Vino jugoslavo, una storia di crisi e di rinnovamento

Con la fine della Jugoslavia, il sistema che sosteneva la produzione del vino nei territori della federazione si è sgretolato. Dopo gli anni difficile della transizione, alcuni produttori oggi provano a ricostruire il settore su basi nuove, orientate alla qualità e alla competitività su scala globale

10/08/2026, Ian Bancroft
Vigneti vicino a Demir Kapija, Macedonia del Nord - ©RnDmS/Shutterstock

Vigneti vicino a Demir Kapija, Macedonia del Nord – ©RnDmS/Shutterstock

Vigneti vicino a Demir Kapija, Macedonia del Nord - ©RnDmS/Shutterstock

Nonostante l’ex Jugoslavia abbia una lunga e illustre tradizione vinicola, che risale alla preistoria, la sua reputazione è stata offuscata durante gli anni del socialismo e il successivo processo di privatizzazione. Seppure molte aziende vinicole hanno adottato approcci moderni, queste faticano ancora a confrontarsi con l’eredità del passato.

Dopo la Seconda guerra mondiale, molte grandi aziende vinicole private furono nazionalizzate e riorganizzate in cooperative (note come “Agrokombinats”) gestite secondo un sistema di autogestione dei lavoratori. Come spiega Gvozden Radenković, fondatore della cantina Bela Kula, “quelle grandi aziende vinicole acquistavano materie prime (uva) da persone fisiche, ovvero singoli produttori agricoli (contadini), e con quell’uva producevano vino, che poi confezionavano con il marchio industriale e vendevano sia in patria che all’estero”.

Il sistema, che un tempo dipendeva dall’iniziativa dei singoli viticoltori, subì quindi un processo di forte centralizzazione. Come sottolinea Milica Pletvarska, enologa e maestra distillatrice, “il processo decisionale privilegiava spesso la stabilità sociale rispetto all’efficienza”. Pur garantendo occupazione e salari dignitosi vi erano “scarsi incentivi all’innovazione tecnologica e al miglioramento della qualità”, spiega. Il raggiungimento delle quote di produzione nazionale era infatti la priorità assoluta. La competitività del mercato non veniva invece presa in considerazione, né lo erano i gusti dei consumatori, soprattutto al di fuori dei confini della Jugoslavia.

Al culmine della produzione, negli anni Settanta, la Jugoslavia era tra i primi dieci paesi produttori di vino al mondo, con una produzione annua di oltre sei milioni di ettolitri. Per fare un confronto, gli stati nati dalla sua dissoluzione producono oggi, complessivamente, una quantità stimata di 2,5-3 milioni di ettolitri (secondo i dati OIV), meno della metà. Le esportazioni rappresentavano all’epoca il 20-25% della produzione vinicola annua, secondo l’Oxford Companion to Wine, con 1-1,5 milioni di ettolitri venduti all’estero (equivalenti a 130-200 milioni di bottiglie all’anno).

Pletvarska riflette su come la Macedonia abbia avuto “un ruolo ben preciso all’interno della federazione jugoslava come principale fornitore di uva e vino sfuso, in particolare per le repubbliche più industrializzate come Slovenia, Croazia e Serbia”. Questa specializzazione forzata ha portato all’espansione dei vigneti nella regione della Povardarie (valle del fiume Vardar), con la messa a dimora su vasta scala di vitigni specifici e la costruzione di impianti di fermentazione di grandi dimensioni per garantire economie di scala. Le comunità rurali, che arrivarono a gestire centinaia di migliaia di tonnellate di uva, divennero dipendenti da questi colossi industriali.

Sebbene la priorità fosse data alla quantità rispetto alla qualità, Radenković sottolinea che ciò “non significava certo che i vini della Jugoslavia del dopoguerra fossero di scarsa qualità”, altrimenti “non sarebbero arrivati sui mercati esteri”. Del commercio si occupava l’Associazione jugoslava per l’esportazione del vino.

I vini di NAVIP, un produttore serbo, venivano venduti sfusi nella Germania Ovest per essere imbottigliati e confezionati, come spiega Radenković, “con il marchio di famose catene di distribuzione come Racke e Spar”. I vini macedoni TikveÅ¡ e i montenegrini 13. Jul (oggi Plantaže) erano esportati in grandi quantità, mentre i vini di Slovenia, Istria, Erzegovina e Dalmazia, venduti con il marchio di esportazione Adria, ebbero successo negli Stati Uniti.

“Negli anni ’60, il Ljutomerski Shipon (Furmint) sloveno raggiunse un mercato esigente come quello britannico, abituato alla qualità francese”, afferma Radenković.

Vendemmia a Palic, Serbia - ©Damir Vujkovic/Shutterstock

Vendemmia a Palic, Serbia – ©Damir Vujkovic/Shutterstock

Con il progressivo collasso del sistema, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, l’industria vinicola è entrata in una spirale di declino, culminata nella privatizzazione. Un processo, questo, che ha riecheggiato quello di altri settori industriali, con aziende privatizzate “non per garantire la continuità dell’attività, ma per le grandi infrastrutture e impianti al loro interno, o per la loro posizione geografica strategica in zone edificabili”, spiega Radenković.

