Vandalismo a Međugorje: quando l’odio arriva prima dei fatti
Alcuni santuari cattolici a Međugorje, in Bosnia Erzegovina, sono stati recentemente vandalizzati. Il caso ha scatenato una valanga di messaggi d’odio e una forte strumentalizzazione politica. Quando è emerso che l’autore era un cittadino polacco i toni sono rientrati, ma l’episodio mostra un preoccupante ritorno della retorica divisiva degli anni Novanta

Međugorje, Bosnia Erzegovina © SerFF79/Shutterstock
Međugorje, Bosnia Erzegovina © SerFF79/Shutterstock
In Bosnia Erzegovina, dove la pace è fragile, ogni parola dei funzionari pubblici dovrebbe essere ponderata, soprattutto quando si verificano episodi che rischiano di provocare tensioni interetniche. Eppure, la realtà è spesso diametralmente opposta.
Invece di invitare alla calma e attendere i risultati delle indagini, alcuni politici e personalità pubbliche spesso ricorrono ad un linguaggio duro, permettendo così di trasformare un atto isolato di un individuo in un caso politico.
In Bosnia Erzegovina, accade fin troppo spesso che singoli episodi diventino uno strumento di mobilitazione politica e di caccia ai consensi, ancor prima che vengano accertate le responsabilità.
I social e le reazioni del mondo politico
Uno scenario a cui si è assistito anche dopo la recente profanazione dei santuari cattolici di Međugorje, dove l’altare esterno a ridosso della chiesa di San Giacomo è stato dato alle fiamme, mentre sulla statua della Madonna è comparsa la scritta “Devil in a skirt” [il diavolo con la gonna]. Inoltre nelle vicinanze sono stati affissi striscioni con messaggi offensivi rivolti a questo luogo di culto e ai pellegrini.
Il discorso d’odio si è diffuso sui social prima ancora che le autorità identificassero il responsabile. Tra i commenti si leggevano accuse secondo cui l’attacco sarebbe stato compiuto da “islamisti”, “terroristi” e “nemici dei cattolici”. Alcuni utenti hanno immediatamente definito l’incidente come un attacco al popolo croato e alla Chiesa cattolica. Ad essere colpiti direttamente da questa retorica sono stati i bosgnacchi (musulmani) che vivono in Bosnia Erzegovina.
Anche le reazioni politiche non si sono fatte attendere.
Andrej Plenković, primo ministro della vicina Croazia, ha condannato l’atto vandalico, sottolineando però che non si dovrebbero trarre conclusioni finché non sarà accertata l’identità dei responsabili dell’accaduto.
Non tutti però hanno saputo aspettare. Darijana Filipović, candidata alla Presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina e membro dell’Unione democratica croata della BiH (HDZ BiH), ha definito i fatti di Međugorje come un attacco ai cattolici della Bosnia Erzegovina.
“I messaggi agghiaccianti lasciati in un luogo sacro e di preghiera, un luogo di speranza e di pace, e i danni materiali arrecati all’altare non devono rimanere impuniti. Si tratta di un attacco aperto contro la popolazione cattolica di Međugorje e di tutta la Bosnia Erzegovina, ma anche contro un simbolo globale di pace e unità, alla vigilia del 37° Festival internazionale dei giovani, quando decine di migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo arriveranno a Međugorje”, ha dichiarato Filipović.
L’eurodeputata Željana Zovko (HDZ) si è spinta oltre. “Atti come questo rappresentano un tentativo di intimidire i cattolici in Bosnia Erzegovina, che da tempo subiscono attacchi ai loro luoghi di culto, al patrimonio culturale e al diritto fondamentale di praticare liberamente la propria religione. Tale violenza e intolleranza non devono diventare accettabili né restare impunite”, ha scritto Zovko.
Qualche ora dopo è arrivata la svolta.
La polizia ha arrestato il sospettato Bartłomiej Włodzimierz Krakowiak, un cittadino polacco di trentuno anni, cattolico, che, secondo quanto riportato dai media, avrebbe compiuto un pellegrinaggio a piedi da Varsavia a Međugorje alcuni anni fa. Con l’arresto sono state smentite numerose ipotesi diffuse sui social e nello spazio pubblico.
In seguito, anche il tono di alcune dichiarazioni è cambiato. Darijana Filipović ha affermato di aver condannato solo gli atti vandalici e che “tutte le altre interpretazioni sono menzogne”.
Ad attirare particolare attenzione è stata la reazione di Jadranka Kosor, già premier croata, che dopo l’arresto del sospettato ha sottolineato quanto fosse importante agire rapidamente per fare chiarezza sull’accaduto. Kosor ha affermato che il rapido arresto “ha spento il fuoco dell’odio che aveva già cominciato a divampare nel paese vicino”, aggiungendo che “vari parassiti politici speravano di poter continuare a comportarsi come tali”.
Il messaggio dell’ex premier croata è una sorta di monito: nella fragile società bosniaco-erzegovese, qualsiasi interpretazione prematura e politicizzazione degli episodi come quello di Međugorje rischia di produrre conseguenze ben più gravi dell’atto vandalico in sé.
