Serbia elezioni: i portatori di libertà

Alla vigilia delle elezioni in Serbia, abbiamo parlato con tre studenti e un avvocato che credono che la libertà sia il più grande valore umano e che il futuro non debba necessariamente essere segnato dall’abbandono del proprio paese. Occorre lottare per una società in cui nessuno debba scegliere tra i propri diritti e la propria sicurezza

16/10/2026, Danijela Nenadić Belgrado
Belgrado, Serbia, durante un corteo degli studenti "Gli studenti vincono!" - Foto D. Nenadić

Belgrado, Serbia, durante un corteo degli studenti “Gli studenti vincono!” – Foto D. Nenadić

Belgrado, Serbia, durante un corteo degli studenti "Gli studenti vincono!" - Foto D. Nenadić

Ci sono dei momenti in cui una società si riconosce improvvisamente negli individui verso i quali non si nutrivano grandi aspettative fino a poco tempo prima. Pensiamo, ad esempio, ai giovani, che per lungo tempo abbiamo considerato disinteressati, apatici, apolitici, concentrati solo su se stessi e sui propri bisogni. Poi arriva un terremoto, quasi come una forza inaspettata che appare all’improvviso e muove tutto ciò che incontra sul suo cammino, cambiando la vita non solo dei giovani, ma di centinaia di migliaia di cittadini che vedono i giovani come portatori di libertà.

Gli ultimi due anni in Serbia sono stati segnati da proteste di studenti e cittadini, blocchi di facoltà e scuole, grandi raduni e mobilitazioni che non si vedevano nel paese dal ripristino del multipartitismo. Dopo la tragedia avvenuta alla stazione ferroviaria di Novi Sad il primo novembre 2024, le questioni di giustizia e responsabilità sono diventate molto più che semplici rivendicazioni di una generazione. Sono diventate una questione di sopravvivenza quotidiana, di fiducia nelle istituzioni e di vita senza paura. Sono diventate un percorso verso la riconquista del diritto ad una vita degna di essere vissuta.

In vista delle elezioni politiche in Serbia, previste per il prossimo 25 ottobre, abbiamo parlato con gli studenti Aleksandar Marinković, Emilija Gospavić e Bogdan Jevtić e con l’avvocato Ivan Todorović.

Nelle loro voci non si percepiscono grandi promesse, pathos o paura, ma qualcosa di più prezioso: un impegno incrollabile per una vita migliore. Nel modo in cui raccontano le loro esperienze, gli attacchi subiti, il sostegno ricevuto, nelle paure che hanno superato insieme, si intravede una Serbia diversa, migliore.

Forse è proprio qui che si cela il significato più profondo della lotta e del movimento studentesco: nella consapevolezza che il paese non è solo ciò che ci è stato dato, ma anche ciò che diamo agli altri e ciò che diventeremo insieme.

Fame di giustizia

Aleksandar Marinković - foto D. Nenadić

Aleksandar Marinković – foto D. Nenadić

Aleksandar Marinković ha ventuno anni e studia alla Facoltà di Informatica dell’Università di Belgrado. Si è unito al movimento studentesco perché per tanto tempo sentiva dire che nulla funzionava in Serbia e che le istituzioni non facevano il loro lavoro. Non ricorda, come dice lui stesso, tempi migliori, ma ha capito ben presto che il paese in cui è nato poteva essere cambiato.

“Sono sempre stato assetato di giustizia, rinunciare a questo sentimento significherebbe arrendermi, e questa è l’ultima cosa che farò. Se mi dovessi arrendere, non sarei più un essere umano”, afferma Aleksandar con voce ferma.

Per lui, la libertà non è un obiettivo irraggiungibile né un concetto astratto. “Libertà significa poter dire pubblicamente ciò che penso, potermi esprimere senza paura, poter ottenere informazioni attraverso mezzi di comunicazione liberi. Significa la possibilità, per noi, cittadini di questo paese, di incidere sulle decisioni che vengono prese in nostro nome”.

