Slovenia: la politica estera di Lubiana si fa ambiziosa
Un tempo discreta e prudente, la politica estera della Slovenia si è fatta ambiziosa e rumorosa. Mentre a Bled inizia oggi il Forum strategico, che dal 2006 unisce decine di capi di Stato e di governo, il nostro Stefano Lusa riflette su un cambiamento di rotta non privo di rischi per Lubiana

Il Mladika, l’edificio Art Nouveau sede del Ministero degli Esteri a Lubiana © Travellaggio/ Shutterstock
Il Mladika, l'edificio Art Nouveau sede del Ministero degli Esteri a Lubiana © Travellaggio/ Shutterstock
C’era un tempo in cui la Slovenia si beava della sua marginalità. Troppo piccola per giocare un ruolo internazionale di primo piano e troppo concentrata a migliorare lo stile e la qualità della vita dei suoi cittadini per pensare ad altro. Nel periodo delle guerre jugoslave, Lubiana aveva fatto di tutto per dare a intendere che era ben altra cosa rispetto al calderone balcanico e che nulla aveva a che fare con quell’area di estrema instabilità.
L’obiettivo era di entrare il più presto possibile prima nell’Unione Europea e nella NATO. Raggiunto lo scopo, la nuova ossessione è diventata quella di rimanere agganciata al treno franco-tedesco. Proprio per questo, nessuna mossa azzardata e nessun salto in avanti erano considerati possibili. Lubiana si accontentava di stare nelle retrovie, senza l’ambizione di prendere in mano il primo violino dell’orchestra europea.
La sua politica estera tradizionalmente si muoveva secondo le vecchie direttrici che vedevano come punto di riferimento lo spazio sloveno unitario, ovvero quell’area che comprendeva le zone al di là dei confini nazionali dove vivevano le minoranze slovene: Italia, Austria e poi anche Ungheria e Croazia.
Una politica di piccolo cabotaggio, dove però la diplomazia slovena aveva dimostrato di sapersi muovere con grande maestria. I grandi problemi del mondo affascinavano gli sloveni, che avrebbero anche volentieri fatto qualcosa per risolverli, se avessero potuto. La pragmatica classe politica e la diplomazia slovena allargavano però le braccia e si adeguavano a quello che faceva l’Unione Europea. Un’irrilevanza per scelta che consentiva a Lubiana di non inimicarsi nessuno e di perseguire i suoi interessi.
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La nuova politica estera della Slovenia
Ultimamente la musica è cambiata. Lubiana è stata membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e, in questo periodo, è aumentato il suo interesse per i problemi dell’Africa e, in genere, del Sud del mondo.
Nello scorso mandato il governo di centrosinistra guidato da Robert Golob ha preso decisamente le parti dei palestinesi. La classe politica al potere ha parlato a più riprese di genocidio e non ha avuto peli sulla lingua nel condannare quanto accadeva a Gaza e in Cisgiordania. Il netto cambio di rotta era stato salutato entusiasticamente dalla sinistra radicale e da chi nel Paese (e non sono pochi) aveva a cuore la causa palestinese.
Per altri osservatori, il copernicano cambio di rotta appariva azzardato e non in linea con la proverbiale prudenza di Lubiana. A chi sollevava dubbi, veniva risposto che la Slovenia fa quello che deve essere fatto e ciò che è eticamente giusto fare. Nel Paese, però, non tutti la pensavano così.
Il leader del centrodestra Janez Janša, del resto, non ha mai nascosto le sue simpatie per Israele e nemmeno le sue importanti amicizie. Così, dopo le ultime elezioni, che lo hanno visto riprendersi le redini del Paese, ha subito invertito la rotta. Una svolta di 180 gradi che ha visto la Slovenia passare dall’essere una delle voci più critiche nei confronti del governo di Netanyahu a diventare una sua fedele alleata.
Per dimostrarlo, anche Janša ha abbandonato la proverbiale prudenza slovena e non ha avuto paura di far sentire il peso della Slovenia nelle istituzioni europee. Recentemente Lubiana ha bloccato l’adozione di una dichiarazione dell’Unione Europea nella quale si condannavano i piani di Israele di estendere gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Per approvare il documento ci sarebbe voluta l’unanimità.
L’opposizione ha accusato Janša e il suo governo di aver trasformato il Paese in un vassallo di Israele e di stare pagando i debiti per i servigi resi durante la campagna elettorale, quando agenti di un’agenzia privata israeliana avevano fatto tappa nello stabile che ospita il partito di Janša.
L’esecutivo ha laconicamente risposto che, con il nuovo corso, non si è fatto altro che far tornare il Paese nella normalità. Una normalità, comunque, molto diversa da quella che era la sonnacchiosa irrilevanza che lo aveva contraddistinto in passato. Un partner affidabile, fortemente proeuropeo e non incline a posizioni estreme, che negli ultimi anni sembra però oscillare da posizioni marcatamente pro-Palestina a tentativi di emulare, in sede europea, quella che fu l’Ungheria di Viktor Orbán, il premier ungherese che ultimamente è uscito di scena.
La polemica sulla presidente della Repubblica
Lo scontro interno intanto divampa. La presidente della Repubblica Nataša Pirc Musar ha espresso tutte le sue perplessità sul veto sloveno. Il capo dello Stato non ha risparmiato strali nei confronti del governo. Lei, del resto, non aveva mancato di esprimere il suo appoggio alla Palestina e al momento sembra essere l’unico argine che il centrosinistra ha nei confronti del nuovo esecutivo di centrodestra. In politica estera contano le decisioni del governo, ma la presidente ha comunque un suo ruolo.
Lei, intanto, è sotto attacco. Per alcuni nel centrodestra sarebbe addirittura un’agente di Mosca. A scatenare le polemiche è stato un incidente stradale che l’ha vista coinvolta assieme a una sua amica russa naturalizzata slovena. Le due si conoscono da lunga data.
Ma nell’ultimo periodo le illazioni sul conto di quest’ultima si sono sprecate. Il dibattito si è subito spostato su quella che sarebbe una sicurezza nazionale latente e sulla scarsa attitudine dei politici e anche dei servizi di sicurezza a considerare tutti i potenziali pericoli, inclusi quelli derivanti dalle frequentazioni di amici e conoscenti, in un Paese dove è molto facile poter tessere rapporti, anche con i più alti funzionari dello Stato.
La politica estera del presidente del Parlamento
Oltre alla politica estera del centrodestra e a quella del centrosinistra, intanto, emerge anche quella del presidente del Parlamento Zoran Stevanović. Lui sogna di intessere nuove relazioni con Mosca, intanto è volato in Serbia per una visita ufficiale e ha ricevuto a Lubiana il presidente del Parlamento della Republika Srpska, Nenad Stevandić, per quello che sarebbe stato un incontro informale. Lui, del resto, con Resni.ca, il suo partito, tiene in piedi il governo di minoranza di Janez Janša. Nessun accordo con la coalizione, ma per ora un granitico appoggio esterno.
La politica slovena e i suoi protagonisti, in questi ultimi anni, stanno cercando di mettere sempre più carne al fuoco, mentre tutti insieme sembrano voler alimentare la fiamma che arde sotto la brace. Il tranquillo Paese centroeuropeo, che era stato un’oasi di pace e di sicurezza, mentre intorno a lui imperversavano le guerre jugoslave, sembra aver scoperto che può anche ambire a giocare un ruolo da protagonista. Non è detto che sia un bene per la Slovenia.
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