Dalla cooperazione alla guerra: l’acqua nel cuore carsico dell’ex Jugoslavia

A unire Bosnia Erzegovina, Croazia e Montenegro non c’è solo un passato comune ma anche una risorsa cruciale, la più preziosa. Primo episodio di un reportage sulla gestione condivisa delle risorse idriche transfrontaliere

Il fiume Trebišnjica a Trebinje, BiH © Sale97 /Shutterstock

Il fiume Trebišnjica a Trebinje, BiH © Sale97 /Shutterstock

Il fiume Trebišnjica a Trebinje, BiH © Sale97 /Shutterstock

Nei Balcani occidentali c’è un filo rosso – anzi blu – che unisce le maxi-infrastrutture del modernismo socialista, le sanguinose guerre jugoslave e la politica di coesione dell’Unione europea. Un filo che non si ferma ai confini tracciati dall’uomo ma li attraversa, dipanandosi lungo le Alpi Dinariche da Trieste alla Macedonia del Nord.

Qui, l’acqua è forza attiva che modella lo spazio e la vita delle comunità umane. Si fa “inghiottire” dalle rocce calcaree per riemergere a chilometri di distanza, producendo un complesso sistema di corpi idrici superficiali e sotterranei che plasma in profondità il territorio. Il carsismo dinarico non è solo un processo geomorfologico, ma una vera e propria fenomenologia della permeabilità che rende porosi anche i confini più rigidi, incentivando naturalmente la cooperazione transfrontaliera e rendendo inevitabile la gestione condivisa delle risorse idriche.

Indisciplinatezza e porosità

Dženeta Hodžić, ricercatrice dell’ISOE – Institut für sozial-ökologische Forschung (Istituto di ricerca socio-ecologica) di Francoforte, caratterizza quest’imprevedibilità parlando di “unruliness“: “L’indisciplinatezza costituisce una caratteristica intrinseca delle acque carsiche sotterranee e rende estremamente difficile predirne percorso e comportamento”, ci spiega. “Gli effetti dei cambiamenti climatici complicano ulteriormente il quadro”, sottolinea, citando come esempio “le variazioni nel volume delle precipitazioni, capaci di influenzare i flussi d’acqua in superficie e sottoterra”.

Il fiume Trebišnjica – che bagna Bosnia Erzegovina, Croazia e Montenegro – rappresenta un caso studio emblematico. Nasce da impetuose sorgenti sotterranee (a loro volta alimentate da torrenti carsici) nei pressi di Bileća, nell’Erzegovina orientale, e serpeggia ramificandosi nell’entroterra erzegovese per gettarsi nell’Adriatico in due località vicino a Dubrovnik (Ragusa), Slano e Komolac, dopo essere scomparso e ricomparso più volte. Scorrendo sottoterra per 90 dei suoi 187 chilometri totali, è uno dei sinking river (letteralmente “fiumi che sprofondano”) più lunghi al mondo.

In termini idrografici, il suo bacino è un tutt’uno con quello della Neretva (Narenta), che scorre più a nord in territorio bosniaco e, per l’ultimo tratto, croato. La Trebišnjica vi confluisce presso Čapljina, a sud-est di Međugorje, attraverso le porosità carsiche del sottosuolo.

Il gigantismo infrastrutturale jugoslavo

La cooperazione idrica nell’area comincia negli anni Sessanta, quando i confini non separavano degli Stati sovrani bensì le repubbliche federate della Jugoslavia socialista. Si materializzò soprattutto con una serie di grandi interventi ingegneristici sulla Trebišnjica per la produzione di energia elettrica.

La prima diga fu eretta nel 1965 a Gorica, vicino Trebinje. Parte dell’acqua raccolta venne deviata verso la contea raguseo-narentana (Dubrovnik-Neretva), lembo meridionale della Dalmazia croata, per alimentare la centrale di accumulo sotterranea di Plat, l’Hidroelektrana Dubrovnik. Edificata tra il 1960 e il 1965, l’HE Dubrovnik fu dotata di due turbine, tutt’ora in funzione: una genera elettricità per la Croazia, l’altra per la Bosnia Erzegovina.

Mappa del bacino idrografico del fiume Trebišnjica

Mappa OBCT

Nel 1967 la valle della Miruša venne allagata tramite la diga di Grančarevo per creare il lago artificiale di Bileća, al confine tra Bosnia Erzegovina e Montenegro. Da allora, l’invaso funge da serbatoio per le centrali di Trebinje e Plat nonché, insieme a quello di Gorica, da riserva d’acqua per usi potabili e irrigui.

Questa mega-opera infrastrutturale – ribattezzata Donji Horizonti (“Orizzonti inferiori”) poiché realizzata lungo il basso corso della Trebišnjica – venne completata nel 1981. Snodandosi attraverso il Konavle croato, una condotta collegò Plat con Herceg Novi (Montenegro) per rifornirla dell’acqua di Bileća, mentre altri due impianti idroelettrici spuntarono a Čapljina e Trebinje.

Tale sistema idraulico integrato incarnava perfettamente lo spirito che animava lo sviluppo economico e tecnologico jugoslavo. Katarina Kušić, professoressa associata all’Università di Rijeka (Fiume), lo descrive a OBCT come “un modernismo volto a migliorare la terra, per renderla più produttiva”.