Aleksandar spiega che l’amore per la libertà e la lotta per una società giusta sono profondamente intrecciati alla storia della sua famiglia. “Se i miei antenati hanno combattuto per la libertà di questa nazione, come potrei mai oggi rinunciare alla libertà?”, si chiede il giovane.

Parla come se avesse molti più anni ed esperienza. A suo dire, è cresciuto grazie al movimento studentesco. “Abbiamo imparato a prenderci cura gli uni degli altri, a fare rete e a parlare apertamente di tutto”. Dallo scoppio delle proteste nel 2024, gli studenti sono cresciuti, hanno condiviso ruoli e responsabilità, hanno acquisito esperienze, convinti che le differenze possano essere superate attraverso il dialogo e il compromesso.

“Nei nostri cuori non c’è posto per l’odio e la vendetta. I responsabili di tutte le ingiustizie che la nostra società ha subito negli ultimi dieci anni devono risponderne. Affinché non accada mai più”. La sua generazione non invoca la vendetta, ma chiede responsabilità.

Parlando del movimento studentesco, Aleksandar trova sconcertante che la gente gli chieda con stupore dove gli studenti abbiano trovato la forza e la volontà di lottare ininterrottamente per quasi due anni per raggiungere i loro obiettivi. “A guidarci sono idee semplici: fede e amore, insieme ad un po’ di buon senso”, aggiunge Aleksandar, sorridendo con un’ingenuità quasi infantile.

Si emoziona quando parla di ingiustizie, insulti ed etichette che gli sono state attribuite. Non è piacevole essere accusati di essere traditori o ustascia, soprattutto quando a dirlo è una persona che ti conosce”. Ciononostante, la fame di giustizia e la convinzione di star facendo la cosa giusta mantengono Aleksandar saldamente legato al movimento studentesco.

“Voglio restare in Serbia. Immagino il futuro non come una fuga dai problemi, ma come un’opportunità per preservare e migliorare ancora ciò che funziona bene e per porre rimedio a ciò che non funziona”.

Quattordici anni di ingiustizia

Bogdan Jevtić studia alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Belgrado. Ha ventitré anni. Si è unito al movimento studentesco subito dopo lo scoppio delle proteste nella sua facoltà e, durante l’occupazione dell’edificio, ha sostituito il letto di casa sua con un materasso sul pavimento di un’aula.

Bogdan Jevtić - foto D. Nenadić

Bogdan Jevtić – foto D. Nenadić

Bogdan percepisce istintivamente l’ingiustizia che lo circonda. “Non ho mai sopportato l’ingiustizia sin da bambino. Ricordo vividamente quanto piangevo ogni volta che venivo accusato ingiustamente”.

Bogdan percepisce anche la scelta della facoltà che sta frequentando come una sorta di ingiustizia. “Volevo studiare storia, è stato il mio primo amore. Ma qui non si riesce a sopravvivere facendo lo storico. Gli insegnanti sono degradati, sull’orlo dell’esistenza. I miei genitori, volendo il meglio per me, non hanno considerato gli studi di storia come una scelta che mi avrebbe permesso di avere una vita dignitosa. Per questo mi sono iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, che col tempo ho imparato ad amare, ma trovo comunque deplorevole che un giovane in questo paese debba prendere decisioni non basate sui suoi desideri e interessi, ma pensando alla propria sopravvivenza”.

Per Bogdan, l’ingiustizia non è solo un concetto giuridico e politico. Permea ogni ambito della società serba, dove non tutti possono esprimere liberamente il proprio pensiero, c’è chi teme di perdere il lavoro se non appoggia il partito al governo, chi è esposto a minacce a causa della sua diversità, chi non riesce a provvedere ai bisogni primari della propria famiglia. “L’ingiustizia è tutto ciò che impedisce agli esseri umani di vivere liberamente una vita normale”.

