Golpe in Turchia 2016: Melis, l’avvocatessa della Turchia bianca
A dieci anni dal tentato golpe in Turchia del 2016, abbiamo raccolto quattro testimonianze dal paese. Giovane donna di 26 anni, impegnata nella vita politica e sociale della Turchia odierna, Melis guarda all’eredità del tentato golpe ed afferma: “Esiste una forte tradizione di disobbedienza, dobbiamo riconquistare la nostra indipendenza”

Studenti delle superiori in Turchia © arda savasciogullari/Shutterstock
Studenti delle superiori in Turchia © arda savasciogullari/Shutterstock
“Quell’estate eravamo come sempre in vacanza nella nostra casa di villeggiatura a Bodrum, sulla costa egea. Quando alla televisione cominciarono ad apparire le prime immagini del tentato colpo di stato, mia mamma mi disse subito che qualcosa non le tornava”.
Melis (nome di fantasia per proteggerne l’identità) nel 2016 non era ancora maggiorenne e, a differenza della madre, non aveva mai vissuto un’esperienza del genere. Il primo colpo di stato nella storia repubblicana turca è avvenuto nel 1960, e si è concluso con la morte per impiccagione di Adnan Menderes. Nel 1971 le forze armate consegnarono un memorandum a Süleyman Demirel, che si dimise per permettere la formazione di un nuovo governo. Nel 1980 Kenan Evren, il capo di stato maggiore dell’esercito, prese il potere dopo un decennio di instabilità economica e di violenza politica. Infine il cosiddetto “golpe post-moderno” del 1997, che decretò la fine del governo di orientamento islamista guidato da Necmettin Erbakan.
“Quando a settembre tornai a scuola era ancora in vigore lo stato di emergenza. In classe non si parlava d’altro. Mi resi conto che in quel regime di poteri straordinari il governo aveva praticamente carta bianca per intervenire nella vita privata dei cittadini. Quella presa di coscienza marcò l’inizio della mia consapevolezza politica. Oggi posso persino supporre che la mia decisione di studiare giurisprudenza sia maturata in quel periodo”.
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Terminato il liceo, Melis ha conseguito la laurea triennale e la laurea di specializzazione in due diversi paesi dell’Unione Europea. È poi rientrata a Istanbul dove lavora in uno studio legale.
“A questo proposito mi viene in mente un episodio accaduto durante una lezione di diritto pubblico. Stavamo analizzando il concetto di costituzione quando il professore chiese a diversi studenti di darne una definizione spontanea. Per associazione di idee menzionai il colpo di stato. Molti miei compagni rimasero sorpresi, ma io, da cittadina turca, faticavo a capire il loro stupore: due delle nostre costituzioni sono state redatte dopo la presa del potere da parte dei militari e successivamente sottoposte a referendum”.
La prima costituzione della repubblica turca fu adottata il 20 aprile 1924, sulla base del manifesto costituzionale del 1921. La seconda entrò in vigore nel 1961, un anno dopo il colpo di stato militare, e fu redatta da un’assemblea costituente composta principalmente da giuristi. L’ultima, approvata il 7 novembre 1982, è ancora oggi vigente. La legge fondamentale turca ha subito numerosi emendamenti nel corso degli anni, il più importante dei quali è stato il passaggio dal sistema parlamentare a quello presidenziale nel 2017, in un contesto profondamente influenzato dal tentato colpo di stato dell’anno precedente. Nel frattempo, le epurazioni hanno coinvolto un numero sempre più ampio di cittadini.
“Erdoğan ha abilmente sfruttato l’occasione per liberarsi dei gulenisti all’interno dello stato, dell’esercito e della magistratura, consolidando ed espandendo sempre di più il suo potere. Queste persone sono state sostituite da nazionalisti del MHP (Partito del Movimento Nazionalista, NdA) o da membri di confraternite religiose vicine all’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, NdA), come İsmailağa e Menzil. Molti hanno semplicemente cambiato casacca, rinnegando la fedeltà passata a Gülen, altri sono finiti in carcere.
Non sono stati anni facili per i cittadini turchi di opposizione, come me o la mia famiglia. Dopo il 15 luglio chiunque poteva essere accusato di aver fatto parte del movimento di Gülen, con tutte le conseguenze del caso. Chi osava criticare l’operato del governo veniva etichettato come traditore o addirittura terrorista. Su quotidiani, tv o sui social media si era creata una specie di isteria che in parte continua ancora oggi”.
Essere una giovane donna nella Turchia odierna non è semplice. Melis potrebbe permettersi di emigrare, ma ha scelto di restare. I suoi sentimenti oscillano tra il realismo di fronte a una situazione economica difficile, lo scontento per la direzione politica del paese e una flebile speranza che le cose possano cambiare. Nel breve periodo, tuttavia, il futuro le appare cupo.
“Trovare lavoro al giorno d’oggi è quasi impossibile. Gli stipendi sono da fame, sia per chi fa lavori manuali che per i laureati. Ogni anno la situazione peggiora. I tassi di natalità sono ai minimi storici. Difficile aspettarsi altro da un paese che convive da anni con un’inflazione altissima. La maggior parte dei giovani sogna letteralmente il giorno in cui l’AKP lascerà il potere.
A me personalmente non piacciono la svolta europeista o la vicinanza agli Stati Uniti. Ogni volta che l’Europa parla della Turchia in modo amichevole, so che c’è sotto qualche interesse che non conviene al mio paese. Lo stesso vale per gli Stati Uniti: sono una potenza imperialista di cui bisogna diffidare.
Da socialista, però, ho ancora fiducia. In Turchia esiste una forte tradizione di disobbedienza e di opposizione sia al potere interno che alle ingerenze esterne. È come se dovessimo riconquistare la nostra indipendenza, come accadde nel 1923 con la nascita della Repubblica. Il potenziale rivoluzionario del popolo turco è ancora vivo, anche se per ora è solo sopito. Se solo si riuscisse a incanalare quell’energia, si potrebbe davvero provare a costruire un paese più giusto”.
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