L’assedio di Dubrovnik

Poi la catastrofe. Scoppiata nell’estate 1991, la guerra lambì la regione in settembre. L’Armata popolare jugoslava (JNA) cinse d’assedio Dubrovnik – la “perla dell’Adriatico” – il primo ottobre, mentre procedeva con l’occupazione del Konavle. In questo teatro del conflitto, l’acqua rappresentò una risorsa strategica cruciale tanto per gli aggressori quanto per i difensori.

La JNA la mise nel mirino dal primo giorno. Abbattuto il trasmettitore radio del monte Srđ (il colle che sovrasta Dubrovnik), i MiG-21 jugoslavi colpirono la sottostazione di trasformazione di Komolac, sull’altro lato del crinale. Quest’operazione privò in un colpo solo gli assediati dell’elettricità e dell’acqua corrente, dato che l’approvvigionamento idrico della città dipendeva quasi interamente da quel singolo impianto.

La Grande fontana di Onofrio, nella città vecchia di Dubrovnik. Foto: Francesco Bortoletto

La Grande fontana di Onofrio, nella città vecchia di Dubrovnik. Foto: Francesco Bortoletto

Un tunnel che correva sotto al monte Srđ per circa 3 chilometri collegava l’impianto di Komolac – che si riforniva dalla sorgente carsica dell’Ombla, uno dei fiumi più corti al mondo (appena 30 metri) alimentato proprio dalla Trebišnjica – all’acquedotto del XV secolo e, soprattutto, al serbatoio che dal 1964 alimentava il sistema di pompaggio gravitazionale dell’acqua nel capoluogo raguseo.

La notte tra il 10 e l’11 ottobre, alcuni tecnici dell’azienda idrica comunale (Vodovod Dubrovnik) risalirono il tunnel e fecero defluire manualmente l’acqua dal bacino di riempimento di Komolac verso il serbatoio cittadino sottostante. Questa mossa, tanto fondamentale quanto rischiosa, impedì alla JNA di prendere Dubrovnik per sete in otto mesi d’assedio.

Gli abitanti della città e i circa 15mila profughi rifugiativisi dalle campagne fecero affidamento, oltre ai convogli umanitari che saltuariamente forzavano il blocco navale, anche sulla rete di antiche cisterne – una dozzina di serbatoi, per lo più sotterranei – di cui faceva parte anche la Grande fontana di Onofrio, datata 1438.

Come emerge dalle cronache locali, consultate agli archivi di Stato cittadini, il razionamento consentiva al massimo 5 litri d’acqua al giorno a persona. Ma appena aumentava la disponibilità, riporta il Dubrovački Vjesnik, tutti ne facevano “un consumo eccessivo e sconsiderato”, rendendo necessario l’appello a “risparmiare acqua affinché voi e gli altri possiate averne ancora”.

Le foto dell’epoca immortalano lunghe code per riempire le taniche, come quelle conservate nel Museo della guerra allestito nel forte napoleonico sul monte Srđ. Infine, gli abitanti ricavavano l’acqua potabile anche dalle precipitazioni, raccogliendo la pioggia e sciogliendo la neve. Per gli usi non potabili (come tirare lo sciacquone ed estinguere gli incendi), invece, usavano l’acqua dell’Adriatico.

Taniche e secchi usati dagli abitanti di Dubrovnik per rifornirsi d’acqua durante l’assedio del 1991-1992. Foto: Francesco Bortoletto

Taniche e secchi usati dagli abitanti di Dubrovnik per rifornirsi d’acqua durante l’assedio del 1991-1992. Foto: Francesco Bortoletto

Il teatro del Konavle

Essendo autonoma rispetto al sistema idraulico dell’Ombla, la centrale di Plat non risentì direttamente dell’attacco a Komolac. Ma l’impianto, danneggiato dai combattimenti e rimasto senza operatori (fuggiti a Dubrovnik), si fermò comunque nell’ottobre 1991. Questo non ebbe effetti immediati sull’approvvigionamento idrico del Konavle, che dipendeva da due fonti carsiche locali (Duboka Ljuta e Konavoska Ljuta). Tuttavia, nell’ennesima militarizzazione dell’acqua, la JNA attaccò anche queste infrastrutture durante l’occupazione.

Dopo mesi di negoziati serrati, nel febbraio 1992 i dipendenti della compagnia elettrica croata poterono iniziare le riparazioni dell’HE Dubrovnik. L’impianto tornò operativo a metà aprile ma continuò a funzionare a singhiozzo. L’esercito croato lo riconquistò verso fine maggio, tuttavia il flusso d’acqua da Plat a Herceg Novi rimase dimezzato fino al termine delle ostilità, a circa 300 m3/secondo dagli originali 600.

Osservati attraverso il prisma della gestione idrica, questi tragici eventi impongono una riflessione. La frammentazione della mega-infrastruttura jugoslava – con le varie componenti in mano alle opposte parti in lotta – rese particolarmente delicate le trattative, ma fu anche uno dei motivi dell’esistenza stessa di un tavolo negoziale.

Controllando l’invaso di Bileća, i serbo-bosniaci potevano minacciare lo stop delle forniture a Plat nonché l’inondazione dei villaggi croati a valle della diga. D’altro canto, l’HE Dubrovnik poteva bloccare tanto l’elettricità diretta verso l’autoproclamata Republika Srpska quanto l’approvvigionamento della Dalmazia montenegrina. In qualche misura, dunque, questa reciproca convenienza contribuì a mantenere in piedi le infrastrutture condivise e la cooperazione idrica tra le due fazioni, impedendone la totale sospensione anche nelle fasi più acute della guerra.

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.