Massacro di Ć trpci: continua la battaglia per la giustizia

A trentatrĂ© anni dal crimine di Ć trpci, quando i membri dell’Esercito della Republika Srpska rapirono e uccisero venti persone di nazionalitĂ  non serba, le famiglie delle vittime e gli attivisti di tutta l’area post-jugoslava non rinunciano alla lotta per la giustizia e per una cultura inclusiva della memoria

28/05/2026, Ivana Nikolić
Il monumento alle vittime a Prijepolje, Serbia - Foto Nataơa Kandić

Il monumento alle vittime a Prijepolje, Serbia

Il monumento alle vittime a Prijepolje, Serbia - Foto Nataơa Kandić

Da anni ormai Selma Memović-Čolović di Prijepolje in Serbia e Demir Ličina di Bijelo Polje in Montenegro sono uniti dalla stessa battaglia. Da bambini, hanno vissuto la stessa tragedia: il padre di Selma, Fikret, e il padre di Demir, Iljaz, viaggiavano sullo stesso treno da Belgrado a Bar quel 27 febbraio 1993. Il treno 671 si fermĂČ alla stazione di Ć trpci, in Bosnia Erzegovina, dove i membri dell’Esercito della Republika Srpska rapirono venti passeggeri non serbi e poi li uccisero.

Tra quei passeggeri c’erano Fikret (40 anni) e Iljaz (43 anni).

In totale, diciannove cittadini della Repubblica Federale di Jugoslavia (diciotto bosgnacchi e un croato) e una persona non identificata, la cui identitĂ  non Ăš stata ancora accertata, furono rapiti e uccisi.

Le vittime erano originarie di Prijepolje, Bijelo Polje, Podgorica, Berane, Trebinje, Brodarevo e Belgrado.

Iniziative a Prijepolje

Sedici anni dopo il crimine, a Prijepolje, vicino al vecchio ponte sul fiume Lim, ù stato eretto un monumento in memoria delle vittime: una lastra di marmo bianco che ricorda la tradizionale lapide musulmana, sormontata da diciannove colonne e da una struttura metallica che riproduce una linea ferroviaria stilizzata. Il monumento reca incise le parole: “Chi in questo paese dimentica il 27 febbraio 1993 e la stazione di Ơtrpci, ha rinunciato al futuro”.

Oltre al messaggio, sul monumento sono riportati i nomi dei nove cittadini di Prijepolje assassinati. I nomi delle altre vittime sono stati omessi, nonostante numerose iniziative delle organizzazioni per i diritti umani che hanno chiesto di includere i nomi di tutte le vittime, indipendentemente da dove provenissero.

Oggi, a trentatrĂ© anni di distanza dal massacro, le organizzazioni guidate da Selma Memović-Čolović e Demir Ličina, insieme ad altre associazioni delle vittime di guerra, organizzazioni della societĂ  civile e attivisti per i diritti umani di tutta l’area post-jugoslava, chiedono alle autoritĂ  di Prijepolje di modificare il monumento sul fiume Lim in modo da includere i nomi di tutti i passeggeri rapiti e uccisi a Ć trpci.

“Considerando che il monumento di Prijepolje Ăš l’unico ricordo materiale di questo crimine in Serbia, riteniamo che aggiungendo i nomi delle restanti undici vittime si possa contribuire ad una cultura della memoria piĂč completa in Serbia e ad una commemorazione piĂč equa di questo evento, contrastando la tendenza a negare il fatto che questo crimine sia stato commesso secondo le modalitĂ  stabilite dalle sentenze dei tribunali”, si legge nella lettera che il Centro per la veritĂ , la giustizia e la memoria di Prijepolje ha inviato al comune. La richiesta Ăš stata firmata da molte organizzazioni e associazioni di Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro.

“Crediamo – si legge nella lettera – che tutte le vittime debbano essere trattate allo stesso modo, indipendentemente dalla nazionalitĂ , dalla religione o dal luogo di residenza. Siamo fermamente convinti che tale passo, a trentatrĂ© anni di distanza dal tragico evento, possa contribuire alla comprensione, al rispetto, alla solidarietĂ  e al confronto con il passato, non solo nella comunitĂ  locale, ma in tutta la Serbia e nella regione”.

