Giovani in rivolta: Parigi, Belgrado, Tirana, la stessa lotta?

Da Tirana a Parigi passando per Belgrado, la rivolta dei giovani si diffonde da un angolo all’altro dell’Europa. Cosa contraddistingue e cosa invece accomuna i movimenti studenteschi che scuotono il continente europeo, facendo tremare i palazzi del potere?

22/10/2026, Ivica Mladenović
Proteste a Tirana - foto di Erisa Kryeziu

Proteste a Tirana – foto di Erisa Kryeziu

Proteste a Tirana - foto di Erisa Kryeziu

(Originariamente pubblicato da Le Courrier des Balkans)

Lo scorso 21 settembre, studenti, genitori e insegnanti hanno protestato davanti al liceo Saint-Exupéry di Créteil, in Francia, chiedendo più risorse per il personale docente e condizioni di studio migliori. Nel giro di poche settimane, le proteste si sono diffuse scuotendo gran parte del paese. È stato persino fatto uso di gas lacrimogeni. “Vogliamo solo il diploma di maturità, e loro ci mandano la BAC [brigata anti-criminalità della polizia francese]!”, recita uno degli slogan che riassumono il divario tra promesse della scuola e priorità del governo. Lo stato francese sa come far sentire la propria presenza. Ma che tipo di forza esercita?

Le proteste a Belgrado hanno una causa diversa. Il primo novembre 2024, è crollata la tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad uccidendo sedici persone. Gli studenti, oltre ad un maggiore senso di responsabilità pubblica, chiedono che le autorità rispondano dei lavori di ristrutturazione. Quasi due anni dopo, il movimento studentesco sfiderà l’élite al potere guidata da Aleksandar Vučić anche alle urne: una lista sostenuta dagli studenti parteciperà alle elezioni parlamentari del 25 ottobre.

A Tirana, le manifestazioni sono facilmente riconoscibili per i fenicotteri rosa. Dalla fine di maggio, accompagnano la protesta contro i progetti di turismo di lusso sulla costa albanese proposti da Jared Kushner, genero di Donald Trump. La salvaguardia del paesaggio naturale si è trasformata in una protesta contro il governo di Edi Rama. Poi ad ottobre sono scoppiate le proteste degli studenti che chiedono università migliori e denunciano il costo degli studi. Un paese completamente aperto agli investitori stranieri è diventato un campo di battaglia politica per i suoi abitanti.

Ci sono tre movimenti e tre storie. Osservandoli, nel loro complesso, diventiamo consapevoli dell’esperienza dei giovani che si preparano ad affrontare il futuro nelle società dove le decisioni fondamentali sfuggono al loro controllo. Le scuole hanno bisogno di maggiori risorse, la sicurezza delle infrastrutture pubbliche è messa in discussione, i paesaggi vengono trasformati in progetti immobiliari. La domanda sorge spontanea: chi decide come vengono utilizzate le risorse pubbliche e chi ne subisce le conseguenze?

Anche una questione di classe

Il termine “gioventù” va però utilizzato con cautela. Il figlio di un proprietario terriero e il figlio di un lavoratore precario possono avere la stessa età, frequentare gli stessi amici e persino protestare insieme, ma sono destinati ad affrontare futuri diversi.

A Sarcelles, una studentessa intervistata ha affermato che suo padre, un assistente infermiere, lavora dalla mattina alla sera pur di poter pagare i suoi studi universitari. Ora gli studenti di prestigiose scuole superiori si stanno unendo alla protesta. Questa svolta spiana la strada alla solidarietà, ma manca ancora un impegno per perseguire gli interessi collettivi.

Centro e periferia

Oltre alle differenze di classe, ogni paese va osservato all’interno della gerarchia economica europea. In Francia, paese capitalista a tutti gli effetti, le richieste dei giovani sono rivolte ad uno stato che dispone ancora di ingenti risorse per il welfare. In Serbia e Albania, invece, le rivendicazioni si sviluppano in un contesto caratterizzato da economie maggiormente dipendenti dagli investimenti esteri, dove l’accesso ad un’occupazione adeguata alle qualifiche acquisite rimane difficile.

Questa dipendenza pesa notevolmente sulla possibilità per i giovani di costruirsi una vita indipendente dopo gli studi. L’emigrazione gioca quindi un ruolo significativo nei percorsi di vita: l’istruzione acquisita nel proprio paese d’origine può preparare al lavoro altrove, mentre la fuga dei giovani aggrava la carenza di manodopera nei paesi di emigrazione. In questo contesto, la battaglia per un’istruzione migliore si interseca con le rivendicazioni legate alle condizioni economiche che permettano ai giovani di rimanere a vivere e lavorare nel proprio paese.