Parla con grande entusiasmo dei giorni che verranno dopo le elezioni dalle quai, ne è convinto, gli studenti usciranno vincitori. “La Serbia è come un paziente che è stato in coma per quattordici anni. Il 26 ottobre, quel paziente si sveglierà e dovrà ricominciare tutto da capo. La guarigione non sarà rapida né facile, ma abbiamo competenze e pazienza. Lo abbiamo dimostrato. Dovremo rinnovare le istituzioni, la magistratura e il sistema scolastico, ripristinando il rispetto delle regole e delle leggi che devono essere applicate equamente a tutti”.

In questa visione del futuro c’è posto per tutti. Per Bogdan è importante riscoprire la fede nella Chiesa a cui appartiene e rispettare tutte le differenze. “In una Serbia diversa, il mio amico di Novi Pazar, come anche la mia amica di Subotica, avrà un suo posto e una vita dignitosa, pur non appartenendo alla mia stessa religione. Chiediamo la stessa cosa, chiediamo di poter vivere in un paese stabile dove le leggi siano rispettate”. La comunità, secondo Bogdan, non significa essere tutti uguali, ma riconoscere e valorizzare ciò che abbiamo in comune.

Ha provato paura diverse volte. Ora ne parla senza nervosismo. “Durante i primi raduni e le grandi proteste, ci giungevano voci di ogni genere: che ci sarebbe stato un intervento della polizia, che saremmo stati attaccati da criminali e che la nostra sicurezza sarebbe stata minacciata”. Preparandosi per una delle proteste, Bogdan si era scritto il numero di un avvocato sulla mano destra e sull’altra un versetto della “Lettera ai Filippesi” di Paolo di Tarso.

Oggi Bogdan non ha più paura. Non perché i rischi siano scomparsi, ma perché l’esperienza di una battaglia comune ha cambiato la sua percezione del rischio. “Sappiamo benissimo cosa ci aspetta il 25 ottobre e a cosa è pronto questo governo. Ma i tempi sono cambiati e noi siamo pronti a tutto ciò che tenteranno. I cittadini si sono risvegliati e sostengono gli studenti”.

Bogdan non vuole lasciare la Serbia. “La protesta studentesca finirà prima o poi. Dopo le imminenti elezioni politiche, arriveranno anche quelle presidenziali. Non lasceremo nulla al caso. Poi voglio studiare e fare tutto ciò che è normale per un giovane. Rimarrò attivo ed è importante per me in che tipo di società vivrò”.

La scuola come spazio di libertà

Emilija Gospavić aveva solo diciotto anni quando, insieme ad alcuni coetanei, ha organizzato l’occupazione del liceo che frequentava a Lazarevac, una delle municipalità di Belgrado.

“All’inizio eravamo in pochi. Ricordo di aver osservato e seguito ogni giorno le attività degli studenti. Quando sono iniziati i blocchi delle università e poi delle scuole superiori, ho capito di non poter rimanere un’osservatrice silenziosa Ho chiamato un amico, poi un altro, e così via, finché non abbiamo mobilitato compagni in ogni classe dell’ultimo anno del liceo pronti ad unirsi a noi per organizzare una protesta insieme nella nostra scuola”.

Emilija Gospavić - foto D. Nenadić

Emilija Gospavić – foto D. Nenadić

L’esperienza di Emilija è la conferma che questi giovani, appena maggiorenni, hanno messo in pratica la democrazia in un modo che la maggior parte dei cittadini serbi invidierebbe. “Abbiamo seguito le attività degli studenti universitari, abbiamo saputo che c’erano plenum, gruppi di lavoro e altre iniziative, così abbiamo organizzato attività analoghe nella nostra scuola, con il supporto degli studenti universitari di Lazarevac coinvolti nelle proteste nelle loro facoltà, che ci hanno aiutato con tutto il cuore”.

Il momento più difficile – come spiega Emilija – è stato quando sono dovuti entrare nell’aula magna e informare i professori e il preside che stavano organizzando una protesta. “Eravamo molto preoccupati, ma non ci siamo arresi. Quando abbiamo capito che la maggior parte dei professori ci sosteneva, è diventato tutto molto più facile, nonostante le forti pressioni e persino gli insulti che abbiamo subito da parte del preside e di alcuni professori”.

