Sarajevo, il museo che custodisce i ricordi di guerra dei bambini
Il museo dell’infanzia in guerra di Sarajevo raccoglie testimonianze e oggetti di chi è cresciuto tra i conflitti, in Bosnia Erzegovina e non solo. Raccolte con sensibilità e principi etici rigorosi, le memorie diventano occasioni di dialogo tra comunità divise

Tornike WCM
Dettaglio dell'opera di Tornike Kakalashvili presente nella collezione del War Childhood Museum (© War Childhood Museum)
Jasminko Halilović aveva solo due anni quando scoppiò la guerra nella sua Bosnia. Anni dopo, cercando di rispondere alla domanda “cos’è stata per te l’infanzia in guerra?”, ha trasformato quella domanda in qualcosa di più grande: insieme ad altri ex bambini toccati dalla guerra ha fondato il museo dell’infanzia in guerra (War Childhood Museum, WCM), che ha aperto a Sarajevo nel 2017.
Il museo è un’istituzione culturale nata dal basso e incentrata sulle persone, dedicata a preservare le esperienze vissute dai bambini colpiti dalla guerra. Parlando con OBCT, Aynura Akbas, coordinatrice della ricerca al WCM, racconta che i promotori sono riusciti a creare un museo in un contesto postbellico “saturo di retorica nazionalista sulla guerra”, senza ricevere alcun sostegno da parte delle istituzioni statali.
“Jasminko Halilović ha invitato i suoi coetanei a condividere brevi ricordi della loro infanzia in guerra. Voleva preservare la propria esperienza e i ricordi d’infanzia, ma voleva anche creare legami con altre persone che condividevano questa esperienza. È stato il primo passo verso lo sforzo collettivo per la creazione del museo e l’avvio di un progetto di memoria che continua ancora oggi,” spiega Akbas.
Halilović è riuscito a raccogliere circa 1500 memorie e testimonianze da ex bambini investiti dalla guerra, sia all’interno della Bosnia Erzegovina sia da membri della diaspora bosniaca residenti in più di trenta paesi. Poi le ha pubblicate in un libro intitolato “War Childhood” (Infanzia di guerra) e, con l’evolversi del progetto, molte altre persone hanno condiviso i racconti della propria infanzia in guerra.
“Così facendo, Halilović si è reso conto che le persone non conservavano solo i propri racconti sulla guerra, ma spesso anche alcuni oggetti fisici legati a quei ricordi. Ha incontrato molti di questi soggetti di persona: capitava spesso che portassero con sé una fotografia o menzionassero un oggetto personale che avevano tenuto dal periodo della guerra, come un giocattolo fatto a mano o un diario. A oltre vent’anni di distanza dalla fine della guerra le persone erano ancora attaccate a questi oggetti: è lì che Halilovic si è reso conto del forte legame che esiste tra le esperienze personali e gli oggetti fisici,” racconta Akbas.
Halilović ha iniziato a ricevere giocattoli, diari, lettere, vestiti, oggetti domestici comuni e altri tipi di oggetti che per le persone simboleggiavano cose diverse, come la speranza, la sopravvivenza o la resilienza.
“Per alcune persone questi oggetti rappresentavano un legame con qualcuno che avevano perso o che era stato loro vicino durante la guerra. Se invece penso alla resilienza, mi vengono in mente per esempio un paio di scarpette da ballo donate da una persona che ha continuato a frequentare lezioni di danza durante l’assedio di Sarajevo, oppure la maglia sportiva di chi ha continuato ad andare agli allenamenti di pallavolo durante la guerra, o un diario scritto in inglese da qualcuno a cui sembrava che usare una lingua straniera rendesse più facile elaborare quello che stava succedendo. Ognuno di questi oggetti mostra i tanti modi che i bambini hanno trovato per andare avanti,” dice Akbas.
Promuovere la pace
Nel tempo, il museo ha ampliato il proprio raggio d’azione oltre la Bosnia Erzegovina. Ha documentato più di venti teatri di conflitto o post-conflitto in tutto il mondo. Akbas spiega che il WCM ha “molte mostre itineranti e temporanee, ma Sarajevo resta l’unico luogo che ospita un’esposizione permanente.” L’Ucraina rappresenta una parziale eccezione: è il primo paese straniero dove il WCM ha aperto una sede, che dispone di personale a tempo pieno impegnato a costruire una collezione sugli effetti dell’invasione russa su vasta scala. Il WCM ha aperto inoltre un ufficio nei Paesi Bassi.