La richiesta Ăš stata ufficialmente presentata oggi, 28 maggio 2026.

Selma Memović-Čolović, fondatrice del Centro per la veritĂ , la giustizia e la memoria, afferma di voler credere che le autoritĂ  di Prijepolje siano disposte ad accogliere questa importante iniziativa comprendendo “che tutte le vittime sono uguali a prescindere dal paese di origine, che il dolore Ăš lo stesso e che la giustizia dovrebbe essere uguale per tutti, perchĂ© la sofferenza e la giustizia non conoscono confini”.

Uniti nel ricordo

Anche il Montenegro ha dedicato un monumento alle vittime del crimine di Ơtrpci. Dieci anni fa, il 27 febbraio 2016, nel ventitreesimo anniversario dell’evento, non lontano dal centro di Bijelo Polje, al confine con la Serbia, ù stato eretto un monumento commemorativo che reca incisi i nomi di tutte le vittime.

Demir Ličina, figlio di Iljaz e fondatore dell’associazione Ć trpci – Contro l’oblio, afferma che si tratta di un buon esempio, perchĂ© “tutte le vittime del crimine di Ć trpci sono state fatte scendere dal treno e portate via insieme, condividendo lo stesso destino”.

“Proprio per questo Ăš importante che i loro nomi siano riuniti, senza differenze nĂ© distinzioni. È fondamentale che restino uniti nella memoria, poichĂ© sono vittime dello stesso crimine”, sottolinea Ličina.

Quel giorno, come spiega Ličina, venti persone sono morte a causa dell’ideologia nazionalista e dell’odio.

A distanza di oltre trent’anni, molte famiglie non hanno ottenuto giustizia e sono ancora in cerca dei resti dei loro cari. Ad oggi, sono stati ritrovati i resti di sole quattro vittime del massacro di Ơtrpci: il corpo di Halil Zupčević ù stato rinvenuto nel 2009 sulle rive del lago Perućac, mentre i corpi di Rasim Ćorić, Jusuf Rastoder e Iljaz Ličina sono stati riesumati nel 2010 dallo stesso lago.

Ličina spiega che le famiglie soffrono per ogni tentativo di distinguere tra le vittime e ritiene che le autorità locali di Prijepolje debbano accogliere l’iniziativa di aggiungere i nomi delle altre vittime al monumento.

“Altrimenti, con la loro inerzia, rischiano di rendersi complici di una nuova ingiustizia nei confronti delle vittime e dei loro familiari, che attendono da decenni la piena dignità e il rispetto per tutte le vittime”.

“Se il monumento dovesse essere modificato potrebbe diventare un esempio per le altre comunità su come trattare le vittime dei crimini commessi durante le guerre degli anni Novanta in modo umano, dignitoso e non divisivo, come persone i cui nomi non vengono separati, ma ricordati insieme”, conclude Ličina.

Demir Ličina davanti al monumento a Bijelo Polje (Montenegro) durante la commemorazione dell'anniversario del crimine. (foto archivio privato)

Demir Ličina davanti al monumento a Bijelo Polje (Montenegro) durante la commemorazione dell’anniversario del crimine. (foto archivio privato)

La dinamica del crimine e le sentenze “ingiuste”

Il 27 febbraio 1993, alle ore 10.00, alla stazione di Belgrado i passeggeri salirono a bordo di un treno diretto a Bar, cittĂ  portuale in Montenegro. In quel periodo, la guerra infuriava in Bosnia Erzegovina e in Croazia. I venti passeggeri del treno 671 non potevano sapere che la stazione di Ć trpci, in Bosnia Erzegovina, sarebbe stata la loro ultima fermata.

