Montenegro: la protesta insolita di un fotoreporter minacciato
Sconcertato dalla decisione del tribunale di ridimensionare la sentenza, già considerata blanda, contro chi lo ha minacciato di morte, Boris Pejović, fotoreporter del quotidiano Vijesti di Podgorica, ha compiuto un gesto che ha sorpreso molti: si è autodenunciato con l’intento di lanciare l’allarme sulla scarsa tutela dei professionisti dell’informazione

Boris Pejović (foto archivio privato)
Boris Pejović (foto archivio privato)
Filip Cikić, 19 anni, originario di Berane, in Montenegro, è stato condannato al pagamento di una sanzione amministrativa di 300 euro per aver minacciato di morte il fotoreporter Boris Pejović e il giornalista Balša Rudović del giornale Vijesti. Le minacce sono avvenute durante la rimozione del monumento eretto illegalmente al duca cetnico e criminale di guerra Pavle Đurišić a Gornje Zaostro vicino a Berane, l’8 agosto dello scorso anno.
“Dovevamo uccidervi, potevamo uccidervi, dovevate perdere la vita”, aveva affermato Cikić minacciando Pejović e Rudović.
Il giudice Ahmet Međedović, del Tribunale per i reati minori di Bijelo Polje, ha stabilito che Cikić ha disturbato l’ordine e la quiete pubblica, incutendo timore nei due giornalisti e minacciandoli di morte. Secondo la decisione del giudice, se Cikić dovesse versare metà dell’importo della sanzione prevista entro trenta giorni dalla pronuncia definitiva della sentenza, sarebbe esonerato dal pagamento del resto della sanzione.
Sconcertato dal verdetto, Boris Pejović ha deciso di compiere un gesto insolito: si è autodenunciato.
“Con la presente, rivolgo minacce pubbliche al presidente del Montenegro Jakov Milatović, all’ex presidente Milo Đukanović, al primo ministro Milojko Spajić, al ministro della Giustizia Bojan Božović, al vice primo ministro responsabile del dicastero della sicurezza Aleksa Bečić, alla presidente della Corte Suprema Valentina Pavličić, al procuratore generale Milorad Marković, al procuratore speciale Vladimir Novović, al presidente del parlamento Andrija Mandić, nonché a tutti i membri del parlamento montenegrino. In questa occasione, pronuncio pubblicamente le seguenti parole di minaccia: ‘Dovevamo uccidervi, potevamo uccidervi, dovevate perdere la vita’. Voglio anche dire loro che sono ‘ustascia e traditori’. Sono le stesse minacce che mi sono state rivolte a Gornje Zaostro vicino a Berane, da Filip Cikić, il quale ha anche limitato i miei spostamenti e mi ha aggredito fisicamente. Mi aspetto di ricevere una sanzione pari alla sua per queste minacce, ossia una multa di 150 euro, ai sensi dell’articolo 8 della Legge sull’ordine e la quiete pubblica. La Costituzione, infatti, stabilisce che siamo tutti uguali davanti alle leggi di questo paese”, ha dichiarato Pejović.
Come c’era da aspettarsi, la procuratrice responsabile presso la procura di Podgorica ha deciso che Pejović non sarà ritenuto in alcun modo responsabile per le minacce rivolte alle più alte cariche dello stato.
“Il mio gesto è una forma di protesta, una provocazione rivolta al sistema e un tentativo di mettere, anche solo per un attimo, quelli che creano le leggi, le applicano e ne decidono le conseguenze, nella posizione in cui noi, giornalisti e fotoreporter, ci troviamo da anni”, spiega Boris Pejović ad OBCT.
Il caso Gornje Zaostro
A preoccupare il fotoreporter di Vijesti non è tanto l’esito della sua autodenuncia quanto il caso Gornje Zaostro.
