Albania, tra proteste studentesche e repressione
Le proteste studentesche in Albania sono diventate il punto di convergenza di un malcontento più ampio verso il governo di Edi Rama. Nate dalle richieste di migliorare le condizioni dell’università pubblica e ridurre i costi dell’istruzione, le manifestazioni si sono estese ad altri settori della società e ad altre città del paese, fino a degenerare in violenti scontri con le forze dell’ordine.
Al centro della mobilitazione ci sono la denuncia della corruzione, la richiesta di maggiore trasparenza e servizi pubblici più efficienti, ma anche la frustrazione per le disuguaglianze, la concentrazione del potere e la mancanza di prospettive che spinge molti giovani a lasciare il paese.
Un riepilogo dei fatti salienti.
13 ottobre – Gli studenti scendono in piazza
L’inizio dell’anno accademico riporta gli studenti delle università pubbliche nelle strade di Tirana. Chiedono condizioni di studio migliori, una riduzione dei costi dell’istruzione e nuove residenze universitarie. Fin dalla prima manifestazione si verificano scontri davanti al Ministero dell’Istruzione: i manifestanti lanciano pietre e oggetti, mentre la polizia ricorre a gas lacrimogeni e idranti.
La protesta si allarga e aumenta la tensione
Nei giorni successivi la mobilitazione coinvolge anche studenti delle scuole superiori e si estende ad altre città universitarie. Agli scontri si accompagnano incendi e danneggiamenti che colpiscono edifici ministeriali, tribunali, attività commerciali e istituti di credito. La polizia utilizza anche proiettili di gomma; diversi manifestanti, passanti e agenti rimangono feriti e si registrano fermi e arresti.
Durante le proteste non mancano episodi di violenza contro giornalisti e operatori dei media o di ostacolo dello svolgimento del loro lavoro sul terreno.
Dalle rivendicazioni studentesche alla richiesta di un cambiamento politico
Le richieste si ampliano fino a comprendere le dimissioni del premier Edi Rama e la formazione di un governo transitorio. I manifestanti collegano la mobilitazione alla cosiddetta Rivoluzione dei Fenicotteri, che da quest’estate ha portato avanti iniziative di protesta pacifica contro la corruzione e per una maggiore trasparenza, servizi pubblici migliori e un contrasto più efficace alle disuguaglianze.
La risposta del governo
Rama esclude le proprie dimissioni e sostiene l’intervento delle forze dell’ordine, annunciando una ricompensa di 2.500 euro per il loro contributo alla tutela dei beni pubblici e al contrasto degli elementi radicalizzati. Il premier minaccia inoltre conseguenze per gli studenti che partecipano alle proteste, comprese la revoca delle borse di studio e l’addebito alle famiglie delle spese di ricostruzione, e avverte i docenti che sostengono la mobilitazione del rischio di licenziamento. Le autorità attribuiscono le proteste anche a presunte ingerenze straniere, citando Russia e Iran.
20 ottobre – La società civile porta il caso alla procura anticorruzione
Dieci attivisti presentano una denuncia alla Procura speciale anticorruzione (SPAK) contro il premier Rama e il direttore generale delle forze dell’ordine, Skender Hita. Tra le accuse figurano abuso d’ufficio, esercizio di influenze e mancata adozione di misure per contrastare il protrarsi delle violenze. La denuncia include anche l’accusa di genocidio contro una parte della società. Al momento descritto, la SPAK non ha ancora comunicato se intenda avviare un’indagine.
I professori si schierano al fianco degli studenti
Il Sindacato dei Professori Universitari (SPUSH) annuncia manifestazioni pacifiche quotidiane in solidarietà con gli studenti e il boicottaggio delle lezioni a partire dal 21 ottobre.
Una crisi che va oltre l’università
La mobilitazione mette in luce una frattura tra una parte della società, soprattutto giovane, e una classe politica percepita come poco rinnovata dopo tre decenni. Alle rivendicazioni per un’istruzione accessibile si sommano la richiesta di istituzioni più trasparenti, il contrasto agli abusi di potere e la denuncia della repressione del dissenso.
Gli scontri aprono interrogativi sulla gestione dell’ordine pubblico, sul rapporto tra cittadini e istituzioni e sulla capacità del governo di rispondere alle richieste di cambiamento.







