Il genocidio di Srebrenica, 31 anni dopo. Cosa abbiamo imparato?

Nel luglio del 1995, più di ottomila bosgnacchi furono uccisi dalle truppe serbo-bosniache in Bosnia orientale. A 31 anni di distanza i fatti sono ormai accertati e Srebrenica è entrata a far parte della memoria europea. Ma cosa abbiamo imparato da quella tragedia? E come viene ricordato il genocidio nei Balcani occidentali?

10/07/2026, Edin Krehić
Il memoriale di Potočari a Srebrenica. Foto: Nicole Corritore

Il memoriale di Potočari a Srebrenica. Foto: Nicole Corritore

Il memoriale di Potočari a Srebrenica. Foto: Nicole Corritore

A trentuno anni di distanza dal genocidio di Srebrenica, la domanda più difficile non è più cosa sia successo nel luglio del 1995. Ci sono migliaia di prove, sentenze di tribunali internazionali, fosse comuni e migliaia di vittime identificate. L’interrogativo che l’Europa si trova ad affrontare oggi è molto più semplice, ma anche più doloroso: cosa abbiamo imparato?

Mentre in tutta Europa e nel mondo il genocidio di Srebrenica viene ricordato come un fatto storico confermato dalle sentenze dei tribunali internazionali, in Serbia e nella Republika Srpska alcuni attori politici continuano a negare che a Srebrenica sia stato commesso un genocidio o a minimizzarlo. Allo stesso tempo, le persone condannate per crimini di guerra e genocidio vengono spesso presentate come eroi, e non sono rari le esternazioni pubbliche che ne glorificano il ruolo.

Questo profondo divario tra i fatti accertati in sede giudiziaria e le narrazioni politiche rimane uno dei maggiori ostacoli a una vera riconciliazione nell’area post-jugoslava

Simboli del crimine

Dalla firma degli accordi di pace di Dayton nel 1995 ad oggi, non si è mai vista la volontà o il vero desiderio di cambiare questa situazione, che tiene la Bosnia Erzegovina nell’instabilità per oltre tre decenni con minacce di disgregazione diffuse da Milorad Dodik. Uno scenario che porterebbe inevitabilmente ad un nuovo conflitto armato e quindi ad una nuova crisi di rifugiati in Europa.

Allo stesso tempo, al memoriale di Potočari, le famiglie di dieci vittime recentemente identificate attendono l’ultimo saluto. La vittima più giovane, Senad Jusić, aveva vent’anni quando fu ucciso, mentre la più anziana, Ramo Dautović, ne aveva cinquantasei. I loro resti sono stati ritrovati anni dopo la guerra, sparsi in diverse fosse comuni nella zona di Bratunac, Zvornik, Vlasenica e Srebrenica, nella Bosnia orientale. Alcuni furono riesumati già nel 1997, altri nel 2022. Anche dopo tre decenni, la ricerca non è ancora finita.

Per molte famiglie, la guerra non è finita nel dicembre del 1995. Finirà il giorno in cui ritroveranno anche un solo osso del loro figlio, padre o fratello. La verità è ormai accertata: le autorità serbe hanno dissotterrato fosse comuni per poi trasferire più volte i resti delle vittime in altri luoghi. Quindi, i resti di singole vittime sono stati ritrovati in diverse fosse comuni, fatto particolarmente doloroso per i familiari sopravvissuti, soprattutto per le madri.

Tale crudeltà è difficile da comprendere, soprattutto quando viene negata o addirittura celebrata, come fa l’attuale leadreship politica serba.

La ricerca della verità

Ecco perché a Srebrenica la ricerca della verità, dell’identità e della dignità continua. Ogni luglio, i numeri diventano i nomi. Questa è forse la differenza più importante tra la storia scritta nei libri e la storia ancora in corso.

La memoria di questo simbolo viene mantenuta viva anche dai partecipanti alla Marcia per la Pace, che percorrono la stessa strada che gli abitanti di Srebrenica percorsero quando l’esercito serbo, guidato dal generale Ratko Mladić, criminale di guerra condannato all’ergastolo all’Aia, entrò nella zona protetta delle Nazioni Unite e attaccò i civili.

La Marcia della Pace è un percorso commemorativo di tre giorni, lungo circa 100 chilometri, che migliaia di partecipanti percorrono ogni anno da Nezuk a Potočari, in direzione opposta al percorso che migliaia di bosgnacchi intrapresero nel luglio del 1995 sperando di salvarsi uscendo da Srebrenica. Oggi è uno degli eventi commemorativi più significativi dedicati alla memoria delle vittime del genocidio.

“Percorro questo tratto da quindici anni”, afferma Edin Džinalić, spiegando che chiunque lo percorra per la prima volta vorrà inevitabilmente rifarlo l’anno successivo e ogni anno a venire.

Il nostro intervistato proviene da Tešanj, una città situata a circa 170 chilometri a nord-ovest di Srebrenica. Percorre a piedi la distanza tra Tešanj e Srebrenica per sette giorni, in memoria delle vittime.

