Da Tirana a Belgrado: proteste simili, regimi diversi

Anche se le mobilitazioni che stanno scuotendo Albania e Serbia sembrano rispecchiarsi a vicenda, a scatenarle sono state le manovre di due regimi differenti. Un commento dello scrittore e giornalista Veton Surroi

05/08/2026, Veton Surroi
Veton Surroi - Foto Arianit - CC BY-SA 4.0

Veton Surroi – Foto Arianit – CC BY-SA 4.0

Veton Surroi - Foto Arianit - CC BY-SA 4.0

(Originariamente pubblicato da Koha Ditore, poi ripreso da Le Courrier des Balkans)

Vučić è caduto, ora tocca a Rama”. Questo slogan, scandito durante le manifestazioni a Tirana, ben illustra quanto possano essere fuorvianti le analogie politiche.

In realtà, Vučić ha annunciato l’intenzione di dimettersi da presidente della Serbia per poter partecipare alla corsa per la carica di primo ministro alle elezioni parlamentari previste per il prossimo anno. In altre parole, Aleksandar Vučić sta cedendo il potere facendo ricorso ad una strategia molto simile a quella utilizzata da Vladimir Putin che nel 2012 aveva lasciato la presidenza per diventare primo ministro.

La “caduta” di Vučić nel 2026 potrebbe lasciarlo in perfetta salute politica, permettendogli di rimanere al potere finché lo desidera. Così il presidente serbo dimostrerebbe che un movimento di protesta popolare, sostenuto da ampi strati della società e considerato paladino di una “giusta causa”, non è necessariamente destinato a rovesciare un governo ampiamente considerato ingiusto.

La leadership serba ha visto nel movimento studentesco la principale minaccia alla propria sopravvivenza, dimostrandosi pronta a reagire a due scenari che avrebbero potuto portare alla sua caduta. Quando le strade di Belgrado sono state invase da persone talmente numerose da mettere a nudo l’impotenza del potere di fronte alla mobilitazione popolare, sembra che sia stato utilizzato un “cannone sonico”, un’arma acustica che utilizza onde ultrasoniche per aggredire i sensi dei manifestanti.

Determinato a coesistere con il movimento di protesta, pur contando sul suo progressivo esaurimento e sulle difficoltà che i manifestanti potrebbero incontrare nel preservare la coesione della mobilitazione, la leadership al potere sta ora spostando la risoluzione del conflitto sul terreno ad essa più favorevole: quello delle elezioni legislative organizzate nelle attuali condizioni istituzionali e politiche.

Tuttavia, in un sistema in cui le campagne elettorali si basano sull’abuso delle risorse pubbliche, dove i media sono ampiamente controllati e il confine tra la violenza della polizia e quella dei gruppi criminali al servizio del potere diventa quasi impercettibile, il regime ha buone probabilità di mantenere il potere.

Stando all’ultimo sondaggio dell’agenzia Faktor Plus, se le elezioni si tenessero oggi, il Partito progressista serbo (SNS) di Vučić otterrebbe il 47,1% dei voti. Insieme ai socialisti, supererebbe il 50%, mentre la lista studentesca si classificherebbe al secondo posto con il 30,7% dei voti.

I limiti dell’esempio serbo

Dobbiamo però guardarci dalle analogie. Il regime serbo e quello albanese possono apparire, ed effettivamente essere delle autocrazie sorte dopo le elezioni più o meno democratiche, ma si basano su fondamenta profondamente diverse.

L’attuale potere in Serbia si fonda su un’ondata di odio, tuttora presente, scaturita dalle guerre di dissoluzione jugoslava e dal ruolo centrale svolto in esse dalla Serbia e dal nazionalismo serbo.

In Albania, invece, il potere agisce secondo una logica completamente diversa. Nei primi anni Duemila, quando è entrato in politica, l’attuale primo ministro Edi Rama incarnava una figura cosmopolita. Le incursioni nazionaliste che ha compiuto negli ultimi anni riguardo al Kosovo e alla Macedonia del Nord sembrano derivare più dal desiderio di affermarsi come attore regionale che da un tardivo risveglio nazionalista.

L’autocrazia albanese è un caso unico a livello globale: è il risultato di una collusione tra potere politico, reti criminali organizzate legate al narcotraffico internazionale, oligarchi e media.

Considerando la cultura politica serba, non c’è da stupirsi che le autorità ricorrano a “cannoni sonici” e inviino criminali armati di mazze da baseball per picchiare anziani, donne e bambini che partecipano alle manifestazioni.

In Albania, tuttavia, tale violenza non fa parte della cultura politica del paese. Il primo ministro Rama, infatti, non vi ha mai fatto ricorso. Picchiare le persone che sventolano fenicotteri gonfiabili o cartelli ostili al governo non fa parte della prassi politica albanese, nemmeno quando questi espongono slogan radicali come “Morte ai traditori”.