Ricerca, educazione e mostre sono i tre ambiti principali di attività del museo. Come sottolinea Akbas, il lavoro va al di là della sua collezione, ed è importante in particolare lo sforzo per coinvolgere le comunità . Il WCM, ad esempio, usa la propria collezione per promuovere la pace attraverso laboratori educativi.
Questa dimensione di costruzione della pace si fonda su un approccio incentrato sulle persone sopravvissute, spiega Akbas: “I nostri educatori progettano contenuti e materiali didattici per costruire empatia e un dialogo critico con le eredità della guerra. La nostra collezione è uno strumento per promuovere una cultura di pace e comprensione reciproca. Usiamo questi oggetti e racconti personali per aiutare i giovani a riflettere sulle conseguenze della guerra e sulla resilienza e capacità di agire dei bambini che ne sono più colpiti,” spiega a OBCT la coordinatrice della ricerca.
Il museo è riuscito a coinvolgere giovani di ogni origine ed entità della Bosnia Erzegovina – un risultato non scontato in un paese profondamente polarizzato. Il museo offre inoltre agli insegnanti l’opportunità di lavorare insieme, aiutando centinaia di loro a organizzare lezioni e laboratori sulla pace nelle proprie scuole.
“Ostacoli oggettivi e amministrativi spesso rendono difficile per le comunità riunirsi a Sarajevo: questo rende gli spazi di incontro alternativi offerti dal WCM particolarmente preziosi,” spiega la coordinatrice della ricerca.
Il museo dell’infanzia in guerra è convinto che raccontare storie personali possa davvero cambiare gli atteggiamenti reciproci tra comunità divise e portare risultati positivi verso una convivenza pacifica e un dialogo tra tutte le parti.
“Il racconto è al centro del nostro approccio. Le nostre sale sono uno spazio unico: spesso i contributori ci vengono con i propri figli, e proprio qui condividono per la prima volta con loro l’esperienza di essere cresciuti in guerra. Per noi è un segnale che il museo è percepito come uno spazio sicuro,” aggiunge Akbas.
Dilemmi etici
Intervistata da OBCT, Akbas racconta che il WCM deve gestire molteplici dilemmi etici, dato che lavora con storie personali di guerra, storie marginalizzate o comunità vulnerabili.
“Abbiamo sviluppato procedure, meccanismi e politiche che tengono conto di tutti i rischi e le questioni etiche. Abbiamo per esempio elaborato delle politiche di protezione dei minori, delle politiche di protezione degli adulti, delle procedure per gestire le interviste e il processo di documentazione. Tutto il personale che lavora con i sopravvissuti riceve una formazione specifica su come approcciare i traumi. Abbiamo introdotto varie misure per essere sicuri di essere ben preparati a lavorare con i sopravvissuti,” spiega la coordinatrice della ricerca.
Una delle scelte etiche fatte dal museo è quella di lasciare che i contributori possano riprendersi il proprio oggetto, o modificare parti del proprio racconto, in qualsiasi momento e senza dover rispondere a domande. Il WCM offre anche ai contributori la possibilità di restare anonimi o di usare uno pseudonimo. Tutto questo serve a garantire che “le persone sentano di rimanere proprietarie della loro storia: una volta donato, un oggetto non passa necessariamente per sempre nelle mani del museo. Il museo funge solo da custode di ciò che è stato donato.”
Nota dell’autore – Nel 2024 sono venuto a conoscenza dell’esistenza del WCM: ho deciso di donare il “giornale” che avevo scritto a mano durante l’invasione russa della Georgia nel 2008. All’epoca avevo dieci anni e volevo già diventare un giornalista. Da bambino creativo, mi capitava spesso di produrre i miei giornali, registrare video di me stesso come se conducessi un telegiornale e intervistare i passanti nel mio quartiere a Gori, la mia città natale, usando un microfono fatto in casa. Era un gioco che amavo davvero, mi permetteva di esprimermi ed era per me uno dei modi migliori per rilassarmi e intrattenermi. I miei articoli o video affrontavano temi seri, per lo più di natura politica, ma anche altri argomenti che catturavano il mio interesse, ed erano accompagnati da miei disegni o da collages che creavo ritagliando immagini da vere riviste e giornali. Ho contribuito alla collezione del WCM con la speranza utopica che nessun bambino al mondo debba mai soffrire gli orrori della guerra, e che quelli che hanno già vissuto le conseguenze devastanti dei conflitti armati trovino il coraggio di costruire un mondo migliore, più pacifico e più giusto per tutti.
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