entusiasmo nel denigrare e accusare i manifestanti che nell’affrontare le loro richieste. Se tali istanze fossero state prese sul serio, si sarebbero potute evitare molte delle scene a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, così come la radicalizzazione delle proteste.
Il protrarsi delle manifestazioni pacifiche, la mancanza di una risposta istituzionale, la loro progressiva monotonia e il calo di intensità hanno dato vita ad uno scenario diverso. La radicalizzazione e gli interventi della polizia, in particolare gli scontri iniziali, hanno trasformato le proteste in un aspro confronto, sfociato in episodi di violenza e in una percezione negativa, spingendo il Paese verso una situazione del tutto differente. Chiunque abbia familiarità con la politica comprende che siamo giunti ad un punto in cui le cose non possono più continuare così. Sono necessarie riforme, miglioramenti e una riflessione approfondita. Il sistema politico ha bisogno di un nuovo inizio, con più spazio per i giovani, una maggiore democrazia e il rispetto dello Stato di diritto. Sono già emersi individui e gruppi che hanno il potenziale per farsi interpreti di questo bisogno di cambiamento.
Se questo movimento dovesse portare alla creazione di nuovi partiti politici, quali sarebbero le sfide principali nel trasformare la mobilitazione civica in rappresentanza istituzionale?
Credo che ci saranno diversi tentativi di fondare nuove entità politiche; sono a conoscenza, del resto, di alcune iniziative concrete. Tuttavia, ritengo che la creazione di un partito sia solo il primo passo.
Se vogliamo cambiare l’Albania, non basta fondare un partito a sé stante. È necessario creare una formazione politica che porti con sé uno spirito nuovo, persone integre, nonché idee e prassi diverse da quelle dei partiti tradizionali. Deve offrire ai cittadini qualcosa che, nel nostro sistema politico, non hanno mai avuto prima.
Questa è la sfida principale che devono affrontare i giovani che intendono fondare dei partiti, e i nuovi partiti in generale. Non sono certo che abbiano colto e compreso appieno questo messaggio.
Se riuscissero a creare una formazione politica di questo tipo, potrebbero ottenere dei risultati, come abbiamo visto con i nuovi movimenti in Croazia, Spagna o Grecia, o con i recenti sviluppi in Serbia e Macedonia del Nord. Un esempio a livello regionale è l’esperienza di Vetëvendosje in Kosovo.
Ripensando all’accordo del 2017 per l’istituzione di un governo tecnico (siglato da Rama e dall’allora leader del Partito Democratico, Lulzim Basha, a seguito della protesta dell’opposizione durata 90 giorni), come valuta l’impatto di tale prassi sugli sviluppi successivi in Albania?
L’accordo del 2017 è stato un patto politico volto a risolvere una crisi specifica, ma non ha stabilito un meccanismo sostenibile per garantire la fiducia nel processo elettorale. Ha permesso all’opposizione di partecipare alle elezioni, ma non ha risolto i problemi strutturali del sistema politico ed elettorale.
Credo che l’Albania potrebbe prendere in considerazione altri modelli, soprattutto tenendo conto della profonda sfiducia che intercorre tra le diverse parti politiche. La Macedonia del Nord ha adottato per anni, in vista delle elezioni, un modello di governo tecnico, mentre la Bulgaria dispone di un meccanismo di governo provvisorio sancito dalla propria Costituzione. Personalmente, ritengo il modello bulgaro più ragionevole e degno di essere preso in esame, poiché il primo ministro ad interim viene scelto tra alti funzionari istituzionali e non necessariamente dai leader dei due partiti.
Forse l’Albania, dato l’attuale livello di sfiducia, avrebbe bisogno di un meccanismo simile. Ciò è tanto più rilevante se si considera che i rapporti internazionali sul monitoraggio elettorale continuano a sottolineare la difficoltà di separare nettamente lo Stato dal partito al potere.
I politici albanesi accetterebbero volentieri una soluzione del genere? Non credo. Si incontrerebbe una notevole resistenza. La comunità internazionale è pronta a imporla? Anche in questo caso, non credo: l’Albania non è né un attore geopolitico di primo piano, né una priorità tale da giustificare un intervento di questo tipo.
In ultima analisi, la soluzione resta una responsabilità degli attori politici interni. Il problema è che, nelle circostanze attuali, non si intravede ancora la volontà politica di orientarsi verso un governo tecnico o un nuovo accordo. Tanto più che in gioco c’è anche la carriera politica personale di Edi Rama.
L’attuale Codice elettorale prevede un sistema a liste miste, in cui alcuni candidati sono inseriti in liste bloccate, mentre altri sono soggetti al voto di preferenza. Come funziona, in concreto, questo sistema? Questo modello favorisce i leader di partito nella composizione del Parlamento?
Non ritengo che l’attuale formula sia valida. Abbiamo un parlamento in cui la maggioranza dei deputati viene determinata attraverso meccanismi che continuano a conferire ai leader dei partiti politici un’influenza considerevole. L’apertura parziale delle liste non ha mutato la natura fondamentale del sistema.
C’è poi un altro problema. Anche quando i candidati vengono eletti tramite il voto di preferenza, ciò non significa necessariamente che siano stati scelti i migliori. L’atteggiamento degli elettori varia da zona a zona. Nei centri urbani, le persone possono votare per figure pubbliche dotate di un profilo solido e di integrità , come Jorida Tabaku o altri esponenti simili. In altre aree, specialmente in periferia, gli elettori privilegiano spesso individui facoltosi, dotati di forti legami informali o di una notevole capacità di mobilitazione dell’elettorato.