Non dimenticare i crimini

“Ho portato con me anche bambini di nove anni”, racconta Džinalić, che, con l’organizzazione ‘Passi di Pace’ di Odžak, si è recato da Dubrovnik, nel sud della Croazia, a Vukovar, città occupata dall’esercito serbo nel 1991 commettendo crimini. Džinalić ha 52 anni e, finché avrà le forze, parteciperà alle marce in memoria delle vittime.

“Non dobbiamo dimenticare i crimini”, afferma Džinalić.

Damir Effendi Peštalić, imam capo della Comunità islamica di Srebrenica, concorda pienamente. Giunto in città nel 2003, è da allora una delle figure più importanti nella ricostruzione spirituale, sociale e umana della città dopo il genocidio.

“Grazie alle madri di Srebrenica e al loro coraggio, la celebrazione dell’11 luglio durerà fino alla fine del mondo”, afferma Pestalić. Le madri di Srebrenica, i cui figli, mariti, fratelli e padri furono uccisi, hanno dato il contributo più importante alla preservazione della verità sul genocidio, alle sentenze dell’Aja, all’adozione della risoluzione alle Nazioni Unite a New York e alla riconciliazione.

Sottolinea che ormai tutto il mondo è interessato a venire e partecipare alla Marcia per la Pace, nonostante la continua politica di negazionismo della Serbia.

Ultramaratona Vukovar – Srebrenica

Allo stesso tempo, da ormai quindici anni, un piccolo gruppo di ultramaratoneti percorre la strada da Ovčara al Centro commemorativo di Potočari. Si tratta di un percorso che collega due luoghi i cui nomi sono diventati sinonimo di crimini di guerra negli anni ‘90: Vukovar e Srebrenica.

L’idea alla base dell’ultramaratona è di Duško Štrbac, un veterano di guerra croato. Ha perso il fratello in guerra, ha sofferto per anni di disturbo da stress post-traumatico e ha trovato nella corsa la cura che, come dice lui, gli ha ridato la vita. Dedica i suoi chilometri a tutte le vittime civili innocenti della guerra. La sua storia è stata appena pubblicata nella monografia “Ultramaraton mira Vukovar – Srebrenica”, edita dal Consiglio della minoranza nazionale bosgnacca della città di Zagabria.

Štrbac non relativizza i crimini né cancella le differenze tra di essi. Al contrario, parte da una perdita personale per dimostrare che il rispetto per il sacrificio altrui non diminuisce il proprio dolore.

“Quando vediamo un cimitero, scoppiamo tutti in lacrime”, afferma Štrbac.

Il percorso che intraprende non è accompagnato solo da comprensione. Negli anni passati, i maratoneti sono stati oggetto di insulti e minacce in alcuni tratti del percorso che attraversa la Bosnia orientale, nella Republika Srpska, ma lui li ha ignorati. Insieme agli altri partecipanti all’iniziativa, crede che la memoria possa diventare uno spazio di incontro, non di nuove divisioni.

Quasi contemporaneamente all’arrivo dei maratoneti a Potočari, a migliaia di chilometri di distanza, a Londra, si svolge una versione diversa dello stesso percorso. Il tema della commemorazione britannica della Giornata di Srebrenica di quest’anno è “Siamo qui”.

Più di mille scuole, comunità locali, luoghi di culto, municipi e istituzioni pubbliche in tutto il Regno Unito stanno parlando del genocidio commesso in Bosnia Erzegovina. Funzionari governativi, diplomatici, sopravvissuti, rappresentanti delle comunità religiose e della società civile si riuniranno nella commemorazione centrale a Westminster.

Il messaggio “Siamo qui” non è rivolto solo ai sopravvissuti. È, soprattutto, una risposta a quelli che credevano che la violenza avrebbe cancellato un’intera comunità dalla storia europea. I sopravvissuti sono qui. I loro figli sono qui. Le loro storie sono qui.

Ma questo messaggio comporta anche un impegno: le società europee devono essere “presenti” pronte ad ascoltare, imparare e riconoscere i segnali di odio prima che si trasformino in violenza.

Il cambiamento più importante

Questo è forse il cambiamento più importante rispetto agli anni Novanta. Srebrenica è entrata a far parte della memoria europea.

Ogni 11 luglio, il mondo ripete il nome di Srebrenica. Gli statisti depongono fiori, le ambasciate pubblicano messaggi, i media trasmettono commemorazioni e il Centro commemorativo di Potočari si riempie di decine di migliaia di persone. Pochi giorni dopo, quasi sempre l’attenzione si sposta su qualche nuova crisi.

Ma per le famiglie delle vittime, il tempo non scorre secondo il calendario delle commemorazioni internazionali. Per loro, la guerra dura finché dura la ricerca dei resti.

Trentuno anni fa, la comunità internazionale non era riuscita a proteggere la zona sotto il controllo delle Nazioni Unite. Oggi, l’Europa non si trova più ad affrontare lo stesso problema. Nessuno chiede più se sappiamo cosa sia successo. La domanda è molto più semplice.

Come affronteremo questi fatti?

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