Quarneride: una veleggiata tra le isole
Un racconto di navigazione tra le isole del Quarnero tra mito, storia e confini culturali nel golfo che unisce Italia e Croazia

Alba nel Quarnero – Foto di F. Fiori
Alba nel Quarnero - Foto di F. Fiori
Quarnero e non Quarnaro, mi ha insegnato Giacomo Scotti, amico e intellettuale che vive e lavora da ottant’anni sui confini geografici, politici, linguistici e culturali. Confini terrestri prima, tra Italia e Jugoslavia; confini acquatici oggi tra Italia e Croazia. Confini nell’accezione di luoghi d’incontro e confronto; confini cioè con-finis, limite comune condiviso. Luogo del dialogo e della relazione. E se l’Istria è la penisola archetipica del confine tra mondi italici e slavi, il Quarnero è il golfo che li rappresenta nella dimensione acquatica, punteggiato dalle sue mitiche isole, dai suoi splendidi scogli. Mitiche, perché Cherso e Lussino erano le isole Absirtidi di argonautica memoria. Splendidi, perché Promontore e Galiola sono gli scogli luminosi per chi viene dal mare, soprattutto di notte quando il lampeggio dei loro fari rincuora.
Perciò noi adriatici d’occidente alziamo una vela, così come facevano i marinai di Giasone, così come facevano i nostri nonni. Diverse le circostanze, le necessità, le difficoltà. Comune la gratitudine ai venti che riempiono le nostre vele come quelle dei nostri eroi, la riconoscenza alle onde che cullano i nostri scafi come quelli dei nostri avi.

Il faro di Galiola – foto di F. Fiori
Così sono ripartito alla fine del maggio scorso, in compagnia di due amici di vecchia data, su una piccola barca di nove metri, mettendo la prua a oriente, senza approdo preciso e con un unico comune accordo: sarà il vento a portarci. Per una settimana faremo delle vele le nostre ali, con la prudenza che il mare pretende, con la curiosità che il marinaio rinnova. Perciò, con queste premesse, un viaggio diventa un velabondaggio, un vagabondaggio a vela.
“Fossi una foglia secca che tu potessi portare / o una veloce nuvola con te in volo, / un’onda smaniosa del tuo potere”
scriveva Percy Bysshe Shelley nella sua “Ode al vento occidentale”, nell’Ottocento.
Sono una vela bianca che tu rallegri, aggiungo io ora sulla pagina del libro che ho con me, nella mia chiosa alla poesia di Shelley. Una chiosa che è un’ode allo Scirocco, che ci sta portando allegramente verso il Quarnero. Poesia che apre la raccolta I ragazzi che amavano il vento, curata da Roberto Mussapi, un’attenta selezione di testi di tre giovani poeti innamorati del Mediterraneo: Shelley, Keats, Byron. Tre sguardi stranieri, perciò originali e attenti, su geografie e meteorologie che sono quelle del mito greco, della storia antica.
Un libro che sarà la mia guida poetica, in un golfo e per isole dove la geografia e la meteorologia sono cosa viva, a patto che si decida di veleggiare e non di smotorare, di ascoltare e non di rumoreggiare. Quarneride è il diario di un velabondo che, almeno per qualche settimana all’anno, decide di mollare gli ormeggi e viaggiare nella grazia dei venti, certo che la frugalità è un piacere, che la sobrietà è una qualità, che la vela un’arte. “Barca minima, rotta massima!”, dico brindando con l’equipaggio al calar del sole, quando la costa è invisibile sia a poppa che a prua, quando il mare è l’unico orizzonte.
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