Albania proteste: Tirana campo di battaglia

Lo scorso fine settimana, il centro di Tirana è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Durante i disordini, che hanno visto contrapposti i reparti antisommossa e gruppi di dimostranti, sono stati utilizzati molotov, pietre, gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma

20/10/2026, Arbjona Çibuku Tirana
Proteste a Tirana - foto di Erisa Kryeziu

Proteste a Tirana – foto di Erisa Kryeziu

Proteste a Tirana - foto di Erisa Kryeziu

Sabato 17 ottobre la protesta è iniziata con azioni simboliche davanti al ministero dell’Istruzione, ma la situazione è rapidamente degenerata. I manifestanti hanno lanciato pietre, lastre di pavimentazione, fuochi d’artificio e molotov contro la polizia, che ha risposto con gas lacrimogeni, idranti e l’uso della forza fisica.

Per la prima volta dall’inizio delle manifestazioni, le forze dell’ordine hanno sparato proiettili di gomma sulla folla, ferendo centinaia di persone, tra cui alcuni giornalisti. Anche diversi agenti di polizia sono stati trasportati d’urgenza all’ospedale traumatologico dopo essere stati colpiti dai manifestanti con molotov, pietre e altri oggetti.

L’operato della polizia è stato criticato da esperti di sicurezza. Un’analisi condotta da BIRN ha concluso che le forze dell’ordine non sono riuscite a gestire la situazione in modo efficace, dimostrando una carenza di professionalità.

Gli scontri si sono estesi lungo il boulevard Dëshmorët e Kombit e nelle aree circostanti le principali istituzioni governative. Sono stati incendiati cassonetti e veicoli, con roghi segnalati all’interno di edifici istituzionali.

Tra le strutture danneggiate figura la Corte suprema; danni e incendi sono stati registrati anche nei pressi del ministero dell’Interno e della sede del primo ministro. Sul campo, la scena ricordava una zona di guerra: strade avvolte dal fumo, barricate improvvisate e continui scontri tra manifestanti e forze di sicurezza.

Domenica, nel corso dei disordini, una stazione di polizia è stata data alle fiamme e l’ingresso del ministero dell’Interno ha subito dei danni.

I manifestanti hanno inoltre preso di mira la sede del Partito socialista, presidiata da alcuni civili armati. Questi ultimi si sono scontrati con i dimostranti, senza alcun intervento da parte della polizia.

Gli individui in questione erano armati e con il volto coperto. Secondo il ministero della Salute, durante le proteste di domenica sono rimaste ferite 28 persone, tra cui 19 agenti di polizia.

La portata delle violenze durante il fine settimana ha trasformato le proteste, andando oltre il semplice boicottaggio studentesco e tramutandole in uno scontro diretto con le istituzioni statali.

Se da un lato alcuni manifestanti hanno fatto ricorso alla violenza, colpendo proprietà pubbliche e private, dall’altro anche la condotta della polizia e l’uso della forza contro i dimostranti sono finiti sotto la lente d’ingrandimento di organizzazioni di giornalisti ed enti che monitorano il rispetto dei diritti umani.

Arresti, feriti e violenze contro i giornalisti

Il bilancio delle proteste si è aggravato di giorno in giorno. Secondo la Polizia di Stato, entro sabato si contavano 167 arresti e 132 agenti feriti nel corso di cinque giorni di scontri. Il capo della polizia ha inoltre annunciato la sospensione di sette agenti, che dovranno affrontare procedimenti disciplinari per il presunto uso eccessivo della forza.

I dati diffusi dalle autorità comprendono persone che hanno riportato lesioni di varia gravità, da ferite lievi a casi che hanno richiesto il ricovero ospedaliero. Tra i feriti durante le manifestazioni figurano manifestanti, agenti di polizia, passanti e minori.

Uno degli episodi più gravi segnalati durante le proteste riguarda il ventunenne Muhamet Skana, ricoverato presso l’ospedale traumatologico con fratture al cranio e alla colonna vertebrale, in seguito ad un colpo ricevuto da un agente di polizia nei pressi del ministero dell’Istruzione, il 16 ottobre.

Il suo caso rientra tra i 32 presunti episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine, documentati tra il 13 e il 17 ottobre in una lettera aperta indirizzata alla Polizia di Stato.

Tra gli episodi elencati figurano manifestanti trascinati a terra e presi a calci mentre si trovavano a terra, un giovane picchiato con manganelli di gomma da diversi agenti fino a perdere conoscenza, uno studente insanguinato ammanettato alle inferriate davanti al ministero dell’Istruzione, nonché casi di minori che sarebbero stati picchiati a Tirana, Lezha e Kamëz.

