Giornalismo che resiste in Azerbaijan: la storia di Aytac Tapdıq
Il regime di Baku reprime da anni ogni forma di dissenso e libera informazione, ma in Azerbaijan c’è ancora chi crede in un giornalismo libero e indipendente. La storia di Aytac Tapdıq, in custodia cautelare da oltre diciannove mesi, una delle coraggiose giornaliste azerbaijane che non si lasciano zittire

Aytac Tapdıq durante le proteste a Baku, Azerbaijan © Bashir Kitachayev
Aytac Tapdıq durante le proteste a Baku, Azerbaijan © Bashir Kitachayev
In un’aula di tribunale a Baku, la giornalista Aytac Tapdıq ha affermato che per lei il giornalismo non è mai stato solo un lavoro, ma l’essenza stessa della sua vita. Ha definito quello che sta vivendo la sua professione in Azerbaijan come uno “sfacelo dei media”.
Lo scorso 27 luglio, un tribunale a Baku ha condannato nove giornalisti di Toplum TV, un’emittente indipendente azerbaijana, a pene detentive che vanno dai 12 ai 15 anni. Nonostante il processo contro Aytac sia ancora in corso, quella sentenza non lascia adito a dubbi sulle intenzioni del governo nei confronti dei giornalisti non allineati.
Uno schema ormai consolidato
Gli arresti di giornalisti azerbaijani a partire dalla fine del 2023 non vanno considerati come episodi a sé stanti. Seguono uno schema ben preciso: i giornalisti indipendenti vengono accusati di contrabbando di valuta ai sensi dell’articolo 206 del Codice penale. Un’imputazione talmente elastica da poter essere applicata praticamente a chiunque riceva un pagamento dall’estero, con una pena iniziale fino a otto anni, ulteriormente estendibile con l’aggiunta di altri reati durante le indagini.
Questa prassi è stata utilizzata contro i giornalisti di AbzasMedia (condannati a pene di reclusione da sette anni e sei mesi a nove anni con una sentenza del 2025, poi confermata in appello nell’aprile 2026) e di Toplum TV (12-15 anni), ma anche contro i dodici giornalisti di Meydan TV, tra cui Aytac, ancora sotto processo.
Non si tratta di un fenomeno nuovo. In Azerbaijan, le voci indipendenti subiscono censura e intimidazioni da decenni. Negli anni Novanta i giornalisti hanno lavorato sotto la costante minaccia di essere arrestati o aggrediti fisicamente. A metà degli anni Duemila, le autorità di Baku hanno stabilito il divieto per le emittenti straniere di trasmettere sulle frequenze locali. Un decennio dopo, ad essere colpiti sono stati i blogger che hanno condiviso in rete contenuti critici nei confronti del governo.
La vasta campagna di repressione del 2014 ha spazzato via gran parte di quello che era rimasto della società civile, riempiendo le carceri di attivisti, avvocati e giornalisti. I siti web di testate indipendenti, come Meydan TV e Radio Liberty, sono stati bloccati, gli uffici perquisiti, i reporter incarcerati. Oggi assistiamo al culmine di questa tendenza, con episodi di repressione di una portata e un’intensità senza precedenti.
Prima del suo arresto, Aynur Elgunesh, caporedattrice di Meydan TV, ha descritto il panorama dei media azerbaijani: un luogo dove un piccolo numero di giornalisti cerca di mantenere in vita qualcosa che, a ben guardare, ha già cessato di esistere come realtà sostenibile. Ha parlato del pluralismo dei media come di un lontano ricordo e della libertà di informazione come di qualcosa che le autorità di Baku da tempo ormai considerano come un lusso che non si possono permettere.
Dopo quell’intervista, Elgunesh è stata arrestata ed è ancora sotto processo, proprio come Aytac, colpita da false accuse di contrabbando.
Chi è Aytac Tapdıq?
Aytac Tapdıq – all’anagrafe Aytac Ahmadova – è nata il 18 luglio 1993 a Baku. Lavora come giornalista per Meydan TV dal 2015, occupandosi di questioni sociali, diritti delle donne e repressione politica. Il sito web di Meydan TV, fondata a Berlino nel 2013, è bloccato in Azerbaijan dal 2017.
Aytac era finita nel mirino dell’apparato di sicurezza azerbaijano ben prima del suo arresto nel 2024. Nel settembre 2015 era stata rapita per strada da agenti in borghese e interrogata sull’attività di Meydan TV. Nel 2018 era stata fermata mentre stava girando un servizio in un quartiere periferico di Baku. Nel febbraio 2020 era stata arrestata nella sua abitazione insieme ad Aynur Elgunesh. In quel periodo Aytac seguiva una protesta davanti alla Commissione elettorale centrale. Elgunesh aveva riportato ferite dovute all’uso della forza da parte della polizia. Dopo ciascuno di questi episodi Aytac era tornata a lavorare.
