Lea Ypi, la lotta degli albanesi per la dignità sotto il comunismo

La filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi parla dell’importanza della libertà e della dignità attraverso le vicende dei suoi nonni, perseguitati dal regime comunista, e ragiona della necessità di recuperare i processi democratici nell’Albania di oggi

27/10/2026, Jeta Xharra
Lea Ypi © Markus Wissmann/Shutterstock

Lea Ypi © Markus Wissmann/Shutterstock

Lea Ypi © Markus Wissmann/Shutterstock

(Originariamente pubblicato su BalkanInsight)

Durante l’infanzia, Lea Ypi sapeva che i suoi genitori “parlavano di nascosto”.

“La mia infanzia è stata piena di misteri sulla mia famiglia”, ha ricordato.

Ypi, autrice dell’acclamato libro di memorie “Libera. Diventare grandi alla fine della storia” (2021) e del più recente “Dignità” (2026), aveva 11 anni quando è crollato il comunismo in Albania; solo in seguito è venuta a conoscenza delle sofferenze patite dai nonni sotto il regime stalinista di Enver Hoxha.

“Sono cresciuta in un sistema comunista, credendo nelle verità di quel sistema, pur intuendo che nella mia famiglia c’era qualcosa che non corrispondeva esattamente a come lo vedevo io”, ha detto Ypi in un’intervista rilasciata durante una visita a Pristina in qualità di relatrice ospite al Seminario internazionale annuale su lingua, letteratura e cultura albanese.

“Ma non parlavano di questi argomenti; erano un tabù in famiglia. Non dicevano mai che mio nonno era stato in prigione”, ha spiegato.

“Le conseguenze di queste persecuzioni familiari ricadevano sulle generazioni più giovani; non era quindi qualcosa di cui si potesse parlare apertamente.”

Quando Ypi trova online una vecchia fotografia dei nonni durante la luna di miele in una località turistica italiana nel 1941, inizia a indagarne le origini, ricostruendo i fatti nel libro “Dignità”, pubblicato l’anno scorso.

“Una parte del libro è una saga familiare basata sulla storia di mia nonna”, ha affermato Ypi. “È una narrazione filosofica sul significato morale e politico dell’umanità, ma anche una sorta di storia politica dei Balcani, dalla caduta degli imperi a quella del comunismo, per raccontare come il cambiamento dei sistemi influisca sulla vita delle persone.”

“Pensatrice politica di rilievo”

A fine agosto, Ypi ha ricevuto il Premio Hannah Arendt per il pensiero politico (edizione 2026) dall’Istituto di Scienze Umane (IWM) di Vienna; il riconoscimento premia le personalità che contribuiscono al pensiero e all’azione politica nel solco della tradizione della storica e filosofa tedesca naturalizzata statunitense.

La giuria ha definito Ypi “una delle più importanti pensatrici politiche del nostro tempo”, sottolineando, come riferito dall’IWM, “la sua capacità di mettere in dialogo la riflessione filosofica con l’esperienza politica e storica”.

Nata in Albania, lascia il Paese nel 1997, mentre questo è travolto da disordini civili. Emigrata in Italia, Ypi si è laureata in Filosofia e Lettere presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Oggi Ypi, 46 anni, ricopre la cattedra “Ralph Miliband” in Politica e Filosofia presso la London School of Economics and Political Science e fa parte della British Academy.

Sua nonna, Leman, aveva abbandonato una vita aristocratica a Salonicco, in Grecia, per sposare il nonno di Ypi, Asllan.

Tuttavia, con l’avvento del comunismo in Albania al termine della Seconda guerra mondiale, Asllan fu condannato a 15 anni di carcere con l’accusa di “agitazione, propaganda e collaborazione con gli anglo-americani”, in quanto membro del cosiddetto “Gruppo dei Deputati”, un insieme di 24 parlamentari e intellettuali anticomunisti.

La nonna Leman fu costretta a lavorare presso una cooperativa agricola statale, una delle iniziative di collettivizzazione forzata delle campagne volute da Hoxha in seguito all’abolizione della proprietà privata terriera.

“Era arrivata a Tirana da giovane, da sola, in cerca della propria vita e della propria indipendenza”, ha raccontato Ypi.