Tirana, Albania, ottobre 2026 - Foto E. Kryeziu

Tirana, Albania, ottobre 2026 – Foto E. Kryeziu

Anche giornalisti e operatori dei media hanno subito violenze e ostacoli nello svolgimento del loro lavoro durante le proteste. L’Associazione dei giornalisti dell’Albania (AGSH) ha documentato almeno 17 episodi che hanno coinvolto giornalisti e operatori del settore nel corso dei cinque giorni di mobilitazione, dal 13 al 17 ottobre.

Secondo l’organizzazione si è trattato di aggressioni fisiche, ferimenti, minacce, impedimenti al lavoro di cronaca e danneggiamento di attrezzature. Nella maggior parte dei casi, le responsabilità sono attribuite alla polizia, mentre due episodi hanno riguardato aggressioni ai danni di giornalisti e troupe televisive da parte dei manifestanti.

Domenica, anche la nostra corrispondente Elira Kadriu è stata colpita da una pietra mentre seguiva le proteste. Attualmente è ricoverata in ospedale e, a causa di alcune complicazioni, dovrà rimanere sotto osservazione medica per una settimana.

L’AGSH ha chiesto indagini indipendenti e l’identificazione dei responsabili, sottolineando che i giornalisti non sono parte in causa negli scontri tra polizia e manifestanti, bensì testimoni degli eventi e rappresentanti dell’interesse pubblico. L’associazione ha avvertito che ostacolare il loro lavoro mina il diritto del pubblico all’informazione.

Rama si rifiuta di dimettersi

Le proteste sono iniziate il 13 ottobre come boicottaggio studentesco per i problemi dell’istruzione superiore, ma si sono rapidamente trasformate in una più ampia mobilitazione contro la corruzione, il costo della vita, la mancanza di prospettive per i giovani e l’operato del governo.

Agli studenti e agli alunni delle scuole superiori si sono uniti altri cittadini, proseguendo l’ondata di manifestazioni associate alla cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri.

Oltre alle preoccupazioni per le condizioni di studio e il sostegno economico, i manifestanti hanno avanzato richieste politiche, tra cui le dimissioni del primo ministro.

Cori come “Rama in prigione”, “Berisha in prigione” e “Il futuro è nostro” esprimevano rabbia nei confronti del governo e una più ampia mancanza di fiducia nell’establishment politico.

In conversazioni con i manifestanti, molti hanno affermato di essere delusi dall’operato del governo e di non vedere un futuro per sé stessi in Albania. Hanno detto di voler costruire la propria vita nel loro paese piuttosto che essere costretti a emigrare, preoccupazione espressa anche attraverso graffiti sui muri della capitale. Le proteste e i boicottaggi scolastici si sono estesi ad altre città, tra cui Lezha e Kruja.

Di fronte alle crescenti richieste di dimissioni, il primo ministro Edi Rama ha dichiarato che non si dimetterà. Ha affermato di sostenere il diritto degli studenti e dei cittadini a protestare, ma ha avvertito che i responsabili di attacchi alla polizia e danni alle proprietà saranno perseguiti dalla legge.

Lunedì, durante un incontro con gli agenti di polizia, Rama ha minacciato studenti e alunni di conseguenze al loro ritorno a scuola se avessero partecipato alle proteste.

“Non ci saranno biglietti gratuiti o bonus per gli studenti che andranno lì”, ha detto Rama, sottintendendo che gli studenti partecipanti alle manifestazioni potrebbero subire provvedimenti punitivi.

Ha anche annunciato un bonus di 2.500 euro per gli agenti di polizia impegnati nel contrastare le manifestazioni.

Rama e i rappresentanti del Partito socialista hanno descritto gli scontri come un tentativo dell’opposizione di destabilizzare il Paese e ostacolare il percorso dell’Albania verso l’adesione all’UE.

Domenica, il primo ministro ha sostenuto che le proteste minacciavano l’integrazione dell’Albania nell’UE, piuttosto che il suo governo, ribadendo che non si sarebbe dimesso.

Nel frattempo, il leader dell’opposizione Sali Berisha ha invitato i suoi sostenitori a mostrare solidarietà agli studenti e ad unirsi alla mobilitazione contro il governo. Il presidente Bajram Begaj ha esortato alla calma e al rispetto della legge, mentre l’Unione europea ha condannato la violenza e ha ribadito il diritto alla protesta pacifica.

Lunedì, i manifestanti si sono radunati nuovamente davanti al ministero dell’Istruzione per continuare le proteste.


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