“Decine di persone ci hanno aggredito mentre stavamo documentando un evento di grande interesse pubblico – racconta Pejović – durante il quale, alla presenza di molti dignitari ecclesiastici e fedeli, è stato eretto un monumento a Pavle Đurišić, collaboratore di Adolf Hitler. Siamo stati vittima di minacce, confisca delle attrezzature, cancellazione di foto e tentativi di impedirci di lavorare. Il mio collega Stevo Vasiljević è stato aggredito fisicamente e la sua attrezzatura è stata danneggiata. Tutto ciò è accaduto sotto lo sguardo degli agenti di polizia in borghese, che non hanno reagito in alcun modo. Non c’è stata alcuna sanzione per un comportamento così poco professionale”.
Per Pejović è lecito chiedersi quale messaggio stiamo inviando alla società se le minacce di morte vengono punite con sanzioni per importi pari, se non addirittura inferiori a quelli previsti per alcune infrazioni al codice della strada.
“Quando qualcuno viene sanzionato con una multa di 300 euro per minacce ai giornalisti, e poi è sufficiente che paghi solo metà dell’importo, ossia 150 euro, allora ci dobbiamo chiedere se tale sanzione scoraggi davvero la violenza o se mandi un messaggio ai potenziali aggressori che intimidire i giornalisti non costa poi tanto”, commenta Pejović.
Il fotoreporter afferma che, se l’autodenuncia riuscisse a fare riflettere almeno una parte dell’opinione pubblica e dei decisori politici su questo problema, allora quel gesto raggiungerebbe il suo scopo.
“Tuttavia, un cambiamento sostanziale non avverrà grazie ad una singola autodenuncia, ma solo quando le istituzioni proteggeranno i giornalisti in modo coerente ed efficace, quando ogni attacco sarà indagato a fondo e quando chi minaccia gli operatori dei media sarà soggetto a sanzioni commisurate alla gravità del reato commesso”, sottolinea Pejović.
Minacce e aggressioni ricevute in passato
Nel corso della sua carriera, il fotoreporter di Vijesti ha subito diverse forme di pressione e aggressioni. Nel 2002, durante una protesta contro la costruzione di un edificio, l’imprenditore Veselin Barović gli aveva strappato la macchina fotografica dalle mani. L’agente di polizia presente non aveva ritenuto opportuno intervenire.
Nel 2006, mentre fotografava l’edificio di un centro sanitario, un medico gli aveva impedito di circolare e poi anche di lasciare la struttura, motivo per cui era stato costretto a chiamare la polizia. Due anni dopo, Pejović è stato arrestato mentre fotografava la protesta dei lavoratori di un’azienda, per poi essere assolto dall’Alta Corte.
Nell’agosto del 2009, Mihailo Jovović, caporedattore di Vijesti, e Pejović furono aggrediti fisicamente mentre fotografavano un veicolo parcheggiato in divieto di sosta dall’allora sindaco di Podgorica Miomir Mugoša.
“Riflettendo su questi eventi, è difficile non chiedersi perché le stesse cose si ripetano e perché sia così difficile accertare le responsabilità. In alcuni casi non c’è stata alcuna reazione da parte delle istituzioni, in altri i procedimenti si sono protratti per anni, in altri ancora sono state emesse sentenze inadeguate”, sottolinea Pejović.
Secondo il fotoreporter, il Montenegro ha compiuto alcuni progressi, ma non ha ancora raggiunto un livello di tutela istituzionale che dovrebbe essere lo standard.
“Abbiamo bisogno di indagini più efficienti, procedure più rapide e coerenti, dall’accertamento delle responsabilità di tutti i soggetti coinvolti, alle indagini sulle lacune istituzionali, passando per un sostegno finanziario concreto con misure preventive. Perché se diciamo ad un giornalista di informare liberamente e poi, quando viene attaccato per il suo lavoro, lo lasciamo lottare da solo per anni per ottenere giustizia, che spesso non gli viene garantita, allora non gli abbiamo fornito una vera protezione”, conclude Boris Pejović.
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