L’importanza dell’empatia
I fatti di Međugorje hanno riportato a galla la questione della responsabilità del discorso pubblico. In una società, come quella bosniaco-erzegovese, dove le ferite della guerra non si sono ancora rimarginate, i politici dovrebbero astenersi dal trarre conclusioni prima della chiusura delle indagini, evitando così di alimentare ulteriormente un clima di sfiducia.
Ogni attacco ad un luogo di culto merita una condanna inequivocabile e una reazione efficace da parte delle istituzioni. Allo stesso tempo, qualsiasi attribuzione prematura di una specifica responsabilità collettiva può produrre conseguenze che vanno ben oltre il singolo episodio.
“Questo episodio non va strumentalizzato a fini politici”, ha dichiarato ad OBCT fra Ivan Nujić, guardiano del convento francescano di Plehan, in Bosnia Erzegovina. “Alcuni politici cercano di approfittare di episodi analoghi per conquistare consensi”.
Nujić si trovava proprio a Međugorje quando lo abbiamo raggiunto telefonicamente.
Per fra Ivan è molto importante essere empatici. “Le persone sono rimaste scioccate e addolorate. Provano compassione per il poveretto che ha compiuto questo gesto. È malato, dobbiamo avere compassione per persone come lui. Dobbiamo essere misericordiosi”.
Il linguaggio, come ha sottolineato Nujić, dovrebbe essere pacato in modo da avvicinare le persone, anziché dividerle. “I messaggi dovrebbero essere orientati al bene comune”.
Le responsabilità della politica
Adis Nadarević, politologo e collaboratore di numerose testate giornalistiche, sottolinea come la tendenza a sfruttare politicamente le tragedie sia un fenomeno diffuso in tutta Europa e nel mondo. Tuttavia, come spiega, “in Bosnia Erzegovina, queste dinamiche sono molto più delicate e rischiose, considerando l’eredità degli anni Novanta, la complessità delle relazioni interetniche e i potenziali danni che un comportamento irresponsabile in politica può arrecare al fragile tessuto sociale della BiH”.
“Ecco perché il senso di responsabilità dei politici e di altre personalità pubbliche in BiH dovrebbe essere molto più forte che altrove, ma purtroppo non è così”, afferma Nadarević. “Al contrario, i singoli episodi vengono amplificati e inseriti in discorsi d’odio per trarne un vantaggio politico a breve termine”.
“Questi fenomeni – spiega il politologo – hanno acquisito particolare slancio con l’ascesa della retorica xenofoba e islamofoba del movimento americano MAGA e dei movimenti di destra europei, i cui echi si possono facilmente individuare nelle narrazioni e nei messaggi dei politici bosniaci che in questi movimenti e nei leader come Viktor Orbán cercano esempi a cui ispirarsi”.
A preoccupare in particolare, come afferma Nadarević, è il fatto che in Bosnia Erzegovina la retorica degli anni Novanta stia vivendo una sorta di “rinascita”, con la differenza che oggi questa narrazione si inserisce in discorsi che stanno diventando sempre più dominanti anche in contesti dove erano impensabili negli anni Novanta.
“I crimini d’odio non si sono mai verificati in nessun luogo senza essere preceduti da discorsi d’odio, e spero che l’Europa possa trarre insegnamento dall’esperienza della Bosnia Erzegovina per evitare di rivivere i crimini del passato”, sottolinea il politologo. “Ognuno di noi si deve assumere la responsabilità del dilagare dei discorsi d’odio in un contesto dove ormai sembra impossibile discernere i confini di linguaggi e comportamenti che dovrebbero essere inaccettabili”.
È intervenuto anche il Consiglio interreligioso della Bosnia Erzegovina, unendosi al “dignitoso messaggio dell’ufficio parrocchiale di Međugorje, che ha invitato i fedeli a non rispondere al male con il male, bensì con la preghiera, il digiuno e il perdono”.
“Tale reazione è una testimonianza di fede, responsabilità e autentico impegno per la pace”, ha affermato il Consiglio interreligioso, sollecitando le istituzioni competenti a fare chiarezza sull’accaduto.
Sarà la procura della Bosnia Erzegovina ad occuparsi del caso del cittadino polacco. Il codice penale della BiH prevede una pena detentiva da sei mesi a cinque anni per il danneggiamento e la demolizione di edifici religiosi.
Međugorje è uno dei luoghi di pellegrinaggio cattolico più visitati al mondo. Ha guadagnato fama grazie alle testimonianze di sei bambini che avrebbero visto la Madonna diverse volte a partire dal giugno 1981.
Nonostante la Santa Sede non abbia mai riconosciuto le presunte apparizioni come soprannaturali, Papa Francesco ha approvato l’organizzazione di pellegrinaggi ufficiali a Međugorje nel 2019. Nel 2024, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha concesso il “nihil obstat”, cioè il via libera alla devozione e all’esperienza spirituale a Međugorje, permettendo ai fedeli di coltivare liberamente la fede e di compiere pellegrinaggi a questo santuario, senza però confermare l’autenticità delle apparizioni.
Međugorje attira ogni anno centinaia di migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo, quindi per la Bosnia Erzegovina riveste un’importanza non solo religiosa, ma anche culturale, sociale e turistica.
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