Hanno provato paura quando hanno bloccato la scuola, occupandola per più di un mese. “Non avevo tanta paura per me stessa. Ero consapevole della responsabilità che avevamo, per questo ci siamo impegnati al massimo per non dare alcun motivo di critica. Ci siamo presi cura della scuola come se fosse casa nostra, e ci siamo protetti e incoraggiati a vicenda”.

Emilija e i suoi compagni hanno ricevuto sostegno dai genitori e dai cittadini di Lazarevac che di notte erano di guardia davanti alla scuola per garantire la sicurezza dei giovani.

“È stata un’esperienza positiva, nonostante le difficoltà.. Ho imparato molto e sono diventata più matura. Quella scuola chiusa e occupata era il nostro spazio di libertà. Lì potevamo scambiarci opinioni, discutere e decidere insieme come portare avanti la protesta”.

Emilija non si sofferma troppo sul passato, fermamente convinta che ci sia ancora molto lavoro da fare. Ha ancora la forza e l’energia per lottare per la società in cui desidera vivere. “Come accade a tutti, ci sono stati momenti in cui ho dovuto prendermi una piccola pausa, soprattutto dopo essermi iscritta all’università, lasciando la mia città. Mi sono trovata ad affrontare nuove situazioni, ma non ho mai smesso di impegnarmi. Ad un certo punto l’impegno è stato minore, ma ora, con l’avvicinarsi delle elezioni, sono nuovamente attiva”

A rattristare maggiormente questa giovane ragazza è stata la scoperta che i suoi genitori, per il suo bene, volevano convincerla a lasciare il paese. “Immaginate in che tipo di paese viviamo quando i genitori insistono perché i loro figli se ne vadano, convinti che qui non ci sia futuro”. Per Emilija la gioia più grande non sono gli amici, né i libri, né i viaggi, nulla di ciò che ci si aspetterebbe da una ragazza di diciannove anni. A renderla felice più di ogni altra cosa è la possibilità di fare campagna elettorale porta a porta.

“Mi rende particolarmente felice quando vedo che le persone anziane, soprattutto nei villaggi, che sono esposte alla propaganda del regime, cambiano idea quando parlano con noi. Ecco, in quei momenti il ​​mio cuore si riempie di gioia”.

Emilija condivide le considerazioni di Aleksandar e Bogdan. “La mia generazione non è mai stata apatica, disinteressata o apolitica. Il fatto che siamo stati percepiti come tali non è un nostro problema. Tale percezione è probabilmente legata al fatto che i partiti politici tradizionali non sono riusciti a raggiungerci e le modalità consolidate di azione e attivismo politico non ci erano vicine. Ma noi siamo sempre stati profondamente consapevoli delle sofferenze e delle ingiustizie presenti in questa società”.

Emilija, Bogdan e Aleksandar hanno vissuto il crollo della tettoia a Novi Sad con grande tristezza. Consapevoli dell’esperienza delle grandi tragedie che hanno scosso la società serba negli ultimi dieci anni – penso ad esempio alla strage nella scuola elementare “Vladislav Ribnikar” a Belgrado e a quelle a Dubona e Malo Orašje – non si aspettavano una protesta di questa portata. Tutti e tre pensavano che le proteste si sarebbero sgonfiate nel giro di poche settimane.

“Stavo tornando a casa dall’università, ero in treno quando ho visto la notizia del crollo della tettoia sullo schermo del mio telefono. Ho pensato che fosse un montaggio, non ci potevo credere. Poi ho provato dolore, e successivamente anche rabbia per la perdita di sedici vite, stroncate dalla corruzione e da questo sistema”, afferma Bogdan.

Aleksandar ed Emilija condividono questa sensazione di tristezza e rabbia, ma anche la determinazione a non lasciare che i nomi di sedici persone vengano dimenticati dopo pochi mesi.