Ci troviamo di fronte ad una situazione eterogenea, che va analizzata caso per caso. Ma, come modello, non credo che funzioni. Né il sistema basato sulle nomine, né il voto di preferenza hanno portato ad un parlamento di qualità superiore. Di fatto, non considero l’attuale parlamento qualitativamente migliore di quelli che lo hanno preceduto. Questa è anche una delle più grandi delusioni per le giovani generazioni. Vediamo in aula persone giovani che, nonostante la loro età , rappresentano una mentalità politica assai distante da quella delle generazioni odierne. Spesso si rivelano impreparate, sia sul piano politico che professionale, a proporre idee nuove.
Il problema, dunque, non risiede semplicemente nell’età dei politici, bensì nella loro mentalità e nella qualità della rappresentanza politica.
L’attuale sistema elettorale influisce sulla rappresentanza dei partiti minori o di nuova formazione in Parlamento? Alle ultime elezioni, alcune nuove forze politiche hanno ottenuto una rappresentanza parlamentare, ma con un numero di seggi non proporzionale al consenso ricevuto a livello nazionale…
Indubbiamente, per i nuovi partiti esiste uno svantaggio. Tuttavia, ritengo anche che Mundësia, Lëvizja Bashkë e Shqipëria Bëhet abbiano commesso degli errori nel loro approccio strategico.
Un partito appena nato non può presentarsi alle elezioni su tutto il territorio nazionale come se disponesse delle strutture organizzative e delle risorse dei partiti tradizionali. È necessario un approccio strategico: ad esempio, un partito potrebbe concentrarsi su Tirana, un altro su Valona, sostenendosi a vicenda. Esistono accordi e coalizioni; la politica consiste proprio in questo.
La politica non si riduce al semplice confronto diretto tra idee diverse. Serve anche l’intuito politico necessario per capire come massimizzare la propria rappresentanza e creare meccanismi che diano alle proprie idee una concreta possibilità di successo.
Credo che questi partiti abbiano fallito anche a causa dell’eccessiva centralità dei loro leader. Di conseguenza, la loro rappresentanza parlamentare è risultata più limitata di quanto il consenso elettorale avrebbe consentito. Allo stesso tempo, il numero di voti ottenuti evidenzia la natura sproporzionata del sistema: per conquistare un seggio in Parlamento, un nuovo partito può trovarsi a dover ottenere molti più voti rispetto al Partito Socialista o al Partito Democratico; una condizione, questa, del tutto sproporzionata e ingiusta.
Non dobbiamo dimenticare che le regole del gioco sono state stabilite dai partiti che dominano il Parlamento, al fine di tutelare i propri interessi politici, spesso a scapito delle nuove formazioni.
I nuovi partiti devono individuare forme di collaborazione che riducano al minimo la dispersione di voti causata dal sistema elettorale. Questa è una delle lezioni principali da trarre dalle ultime elezioni.
Rispetto ai grandi partiti, dotati di strutture consolidate e risorse, quali ostacoli incontrerebbe un nuovo movimento civico che intenda partecipare alle elezioni?
Il problema principale non è il modo in cui i partiti utilizzano i fondi pubblici, bensì il finanziamento informale, la provenienza sospetta o illecita del denaro e le donazioni non dichiarate.
Servono una normativa più rigorosa e meccanismi efficaci per individuare e sanzionare i soggetti che traggono beneficio da finanziamenti illeciti o informali, adottare misure per contrastare i legami con individui aventi precedenti penali e regolamentare le nuove forme di finanziamento e propaganda politica, compresi i media online e le piattaforme digitali.
Questa avrebbe dovuto essere una delle priorità principali della riforma elettorale, eppure non disponiamo ancora di una soluzione complessiva.
I partiti più piccoli si trovano naturalmente in una posizione di svantaggio: dispongono di minori risorse finanziarie, strutture organizzative più deboli, un accesso limitato ai media e minori opportunità di raggiungere i cittadini. Spesso propongono idee valide e possono contare su persone capaci, ma non sono ancora riusciti a trasmettere il proprio messaggio al pubblico in modo tale che i cittadini possano comprendere i loro valori e il potenziale impatto della loro azione politica.
Quanto è realistico ipotizzare elezioni anticipate in Albania?
La storia politica albanese insegna che, ogni volta che si è ricorso a nuove elezioni e si è verificato un cambio di governo, sono state introdotte anche delle riforme. Sia i governi di centrosinistra che quelli di centrodestra, durante il loro primo mandato, hanno mostrato una maggiore propensione alle riforme.
Al contrario, quando chi deteneva il potere ha scelto di restare in carica senza apportare cambiamenti sostanziali, le conseguenze sono state estremamente negative per il Paese, per il partito in questione e per la vita politica nel suo complesso. Credo che sia proprio questa la situazione che stiamo vivendo oggi.
Ritengo che raggiungere un accordo politico non sarà semplice. Per Rama, lasciare il potere è una questione che incide direttamente sul futuro della sua carriera politica; nelle circostanze attuali, un suo allontanamento potrebbe rivelarsi irreversibile.
Ciononostante, non escludo la possibilità di elezioni anticipate, che forse rappresentano l’unica via d’uscita dall’attuale crisi politica. Un simile passaggio richiederebbe volontà politica e un’intesa attuata attraverso i meccanismi previsti dalla Costituzione. Tuttavia, un semplice cambio di governo non sarebbe sufficiente: occorre un patto nazionale più ampio, incentrato sul processo di integrazione europea, sulle riforme chiave e sulla necessità di un nuovo inizio per la democrazia rappresentativa in Albania.
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