“La vita di mio nonno e di mia nonna offre uno spunto di riflessione sul concetto di dignità e su cosa significhi preservarla anche in circostanze politiche e storiche estreme, in cui tutto rema contro l’individuo”.

La lotta degli albanesi del Kosovo per la libertà e l’uguaglianza

Alla domanda se oggi, vivendo in Gran Bretagna e insegnando in una delle università più prestigiose del Paese, si senta uguale agli altri, Ypi risponde: “Nessuna persona è realmente libera o uguale in una società che non garantisce l’uguaglianza per tutti. Certo, esistono aspetti dell’integrazione concreti e molto importanti, ma ve ne sono altri in cui non siamo uguali perché parliamo una lingua diversa; io, per esempio, non possiedo la stessa capacità espressiva in inglese.

Ci sono sempre dimensioni di disuguaglianza che ti accompagnano per tutta la vita, nonostante le uguaglianze che si possono riscontrare”, aggiunge.

La libertà ha due dimensioni, prosegue Ypi: “Una interna, ovvero la libertà legata alla responsabilità morale che avvertiamo, che possediamo sempre e non perdiamo mai; e una dimensione esterna, costituita da ciò che ci viene garantito dalle istituzioni.

Ed è nello spazio tra queste dimensioni, tra la libertà come ideale e la libertà come ideologia, che si collocano l’istanza di cambiamento e quella componente critica che spinge intellettuali, attivisti e persone comuni a battersi per la libertà al di fuori di sé”.

Come esempio, Ypi cita la resistenza degli albanesi del Kosovo alla repressione attuata dalla Serbia sotto Slobodan Milošević negli anni novanta, culminata nell’indipendenza ottenuta nel 1999 con l’aiuto della NATO.

“È proprio questa responsabilità, questo senso di responsabilità morale, questo riconoscimento della libertà interiore, che ha spinto la resistenza kosovara a combattere, a rivendicare tale dignità e riconoscimento di fronte al resto del mondo; rappresenta inoltre un esempio di speranza per tutti coloro che, in condizioni di forte repressione, lottano e talvolta si scoraggiano, pensando che non valga la pena battersi per la libertà quando altri la possiedono già”, afferma Ypi.

Le proteste in Albania “cambiano qualcosa”, ma non possono cambiare tutto

In un pezzo d’opinione pubblicato sul Guardian a giugno, Ypi ha lodato le proteste in corso in Albania contro le scorciatoie adottate dal governo e il disprezzo per le tutele ambientali nell’approvazione di complessi turistici di lusso lungo la costa del Paese; tra questi spicca un progetto legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump.

A quasi tre mesi dall’inizio della cosiddetta “Rivoluzione dei fenicotteri”, la partecipazione alle manifestazioni è calata, ma la gente continua a scendere in piazza per chiedere le dimissioni del primo ministro Edi Rama, al potere da 13 anni.

Ypi si è mostrata cauta riguardo all’esito finale. Sebbene tali proteste “cambino qualcosa”, ha osservato, “non dobbiamo aspettarci che una protesta cambi tutto”.

“È importante rigenerare una volontà democratica; a mio avviso, le proteste che generano questa volontà sono fondamentali e vanno sostenute, pur restando consapevoli dei limiti di questo tipo di manifestazioni in ogni parte del mondo”.

Ora che i suoi primi due romanzi sono stati tradotti in oltre una dozzina di lingue, Ypi ha dichiarato di essere al lavoro su un terzo libro.

“Più che di famiglia, si tratta di una storia di immigrazione”, ha spiegato. “Il libro riprende da dove si concludeva Libera e racconta gli sforzi degli immigrati per integrarsi alla pari nella società in cui si sono trasferiti”.

“Naturalmente, alcune sono vicende personali, ma come sempre si tratta di un intreccio tra storie private, filosofia e storia politica dell’Europa, in questo caso tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila”.


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Questo articolo è stato realizzato e tradotto nell'ambito di MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, una partnership giornalistica finanziata dal programma Europa Creativa che sostiene i media indipendenti specializzati nel giornalismo internazionale.

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