Anche le traiettorie politiche differiscono.

In Francia, le organizzazioni studentesche delle scuole superiori, i sindacati e i gruppi di coordinamento autonomi sono tutti presenti nelle manifestazioni.

In Serbia, le assemblee studentesche stanno sviluppando una propria piattaforma politica indipendente dai partiti di opposizione.

In Albania, le rivendicazioni degli studenti si intrecciano con quelle dei movimenti ambientalisti e anticorruzione. Percorsi che dipendono anche dalle istituzioni nazionali, dalla loro legittimità e dalla storia delle lotte.

Raggruppare i tre movimenti sotto un’etichetta generazionale significherebbe trascurare tutto ciò che permette loro di agire.

D’altra parte, si riscontra una certa somiglianza nel modo in cui i governi stanno reagendo alle proteste. Amnesty International denuncia un uso eccessivo della forza contro i minori in Francia. In Serbia, i giornalisti vengono minacciati e aggrediti mentre documentano le proteste. A Tirana, gli scontri hanno provocato feriti tra manifestanti e agenti di polizia, con danni a edifici pubblici e negozi.

Parliamo di situazioni diverse dove le responsabilità devono ancora essere accertate. Tuttavia, un approccio incentrato sulla sicurezza sembra aver preso il sopravvento sul dibattito sulle rivendicazioni fondamentali.

Ivica Mladenović - (Archivio privato)

Ivica Mladenović – (Archivio privato)

Ivica Mladenović è un sociologo e politologo, ricercatore presso l’Istituto di Filosofia e Teoria Sociale (IFDT) dell’Università di Belgrado e presso il Centro di Ricerca Sociologica e Politica di Parigi (Cresppa). Insegna anche all’Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne. È caporedattore dell’edizione serba della rivista Le Monde diplomatique e membro del comitato editoriale del Journal of Contemporary Central and Eastern Europe.

Le responsabilità dell’Europa

Nel luglio 2024, Bruxelles ha siglato un accordo di partenariato con Belgrado su materie prime, batterie e veicoli elettrici. In Albania, il governo difende gli investimenti nel turismo in nome dello sviluppo. Le risorse dei Balcani sono quindi di grande interesse per molti.

Gli abitanti dei Balcani, dal canto loro, rivendicano il diritto di decidere le condizioni dello sfruttamento delle risorse nazionali. La solidarietà internazionale assumerebbe un significato concreto se riuscisse a contrastare gli interessi economici che governano questi rapporti.

Durante le proteste e le assemblee pubbliche avviene un apprendimento concreto. La divisione dei compiti, la gestione del budget, l’organizzazione di una mensa, il dibattito sulle responsabilità…

Tutte queste azioni danno sostanza alla pratica della cooperazione. In Serbia, i plenum sono riusciti a preservare questa vita collettiva. gli studenti francesi imparano a predisporre budget per lo sciopero e a gestire mense solidali. Un’organizzazione sta nascendo in quei luoghi, nel tempo dedicato agli altri. La sua forza dipenderà anche dal posto che riserverà agli operai, alle famiglie e a tutti quelli che lavorano tanto da non avere quasi alcun tempo libero.

Il passaggio alle elezioni rende queste tensioni più evidenti. La lista degli studenti serbi riunisce persone di diverse convinzioni politiche, con una forte presenza di docenti. Tuttavia, il loro comune impegno nella lotta alla corruzione non affronta alcune delle questioni cruciali: tassazione, salari, proprietà e diritti sindacali.

Da questo schieramento può nascere un’eventuale coalizione post-voto capace di raggiungere un accordo su un futuro governo, pur rimanendo divisa sulla distribuzione della ricchezza e sulle questioni sociali. Preservare assemblee attive, sindacati indipendenti e legami con i luoghi di lavoro diventa quindi una questione di potere.

Parigi, Belgrado, Tirana: la stessa lotta?

La lotta comune deve ancora essere costruita, con avversari individuati chiaramente e obiettivi discussi con schiettezza. Una lotta che si dovrebbe concentrare sul finanziamento dell’istruzione, sul controllo degli investimenti e sul diritto a vivere dignitosamente grazie al proprio lavoro.

La solidarietà internazionale acquisirebbe così una dimensione più concreta rispetto alla mera ammirazione per i coraggiosi manifestanti. Che senso avrebbe applaudire i giovani dei Balcani nelle piazze se i loro paesi continuassero ad essere considerati come semplici riserve di manodopera e terre da vendere?


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Questo articolo è stato realizzato e tradotto nell'ambito di MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, una partnership giornalistica finanziata dal programma Europa Creativa che sostiene i media indipendenti specializzati nel giornalismo internazionale.