Estate a Bosanski Petrovac, perché no?

Una città poco conosciuta della Bosnia Erzegovina, un microcosmo di arte e natura che riserva non poche sorprese ai visitatori. Božidar Stanišić ci invita alla scoperta di Bosanski Petrovac

19/06/2026, Božidar Stanišić
La fattoria Čardaklije a Vrtoče, Bosnia Erzegovina © Ingrid Vertessen/Shutterstock

La fattoria Čardaklije a Vrtoče, Bosnia Erzegovina

La fattoria Čardaklije a Vrtoče, Bosnia Erzegovina © Ingrid Vertessen/Shutterstock

Questa primavera, dopo le presentazioni di un mio libro di racconti, come al solito, non sono mancate domande “casuali” (“Com’è la situazione nell’ex Jugoslavia?” mi fa rizzare i capelli anche là dove normalmente non crescono). C’erano anche altre domande, prettamente turistiche, sulla Bosnia Erzegovina. Eh sì, non si viene alle presentazioni pubbliche solo per i libri, bisogna unire l’utile al dilettevole.

Ad ogni modo, ho risposto che durante le visite alla mia terra natia incontro ovunque persone gentili e disponibili. E che lì mi sento bene. Certo, da turista con una missione puramente personale: annotare tutto ciò che vedo e scavare nel giardino dei ricordi. Sto scivolando nel kitsch?

Immaginiamo che quest’estate ci siano pace e benzina (un augurio che mi suona familiare) e che abbiate voglia di viaggiare. Ma non dove si riversa la maggior parte dei turisti. Allora potrete – perché no? – partire per la Bosnia Erzegovina. Non dovete per forza dirigervi tutti verso Sarajevo e Mostar, come gli ex jugoslavi quando visitano l’Italia, con una prospettiva turistica ridotta al trapezio Venezia – Verona – Firenze – Roma.

La Bosnia Erzegovina è piena di microcosmi, perlopiù sconosciuti. Sappiate che possono essere particolarmente interessanti per i viaggiatori atipici, che, tra l’altro, non sono condizionati dal pregiudizio dello straniero che ritiene più sicuro soggiornare nei centri abitati più grandi.

Una delle città dove tornerei volentieri è Bosanski Petrovac. Ho già scritto per OBCT di Jovan Bijelić, pittore al quale la città ha dedicato un museo.

Questo piccolo comune della Bosnia occidentale si trova nella pianura di Petrovac. Per rendermi utile a quei viaggiatori che ancora preferiscono una cartina stradale ad uno smartphone: la città si trova all’incrocio delle strade Bihać-Jajce-Knin, tra i comuni di Bihać, Sanski Most, Drvar, Ključ e Bosanska Krupa. Utilizzando uno smartphone per orientarsi, è facile finire in un campo di grano. Ho dei testimoni, e non dico altro.

Non ho alcuna intenzione di ripercorrere la storia antica o recente (1992-1996) di Bosanski Petrovac. Internet offre una grande quantità di informazioni, dall’epoca romana ai giorni nostri. Dio non voglia che debbano essere caricate su un veicolo, non basterebbero nemmeno due carrelli appendice. Forse a qualcuno non sfuggirà il fatto che nel 1991 la città aveva circa quindicimila abitanti, mentre oggi ne conta meno di ottomila.

Parliamo però di cose più piacevoli.

I viaggiatori vengono accolti all’arrivo da grandi insegne di latta (oggi diremmo cartelloni pubblicitari, ma è un’espressione che non mi piace) con la scritta: “Bosanski Petrovac, città dei grandi”. Sono illustrate con vivaci miniature a colori delle località da visitare. Tutte le pubblicità sottolineano l’importanza di Grmeč, Osječenica e Klekovača, montagne i cui sentieri sono ideali per escursioni e per immergersi nella natura senza badare al tempo.

È difficile ignorare l’invito a visitare Oštrelj, un passo situato a dodici chilometri dalla città, che, come tutto il territorio circostante, faceva parte della Repubblica di Bihać nella seconda metà del 1942 (lunga 250 chilometri e larga circa 100). Una repubblica libera, partigiana e a quel tempo l’unica nell’Europa occupata.