L’arresto e gli sviluppi successivi
Il 6 dicembre 2024, pochi giorni dopo la chiusura della COP29 a Baku, Aytac è stata tra i sei giornalisti di Meydan TV arrestati simultaneamente nelle loro abitazioni. I loro computer e telefoni sono stati confiscati. Secondo la testimonianza di Aytac, il denaro presumibilmente trovato durante una perquisizione sarebbe stato piazzato dalle autorità. Successivamente le imputazioni sono state estese per includere altri sette reati.
Durante un’udienza in tribunale nel gennaio 2025, Aytac ha parlato con schiettezza dei procedimenti penali contro i giornalisti. “Sapevamo che i giornalisti venivano arrestati con false accuse. Abbiamo intuito il pericolo. Ciononostante, abbiamo continuato il nostro lavoro. Se fossimo dei contrabbandieri, oggi non saremmo in prigione”, ha affermato Aytac. Per poi aggiungere: “I veri contrabbandieri sono quelli che sfruttano e rubano le risorse del [nostro] paese”.
In una successiva dichiarazione rilasciata durante lo stesso processo, Aytac si è rivolta a quelli che, lavorando all’interno del sistema, hanno contribuito all’avvio del procedimento penale contro di lei – riferendosi ai giudici, pubblici ministeri, funzionari – dicendo loro che la complicità non li avrebbe protetti, che il regime al quale si erano sottomessi aveva esaurito le proprie risorse e che alla fine se ne sarebbero resi conto a caro prezzo. La giornalista ha poi affermato che durante quel procedimento lei e i suoi colleghi avrebbero fatto quello che avevano sempre fatto: chiedere conto a chi detiene il potere, questa volta ad alta voce.
Da allora, le condizioni della sua detenzione sono peggiorate. Nel febbraio 2026, tutte le visite dei familiari al centro di detenzione preventiva di Baku, dove Aytac è rinchiusa, sono state vietate. A sua madre è stato impedito di lasciare il paese all’aeroporto internazionale Heydar Aliyev per ben due volte – ad aprile e a maggio 2026 – mentre tentava di prendere un volo per Berlino per far visita alla sorella di Aytac. In entrambe le occasioni, alla madre della giornalista è stato comunicato che è stato il ministero dell’Interno ad imporle un divieto di movimento. Alla fine di giugno 2026, la corrispondenza telefonica tra Aytac e i suoi amici è stata interrotta.
Nel luglio 2026, Aytac ha inviato una lettera dal carcere, denunciando il diniego di cure mediche. Ha scritto di aver utilizzato ottanta confezioni di gocce nasali in venti mesi, sviluppando una dipendenza a causa della costruzione della struttura su un terreno paludoso bonificato.
Il Servizio penitenziario non impiega specialisti otorinolaringoiatri con contratti stabili, quindi migliaia di detenuti non hanno accesso a cure per orecchie, naso e gola. Le sei giornaliste coinvolte nel caso di Meydan TV hanno ricevuto un solo ed unico esame ginecologico durante la loro permanenza in carcere.
Secondo Aytac, le cosiddette Regole Mandela delle Nazioni Unite e gli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura sono stati violati “deliberatamente”, nonostante l’impegno formale dell’Azerbaijan a rispettare entrambi i documenti.
Il primo maggio 2026 – in occasione della Giornata internazionale dei lavoratori, che precede di due giorni la Giornata mondiale della libertà di stampa – Aytac e altre quattro giornaliste coinvolte nel caso di Meydan TV si sono alzate in piedi sulle loro sedie nel Tribunale per crimini gravi di Baku e hanno gridato slogan a voce così alta da essere udite anche fuori dall’aula. “Fare giornalismo non è un crimine”, hanno ribadito. L’Ufficio di sorveglianza ha presentato un rapporto disciplinare contro di loro. Era l’unica forma di protesta pubblica a loro disposizione.
La posizione di Baku
Le recenti condanne contro Toplum TV – fino a quindici anni di reclusione – sono anche le più severe inflitte finora nell’ambito della repressione dei media indipendenti in Azerbaijan. Non si tratta però di un caso isolato, ormai è la norma.
Nel frattempo, il governo continua a parlare di riforme e di “indipendenza economica dei media”. Il presidente Aliyev ha dichiarato pubblicamente che il paese sta valutando un ritiro completo dal Consiglio d’Europa, liquidando una recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa sui diritti umani come “un pezzo di carta”.
Quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha visitato Baku a luglio, per annunciare un investimento di 200 milioni di euro in connettività, non ha sollevato pubblicamente la questione dei prigionieri politici. Il giorno successivo alla sua partenza, un detenuto che le aveva scritto prima della visita è stato rinchiuso in una cella di isolamento proprio per aver scritto quella lettera.
Aytac Tapdıq ha trentadue anni. È in custodia cautelare da oltre diciannove mesi. Non si sa ancora quando possa essere pronunciata la sentenza. Dal 2023 in Azerbaijan sono stati arrestati oltre trenta giornalisti. Il paese si colloca tra i dieci fanalini di coda nel World Press Freedom Index e – come sottolinea il Comitato per la protezione dei giornalisti – è tra i paesi con il più alto numero di giornalisti incarcerati al mondo.
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