Armenia, la fine degli oligarchi? Intervista a Yulia Antonyan
Riconfermato dopo le elezioni del 7 giugno, Nikol Pashinyan conduce da anni un braccio di ferro con gli oligarchi che controllano il paese dopo il crollo dell’Urss. Perché le promesse della “Rivoluzione di velluto” del 2018 non sono ancora state realizzate e cos’è cambiato con la perdita del Karabakh nel 2023? Ne abbiamo parlato con la sociologa Yulia Antonyan

Yulia Antonyan
Yulia Antonyan - foto per gentile concessione della Yerevan State University
Le recenti elezioni in Armenia hanno riconfermato, alla guida del paese, Nikol Pashinyan, leader del partito Contratto Civico, salito al potere grazie alle proteste popolari del 2018 (la cosiddetta “Rivoluzione di Velluto”). Si tratta sotto diversi aspetti della prosecuzione di un conflitto interno fra nuove generazioni impegnate in politica e classi oligarchiche formatesi nelle prime fasi del periodo post-indipendenza.
Abbiamo intervistato Yulia Antonyan, docente presso l’Università Statale di Yerevan e curatrice del libro Elites and “Elites”: Transformations of Social Structures in Post-Soviet Armenia and Georgia (“Élite” ed ‘élite’: Trasformazioni delle strutture sociali nell’Armenia e nella Georgia post-sovietiche) che descrive la traiettoria del fenomeno.
Come si è formata la classe oligarchica armena nel periodo post-indipendenza?
Intanto va premesso che la parola “oligarca” indica solitamente un individuo che aggrega nelle proprie mani potere sia economico che politico. Qui in Armenia il termine si è diffuso tantissimo presso la popolazione soprattutto negli anni Duemila e negli anni Dieci e tendenzialmente comprendeva chiunque potesse esercitare una certa influenza sulla vita politica del paese.
A ogni modo la formazione della nostra classe oligarchica è iniziata negli anni Novanta con il crollo dell’Urss, che ha portato a una classica situazione di anomia per come la definisce il sociologo Émile Durkheim. Una situazione, cioè, in cui le istituzioni statali esistono solo nominalmente, senza esercitare un reale controllo sui processi in corso. Così, si sono determinati due principali percorsi di acquisizione illecita di potere: da un lato, la conquista di monopoli aziendali, messa a punto da gruppi criminali che esistevano già prima dell’indipendenza; dall’altro, la cattura di un vasto patrimonio da parte della vecchia nomenklatura sovietica, che poteva vantare una posizione privilegiata in tal senso.
Va detto che nel primo caso figure e cerchie criminali sono state disgraziatamente elevate al rango di eroi, perché viste come soggetti che prima si opponevano al potere sovietico – ma non ci si è posti alcuni domanda sulla liceità e moralità delle loro azioni, prendendoli invece come soggetti da rispettare e da ascoltare. Nel secondo caso è interessante specificare che i vertici della vecchia struttura statale in realtà sono subito emigrati, chi in Russia o magari negli Stati Uniti (grazie anche agli appoggi della numerosissima diaspora armena). A mettere le mani su aziende e beni statali sono stati quadri intermedi o bassi delle gerarchie di potere precedenti.
Nelle sue ricerche parla di “neo-feudalesimo”…
Sì, questi due blocchi oligarchici già dagli anni Novanta hanno iniziato a parlarsi e in qualche modo ad accordarsi fra loro. Monopolio delle risorse economiche e monopolio del potere politico sono venuti a patti. Ma il punto è che, sorprendentemente, in Armenia – a differenza di quanto è successo in Russia, in Georgia o in centro-Asia – non è mai emersa una figura che spiccasse sopra tutti e a cui tutti rispondessero, come si trattasse di un re o di un impero. La concentrazione di potere si è sempre limitata a livello di vari “feudi” regionali, in cui gli altri non avevano diritto di parola. Non è mai apparso qualcuno come l’oligarca georgiano Bidzina Ivanishvili, per esempio, che controlla l’80% delle attività del paese (ed è solo indirettamente impegnato in politica).
In queste dinamiche, un ruolo molto importante lo hanno giocato le guerre del Nagorno Karabakh. Tanti hanno fatto soldi e acquisito influenza attraverso il conflitto. Parallelamente, si è sviluppata una forte dipendenza dalla Russia: soprattutto con la presidenza di Robert Kocharyan (secondo presidente armeno dal 1998 al 2008, e in precedenza presidente del Karabakh, ndr), la più parte delle poche risorse del paese sono state svendute a Mosca – anche perché in questo modo diversi oligarchi armeni hanno potuto contare su una “base d’appoggio” più ampia, e magari si sono trasferiti in Russia costruendosi dei capitali lì.
E il territorio del Karabakh rappresentava anche una leva di influenza nelle mani del Cremlino. Tutti lo sapevano, ma a tutti stava bene perché si era convinti che Mosca avrebbe sempre protetto quell’exclave dalle mire azere. Eppure tutto ciò è finito rovinosamente negli ultimi anni, con l’esodo degli armeni del Karabakh che ora si trovano qui come rifugiati.
La fine delle guerre del Karabakh sta determinando anche il crollo della classe oligarchica armena?
Assolutamente. La Rivoluzione di Velluto del 2018, il movimento di protesta civica che ha portato al potere Pashinyan, è stato principalmente un fenomeno di ribellione anti-oligarchica di quella generazione di 30-40enni che non potevano fare carriera perché vedevano tutti i posti di potere “bloccati”. Il fatto però è che durante i periodi iniziali di governo dell’attuale primo ministro questi gruppi riuscivano a esercitare ancora la propria influenza ed erano ben presenti in parlamento.
Credo che lo stesso Pashinyan non si rendesse conto di quanto profonda fosse la loro presa dentro le istituzioni. Perciò, come spesso si ripete, il processo di riforme e di democratizzazione è andato a rilento ed è stato faticoso, perché dietro le quinte c’era un braccio di ferro fra il primo ministro e la classe oligarchica. Però, appunto, con gli attacchi del 2022 e con la definitiva dissoluzione del Karabakh per mano azera del 2023, si è verificato uno strappo e l’Armenia si è ritrovata libera a sufficienza per iniziare una “pratica di divorzio” dalla propria dipendenza politica dalla Russia e dal proprio passato oligarchico. Non a caso da allora i processi giudiziari e le indagini nei confronti di “figure sospette”, spesso militanti nelle fila dell’opposizione, si sono moltiplicate quasi quotidianamente.
Coinvolgendo anche la Chiesa…
Esattamente. La Chiesa Apostolica Armena si è spesso trovata in un rapporto simbiotico con gli oligarchi locali, fornendo a questi ultimi legittimità morale e ricevendo in cambio disponibilità economica. Tuttavia, quello della religione è un terreno scivoloso: secondo i sondaggi oltre il 96% della popolazione si dice credente, ma il numero dei praticanti è basso. L’Armenia viene vista solitamente come un paese in gran parte secolarizzato.
Tuttavia, il tema è oltremodo divisivo. Io stessa ho partecipato ad assemblee pubbliche tenutesi in seguito alla Rivoluzione di Velluto in cui si è provato a decidere per l’abolizione dell’ora di religione nelle scuole secondarie. Le votazioni finali vedevano una platea spaccata a metà. Il fatto è che quando vengono attaccati membri ecclesiastici, molti percepiscono tali gesti come un attacco ai valori religiosi e non, più prosaicamente, alle irregolarità che vengono a volte commesse da funzionari del clero. Perciò, presumo che anche in questo campo Pashinyan sarà costretto a dimostrarsi prudente.
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