Durante i procedimenti penali per questo crimine, avviati in Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia, Ăš stato accertato che un gruppo di membri della cosiddetta Brigata di ViĆĄegrad dell’Esercito della Republika Srpska, guidati da Milan Lukić, fermĂČ con la forza il treno alla stazione di Ć trpci e fece scendere diciotto bosgnacchi, un croato e una persona di identitĂ  sconosciuta. I passeggeri rapiti furono poi portati con un camion militare nei pressi della scuola elementare di Prelovo, vicino a ViĆĄegrad. Dopo averli derubati di tutti i loro oggetti di valore e picchiati, i membri dell’Esercito della Republika Srpska legarono i passeggeri rapiti con un filo di ferro e li condussero in una casa abbandonata nel vicino villaggio di MuĆĄići, dove li uccisero.

Durante i processi Ăš stato provato che il rapimento era stato pianificato in anticipo.

La documentazione della Compagnia ferroviaria di Belgrado (ĆœTP Belgrado) dimostra che i rappresentanti delle autoritĂ  della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia erano a conoscenza del piano per rapire passeggeri musulmani alla stazione di Ć trpci. La ĆœTP Belgrado aveva informato il ministero della Difesa della Repubblica Federale di Jugoslavia, il Corpo d’armata di UĆŸice dell’Esercito jugoslavo e i servizi segreti, ma nessuno aveva fatto nulla per impedire il rapimento.

Finora, quattordici persone in tre paesi sono state condannate per il crimine di Ć trpci. Di queste sentenze di condanna dieci sono definitive.

Nell’ottobre del 2025, l’Alta Corte di Belgrado ha emesso una sentenza di condanna di primo grado contro gli imputati Gojko Lukić, Duơko Vasiljević e Dragana Đekić – ex membri dell’unità “Osvetnici” [Vendicatori] dell’Esercito della Republika Srpska – condannandoli a pene detentive da cinque a dieci anni. Due degli imputati sono deceduti durante il processo.

Per il Fondo per il diritto umanitario di Belgrado, un’organizzazione che da decenni fornisce assistenza legale alle vittime e monitora i processi per crimini di guerra in Serbia, le condanne sono inadeguate perchĂ© il tribunale “ha completamente ignorato la gravitĂ  del crimine e le conseguenze per le famiglie delle vittime”.

“Il fatto che Senad Zečević, minorenne, fosse tra le vittime ù particolarmente inquietante.

Selma Memović-Čolović (archivio privato)

Selma Memović-Čolović (archivio privato)

Le sentenze emesse lasciano intendere che il tribunale abbia ritenuto adeguata una pena di sei mesi di reclusione per il sequestro di persona e l’omicidio di un uomo”, si afferma in un comunicato stampa diffuso dal Fondo per il diritto umanitario. “Il verdetto ù ingiusto nei confronti delle vittime e delle loro famiglie, che attendono da trentadue anni un riconoscimento giudiziario e l’individuazione dei luoghi di sepoltura con i resti di altre sedici vittime”.

Selma Memović-Čolović ha seguito i procedimenti penali in Serbia e in Bosnia Erzegovina. Afferma che i processi a Belgrado sono stati caratterizzati da ostruzionismo, negazione dei crimini, denigrazione dei testimoni da parte degli imputati e dei loro avvocati, nonchĂ© da un trattamento indecente delle vittime.

Per Selma la sentenza emessa nell’ottobre dello scorso anno ù vergognosa. A colpirla in particolare ù l’atteggiamento dello stato serbo nei confronti delle vittime e delle loro famiglie. Secondo la legge sui diritti dei veterani, degli invalidi militari, degli invalidi di guerra civili e dei loro familiari, le famiglie delle vittime di Ơtrpci non possono ottenere lo status di vittime civili di guerra.

“Non sappiamo a chi rivolgerci per far valere i nostri diritti”, afferma Selma. “Tale atteggiamento dello stato nei confronti dei suoi cittadini caduti trasmette il messaggio che non tutti abbiamo gli stessi diritti, dato che le famiglie non godono dello status di vittime civili di guerra”.

Nonostante tutto, conclude Selma, le famiglie “non devono dimenticare e non possono rimanere in silenzio” ed ù per questo che continuano con coraggio la loro battaglia.