Le analogie si sgretolano anche quando si considerano le dinamiche delle mobilitazioni. In Serbia, il movimento di protesta sta per entrare nel suo secondo anno. In Albania, ha appena superato il primo mese. Se entro la fine dell’anno non cambierà nulla, il movimento serbo, al suo apice, porterà a elezioni parlamentari organizzate nelle stesse condizioni inique di prima. Allo stesso tempo, però, permetterà l’emergere di una nuova opposizione, guidata dagli studenti, con una legittimità politica rafforzata.

In Albania, invece, la mobilitazione è appena iniziata. Eppure, a differenza del movimento serbo, ha già messo in chiaro, nel suo primo mese di esistenza, che il suo obiettivo non è partecipare a elezioni organizzate nelle stesse condizioni di prima.

Quindi no, Vučić non è caduto. E non c’è motivo di credere che Rama possa cadere. Anche il primo ministro albanese ha due opzioni di fronte al movimento di protesta che, a differenza di quello serbo, è ancora nelle sue fasi iniziali e deve affrontare numerose sfide. Rama può scegliere di convivere con le proteste, sperando che diminuiscano gradualmente d’intensità o che si trasformino in una semplice attrazione turistica. In alternativa, potrebbe optare per la prova delle elezioni parlamentari, qualora il movimento di protesta acquisisse un significativo slancio politico.

In entrambi i casi, i manifestanti, come anche il primo ministro, scommettono sulla graduale erosione dell’avversario: il primo ministro scommette che i manifestanti non saranno capaci di costruire una rappresentanza politica coerente; i manifestanti scommettono che il primo ministro si troverà sempre più isolato alla guida di un regime fortemente personalizzato.

Entrambi gli scenari, nonostante le differenze fondamentali tra Albania e Serbia, conducono allo stesso risultato auspicato dai due leader: legittimare, attraverso il sigillo di una democrazia rappresentativa formale, un esercizio di potere non democratico.

Il paradosso albanese

Tuttavia, il futuro dell’Albania seguirà una traiettoria diversa da quella della Serbia. A differenza della Serbia, l’Albania è risolutamente e sinceramente orientata verso l’Unione europea. La popolazione, i partiti politici, il governo e la società civile albanese condividono questo orientamento. Inoltre, a riprova di questo impegno, esiste la SPAK [procura speciale anticorruzione,] un’istituzione concepita per incarnare lo stato di diritto. Basterà per evitare che l’Albania segua la strada intrapresa dalla Serbia? No.

L’impegno dichiarato del governo albanese ad attuare le riforme richieste dall’UE è la conferma della determinazione del paese ad adottare tutte le modifiche legislative indicate da Bruxelles. Il primo ministro si è persino spinto a proporre che questo compito, anziché essere affidato ad attori politici o all’amministrazione pubblica, venga svolto utilizzando l’intelligenza artificiale, in modo che il parlamento possa approvare senza riserve le traduzioni dei testi europei prodotte da ChatGPT.

È proprio qui che sta il paradosso: le riforme europee stanno diventando una questione di retorica piuttosto che di sostanza. L’Albania guidata dall’attuale leadership è disposta, sempre con sincero impegno, ad adottare leggi in linea con i criteri dell’Unione europea, pur preservando l’attuale modello di sviluppo, caratterizzato da una scarsa trasparenza democratica e dalla legittimazione dei capitali derivanti dal narcotraffico e dell’influenza politica e sociale che ne consegue.

Sostenere simultaneamente due convinzioni contraddittorie rivela una dissonanza cognitiva, e questo è un problema di potere. Ma è anche un problema dell’Unione europea. È vero che l’Albania è pienamente impegnata nel percorso di integrazione europea. Allo stesso tempo, il suo attuale modello di sviluppo si basa su ingenti afflussi di capitali provenienti da fonti illecite. Questa non è un’eccezione allo stato di diritto che la SPAK dovrebbe, in teoria, correggere: ormai è una regola.

La SPAK non può sostituire l’opposizione, né tanto meno può diventare una spada rivoluzionaria idealizzata per far cadere delle teste e amministrare la giustizia. La Rivoluzione dei fenicotteri non può sostituire il parlamento albanese. L’Unione europea non può sostituire il governo albanese. E il governo albanese non può sostituire il popolo né la sovranità popolare.

La questione fondamentale ora è come conciliare le aspirazioni europee del governo albanese, quelle dell’Unione europea, la determinazione della SPAK a combattere la corruzione e la criminalità organizzata e l’impegno dei manifestanti del Movimento dei fenicotteri a ripristinare il potere decisionale dei cittadini. In altre parole, come incanalare queste dinamiche verso un unico obiettivo: permettere all’Albania di intraprendere una strada radicalmente diversa da quella attualmente perseguita.


Hai notato inesattezze o errori in questo articolo? Contattaci a redazione@balcanicaucaso.org .