Lo so, non tutti saranno contenti di sapere che Tito, insieme ai suoi più stretti collaboratori, rimase a Oštrelj da ottobre all’inizio dell’inverno del 1942. Tre vagoni postali confiscati alle ferrovie dello Stato indipendente di Croazia (NDH) servirono da alloggio. Ancora oggi, il treno è una sorta di museo e la prova dell’esistenza di una ferrovia libera in Europa in quegli anni.

Bosanski Petrovac - foto B. Stanišić

Bosanski Petrovac – foto Slavica Katavić

Bosanski Petrovac, città dei grandi? Sì, non si tratta di una sorta di glorificazione provinciale di personalità che sono “grandi” tanto da poter raggiungere il primo alberello di prugne del comune vicino.

Nel centro storico di Bosanski Petrovac si trova un monumento dedicato a quattro artisti nati nella città: il poeta Skender Kulenović (1910-1978), il pittore Jovan Bijelić (1884-1964), lo scrittore Ahmet Hromadžić (1923-2003) e il pittore Mersad Berber (1940-2012).

I coetanei di chi scrive queste righe, e quelli nati poco dopo che non considerano il 1991 un anno zero, potrebbero essere portati a pensare che si tratti di un monumento ad un’epoca in cui i quattro artisti di cui sopra erano nostri, bosniaci e jugoslavi. Sono europei ancora oggi, ma appartengono anche a Petrovac, nel senso positivo di una memoria impressionante, una sorta di barriera contro l’ondata di oblio che ha travolto le città bosniache (e non solo) nel periodo della cosiddetta transizione.

Se decidete di visitare la città, vi consiglio di contattare Dušica Ćulibrk, direttrice del Centro per la cultura e l’istruzione. Sarà lieta di accogliervi, insieme ai suoi colleghi Elma Terzić e Adnan Zeljković. Prima di tutto, vi guideranno tra le opere esposte nell’ambito della mostra permanente “Ciò che noi abbiamo iniziato, voi finite… AFŽ 1942”, inaugurata alla fine del 2022.

A Bosanski Petrovac, nello stesso edificio, il 6 dicembre 1942 si tenne il congresso fondativo del Fronte antifascista delle donne jugoslave (AFŽ). Al congresso parteciparono 166 donne, che annunciarono una battaglia non solo per un mondo migliore e libero, ma anche per i diritti delle donne. La mostra, organizzata dall’associazione Crvena [La rossa] in collaborazione con il Centro culturale, non ha riscosso il successo sperato né in Bosnia Erzegovina né in altri paesi ex jugoslavi. Tuttavia, per chi fosse interessato, la mostra è permanente e tra le opere esposte si possono ammirare i ricami realizzati da venti donne di Sarajevo e di Berlino. Il nome non è casuale: “AFŽ, opera incompiuta”

La direttrice del Centro vi svelerà tutti i dettagli importanti della storia del Museo di Jovan Bijelić e della vita del pittore, vedrete le opere esposte, coglierete – ne sono convinto – il significato della ricostruzione degli interni caratteristici di quella regione e scoprirete qualcosa sulla realizzazione dei tappeti tipici di quel territorio.

Il centro storico non è grande, raggiungerete rapidamente l’edificio del municipio. Al primo piano è esposta la composizione pittorica di Mersad Berber “Put svile” [La Via della seta], un dono dell’artista alla città nel 2009. Il pittore è cittadino onorario di Bosanski Petrovac. È un peccato che non ci siano sedie o panchine di fronte all’opera, per potersi sedere e godere appieno di tutto ciò che le metafore del pittore svelano all’osservatore. Se le autorità leggeranno queste righe, magari la prossima volta troverò un posto comodo dove sedermi.