La libertà che resiste

Ivan Todorović è un avvocato impegnato nell’assistere studenti e cittadini vittime del regime. Sostiene il movimento studentesco sin dall’inizio e, quando necessario, su invito degli studenti, partecipa a tutte le attività in cui la sua competenza può essere utile.

Mentre in Serbia si parla sempre più di una società divisa, Ivan osserva il movimento studentesco da una prospettiva più ampia. Secondo l’avvocato, la mobilitazione degli studenti e la loro speranza di vittoria alle elezioni aprono la possibilità di instaurare un nuovo contratto sociale, necessario per la Serbia, basato sul rispetto dei diritti e sul buon funzionamento delle istituzioni.

Ivan Todorović - foto D. Nenadić

Ivan Todorović – foto D. Nenadić

“Le regole devono valere per tutti e nessuno può essere al di sopra della legge”, afferma Ivan. Sottolinea che per far funzionare una comunità serva un elemento che spesso diamo per scontato: l’accordo di seguire le regole concordate, che devono essere rispettate prima di tutto da chi governa il paese. Altrimenti, le istituzioni vengono svuotate da qualsiasi significato e i cittadini perdono la fiducia e credono di non poter scegliere il proprio futuro.

“Non è il momento per grandi questioni ideologiche. Non c’è nulla di più importante dell’instaurazione dello stato di diritto e della responsabilità. Va ricordato che dopo il 2012 la Serbia è tornata ad uno stato pre-politico ed è per questo che è necessario un nuovo contratto sociale, per quanto strano possa sembrare a chi non vive qui. Non abbiamo più istituzioni né un sistema”.

Quando riflette sui motivi per cui gli studenti sono riusciti a mobilitare i cittadini, Ivan sottolinea l’entusiasmo e la buona organizzazione, insistendo al contempo su un aspetto che sfugge ai molti: l’emozione. “Le persone si fidano degli studenti perché riconoscono la sincerità del loro impegno e perché sono riusciti a risvegliare la speranza che il cambiamento sia ancora possibile”.

“Gli studenti sono i portatori di libertà, portano la fiaccola e diffondono l’idea di libertà”, afferma Todorović. Non condivide l’idea secondo cui la protesta degli studenti sarebbero cresciuta in una società ormai disperata. “Questo potrebbe essere un punto di vista. Ma la speranza non è mai scomparsa. È arrivata una generazione alla quale è bastata una scintilla per dimostrare cosa è capace di fare”.

Ivan parla con grande vivacità del movimento studentesco: “Si è accesa una scintilla, una fiamma di libertà incontenibile”. Sottolinea però che l’impegno per il cambiamento non finisce con il cambio di governo. “È necessario rinnovare le istituzioni, prima di tutto la procura, i tribunali e la polizia, per garantire che tutti quelli che hanno commesso illeciti siano chiamati a risponderne di fronte alla legge”.

Il movimento studentesco infonde speranza, ma la ripresa della Serbia non sarà facile. I cittadini serbi faranno il primo passo alle elezioni del 25 ottobre, dalle quale – Ivan ne è convinto – gli studenti usciranno vittoriosi.

Dopo la conversazione con Emilija, Aleksandar, Bogdan e Ivan, rimane l’impressione che dietro le grandi parole su libertà, giustizia e responsabilità si nascondano desideri umani del tutto ordinari. La possibilità di esprimere liberamente la propria opinione, la possibilità di vivere senza appartenere ad un partito, la possibilità di pensare diversamente purché non venga lesa la libertà altrui, la possibilità di vivere in una Serbia ordinata e democratica.

Il percorso non sarà facile né veloce, avvertono i nostri interlocutori. Hanno provato paura, stanchezza e incertezza, ma rinunciare a questa lotta, durata quasi due anni, non è mai stata per loro un’opzione accettabile. La giustizia di cui parlano unanimemente non è solo una punizione per un torto subito. È la possibilità di costruire un futuro migliore. E la libertà, una volta riconosciuta come valore comune, cessa di essere una questione individuale e diventa un obbligo verso gli altri, soprattutto verso le generazioni future.


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