Molte aziende vinicole sono state privatizzate solo dopo la dichiarazione di fallimento, il che significa che i nuovi proprietari non avevano alcun obbligo nei confronti dei lavoratori e del vino. Spesso, gli acquirenti non disponevano di garanzie concrete a sostegno dei piani di investimento annunciati.

Per Pletvarska, la privatizzazione “è stato un processo lungo e travagliato”. Su molte aziende gravavano debiti e altre passività finanziarie. Nei casi in cui le aziende venivano rilevate dalla dirigenza e/o dai dipendenti, spesso non avevano i mezzi per investire nella modernizzazione, trovandosi “tecnologicamente impreparate a competere in un mercato globale del vino sempre più orientato alla qualità”.

La parcellizzazione dei grandi vigneti, inoltre, ha portato ad una frammentazione della proprietà terriera che ne ha compromesso l’efficienza. La sostanziale mancanza di trasparenza ha ulteriormente scoraggiato gli investimenti, in particolare dall’estero.

La realtà post-transizione era quindi piuttosto desolante. “Molti vigneti entrarono in uno stato che si potrebbe definire di semi-abbandono”, riflette Pletvarska, riducendo drasticamente la produzione o abbandonandola del tutto. Si affermò la produzione di sussistenza. Molta uva veniva “usata per la produzione domestica di vino o rakija, oppure venduta in mercati locali informali, aggirando il sistema industriale in crisi. Il risultato fu un deterioramento della qualità dell’uva, poiché molti non avevano il tempo o le risorse per investire nella manutenzione dei vigneti”, spiega Pletvarska.

La privatizzazione, secondo Radenković, “ha quasi completamente distrutto l’intero settore economico legato alla produzione vinicola e alla viticoltura”. Di tutti i produttori industriali, solo Rubin KruÅ¡evac è sopravvissuto senza subire trasformazioni. La prima ondata di restituzione [dei terreni confiscati dallo Stato] in Serbia, a metà degli anni Novanta, aggravò ulteriormente la situazione. Come spiega Radenković, “molti produttori industriali i cui vigneti si trovavano su terreni privati nazionalizzati e commercializzati si sono ritrovati senza materie prime, perché obbligati a restituire i terreni ai proprietari dopo la denazionalizzazione”.

Molti vigneti furono estirpati o abbandonati e numerose cantine furono costrette a ridurre notevolmente la capacità produttiva. Dai circa 135-140.000 ettari di vigneti totali in Jugoslavia negli anni Settanta, si scese a circa 65-70.000 ettari all’inizio di questo secolo, secondo i dati degli uffici statistici e camere di commercio dei paesi da poco diventati indipendenti.

La grave carenza di offerta dovuta al crollo di questi giganti industriali fu colmata, spiega Radenković, da “vini importati di dubbia qualità e a basso prezzo”. Come in altri settori economici, la capacità di esportazione era stata gravemente compromessa. Nonostante la rapida nascita di nuovi piccoli produttori, che hanno fatto propri “i moderni principi enologici e producevano vini di alta qualità”, questi hanno faticato a competere con “marchi globali affermati che producono vini di qualità più scadente a prezzi più bassi”.

Radenković la definisce una battaglia tra Davide e Golia, e invita i produttori serbi a “raccogliere la sfida e in futuro offrire vini anche in quella fascia di prezzo”, per riconquistare una parte di quel mercato.

Il caso della Macedonia del Nord incarna alcune delle grandi sfide della trasformazione. “Gli acquirenti internazionali associavano il vino macedone a prodotti sfusi e anonimi”, spiega Pletvarska, “rendendo difficile per le cantine posizionarsi nel segmento di fascia alta dei vini imbottigliati”. Chi ha cercato di aumentare i prezzi per allinearli alla maggiore qualità ha perso la propria clientela consolidata. C’era anche incertezza su quali vitigni piantare e su quale stile di vino puntare.

I vigneti dell’ex Jugoslavia hanno dovuto recuperare il terreno perduto. A metà degli anni Ottanta c’era solo un produttore pioniere di Župa che, operando in un zona grigia di legalità, riusciva a vendere vino con la propria etichetta. Ci è voluto un altro decennio prima che altri seguissero il suo esempio. I produttori, faticando a comprendere i gusti dei consumatori, non sapevano in che “direzione orientare i propri sforzi”, spiega Radenković.

Tali produttori sono stati anche quelli più esposti alle tendenze del momento, trovandosi ad applicare “discipline e strumenti enologici moderni”. Come osserva Radenković, ciò ha portato a “un rapido miglioramento della qualità e dell’identità dei vini serbi, che in alcuni casi raggiungono il livello dei marchi di punta mondiali”.

Le conseguenze di questa travagliata transizione si fanno sentire ancora oggi. Le aziende vinicole in Serbia, Macedonia del Nord, Montenegro e altrove si sforzano di ricostruire la propria reputazione e il proprio prestigio. La ricerca della qualità e dell’eccellenza richiede investimenti sia in tecnologia che in competenze.

La portata dei cambiamenti nel mondo del vino è stata enorme e il tempo perso è ormai molto, e non ci sono scorciatoie per recuperarlo. Ma gli sforzi e la determinazione di una nuova generazione di viticoltori stanno finalmente riportando i territori dell’ex Jugoslavia sulla mappa mondiale del vino.


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