Nella biblioteca dedicata a Skender Kulenović sarete accolti calorosamente dal direttore, Renato Mehičić. La sua voce tradisce orgoglio mentre spiega al visitatore le caratteristiche principali della biblioteca. Parliamo infatti di una biblioteca assai insolita. Oltre alla sala commemorativa dedicata a Skender, situata al piano terra dell’edificio inaugurato nel 1986, ve n’è un’altra intitolata ad Ahmet Hromadžić, l’Andersen bosniaco (di lui parleremo, spero, un’altra volta).

Nella stanza di Skender, oltre a medaglie, biglietti di ringraziamento e manoscritti originali, si trovano numerosi oggetti semplici, ma indispensabili nella vita quotidiana, dal divano alla lampada. La maggior parte degli oggetti è stata donata dalla moglie del poeta, Vera Crvenčanin-Kulenović (1920-2013). Era nota non solo come moglie del poeta, ma anche come regista cinematografica, teatrale e sceneggiatrice. (In rete ho trovato un’informazione errata: la prima donna regista in Jugoslavia non è stata Vera Crvenčanin-Kulenović, bensì Soja Jovanović, ma lascio agli utenti del web il compito di correggere l’errore). In una delle foto di famiglia donate, scattata in una città costiera, la famiglia di Skender ci osserva. Suo figlio Vuk (compositore, nato a Sarajevo nel 1946, morto a Boston nel 2017) ha lasciato Belgrado per trasferirsi negli Stati Uniti nel 1992, in segno di protesta contro il regime di Milošević.

Kilim Petrovac, Museo Jovan Bijelić (Foto: Slavica Katavić)

Kilim Petrovac, Museo Jovan Bijelić (Foto: Slavica Katavić)

Ad incuriosirmi in particolare è stata l’attrezzatura da pesca del poeta. Nel contesto geografico bosniaco, Bosanski Petrovac è una città senza fiumi, quindi endemica a suo modo in un paese che, secondo alcuni esperti, prende il nome dall’antica parola indoeuropea bos, che significa acqua. Le acque limpide di Lašva e Bila, dopo il trasferimento della famiglia Kulenović a Travnik, città dei visir, stimolarono l’interesse del giovane Skender per la pesca. Si dice che in quel periodo costruisse da solo le esche con piume di gallo e filo di seta, che sua sorella Čamka utilizzava per il ricamo. Scrisse tre racconti poco conosciuti sulla pesca. Ogni volta che aveva tempo, anche in età avanzata, andava a pescare.

Nella sala commemorativa si trova anche un dipinto del fratello di Skender, Muhamed (1902-1941). Un autoritratto o il ritratto di uno dei suoi fratelli? Skender o Muzafer? Dei tre fratelli solo il poeta sopravvisse alla guerra. Muzafer (nato nel 1917), diventato un noto calciatore a Belgrado, comunista come i suoi fratelli, fu ucciso alla fine del 1942 dalle guardie di Nedić nel lager di Banjica. Poco dopo la creazione dello Stato indipendente di Croazia (NDH), gli ustascia uccisero Muhamed.

Non avevo forse promesso poco fa che avrei parlato di qualcos’altro, più bello?

Ecco, vi consiglio di soggiornare alla fattoria Čardaklije. Si trova sulla strada Bihać – Bosanski Petrovac, nel villaggio di Vrtoče. Non sono bravo a descrivere le attrazioni turistiche (potete trovare tutte le informazioni necessarie qui e qui). Dirò solo che mia moglie ed io ci siamo trovati benissimo. Giuro sul canto del gallo al mattino, sul muggito delle mucche a mezzogiorno e sul nitrito dei cavalli al crepuscolo che sto dicendo la verità, nient’altro che la verità.

Aggiungo che mi è sembrato che un gallo se ne stesse fiero sulla staccionata, proprio come quello sul tetto della capanna in un dipinto del pittore croato Josip Generalić. E che le farfalle fossero belle come se fossero uscite dai dipinti di Zuzana Halupova, un’artista della famosa Kovačica. (Pittori naïf e le autentiche scene di vita). E che solo il nostro programma occidentalizzato di visite ben programmate ci ha impedito di rimanere lì più a lungo. E lo ripeto: la Bosnia Erzegovina è piena di microcosmi meravigliosi, ma anche di persone capaci, laboriose e gentili.

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