Massacro di Ć trpci: continua la battaglia per la giustizia
A trentatrĂ© anni dal crimine di Ć trpci, quando i membri dellâEsercito della Republika Srpska rapirono e uccisero venti persone di nazionalitĂ non serba, le famiglie delle vittime e gli attivisti di tutta lâarea post-jugoslava non rinunciano alla lotta per la giustizia e per una cultura inclusiva della memoria

Il monumento alle vittime a Prijepolje, Serbia
Il monumento alle vittime a Prijepolje, Serbia - Foto NataĆĄa KandiÄ
Da anni ormai Selma MemoviÄ-ÄoloviÄ di Prijepolje in Serbia e Demir LiÄina di Bijelo Polje in Montenegro sono uniti dalla stessa battaglia. Da bambini, hanno vissuto la stessa tragedia: il padre di Selma, Fikret, e il padre di Demir, Iljaz, viaggiavano sullo stesso treno da Belgrado a Bar quel 27 febbraio 1993. Il treno 671 si fermĂČ alla stazione di Ć trpci, in Bosnia Erzegovina, dove i membri dellâEsercito della Republika Srpska rapirono venti passeggeri non serbi e poi li uccisero.
Tra quei passeggeri câerano Fikret (40 anni) e Iljaz (43 anni).
In totale, diciannove cittadini della Repubblica Federale di Jugoslavia (diciotto bosgnacchi e un croato) e una persona non identificata, la cui identitĂ non Ăš stata ancora accertata, furono rapiti e uccisi.
Le vittime erano originarie di Prijepolje, Bijelo Polje, Podgorica, Berane, Trebinje, Brodarevo e Belgrado.
Iniziative a Prijepolje
Sedici anni dopo il crimine, a Prijepolje, vicino al vecchio ponte sul fiume Lim, Ăš stato eretto un monumento in memoria delle vittime: una lastra di marmo bianco che ricorda la tradizionale lapide musulmana, sormontata da diciannove colonne e da una struttura metallica che riproduce una linea ferroviaria stilizzata. Il monumento reca incise le parole: âChi in questo paese dimentica il 27 febbraio 1993 e la stazione di Ć trpci, ha rinunciato al futuroâ.
Oltre al messaggio, sul monumento sono riportati i nomi dei nove cittadini di Prijepolje assassinati. I nomi delle altre vittime sono stati omessi, nonostante numerose iniziative delle organizzazioni per i diritti umani che hanno chiesto di includere i nomi di tutte le vittime, indipendentemente da dove provenissero.
Oggi, a trentatrĂ© anni di distanza dal massacro, le organizzazioni guidate da Selma MemoviÄ-ÄoloviÄ e Demir LiÄina, insieme ad altre associazioni delle vittime di guerra, organizzazioni della societĂ civile e attivisti per i diritti umani di tutta lâarea post-jugoslava, chiedono alle autoritĂ di Prijepolje di modificare il monumento sul fiume Lim in modo da includere i nomi di tutti i passeggeri rapiti e uccisi a Ć trpci.
âConsiderando che il monumento di Prijepolje Ăš lâunico ricordo materiale di questo crimine in Serbia, riteniamo che aggiungendo i nomi delle restanti undici vittime si possa contribuire ad una cultura della memoria piĂč completa in Serbia e ad una commemorazione piĂč equa di questo evento, contrastando la tendenza a negare il fatto che questo crimine sia stato commesso secondo le modalitĂ stabilite dalle sentenze dei tribunaliâ, si legge nella lettera che il Centro per la veritĂ , la giustizia e la memoria di Prijepolje ha inviato al comune. La richiesta Ăš stata firmata da molte organizzazioni e associazioni di Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro.
âCrediamo â si legge nella lettera â che tutte le vittime debbano essere trattate allo stesso modo, indipendentemente dalla nazionalitĂ , dalla religione o dal luogo di residenza. Siamo fermamente convinti che tale passo, a trentatrĂ© anni di distanza dal tragico evento, possa contribuire alla comprensione, al rispetto, alla solidarietĂ e al confronto con il passato, non solo nella comunitĂ locale, ma in tutta la Serbia e nella regioneâ.
La richiesta Ăš stata ufficialmente presentata oggi, 28 maggio 2026.
Selma MemoviÄ-ÄoloviÄ, fondatrice del Centro per la veritĂ , la giustizia e la memoria, afferma di voler credere che le autoritĂ di Prijepolje siano disposte ad accogliere questa importante iniziativa comprendendo âche tutte le vittime sono uguali a prescindere dal paese di origine, che il dolore Ăš lo stesso e che la giustizia dovrebbe essere uguale per tutti, perchĂ© la sofferenza e la giustizia non conoscono confiniâ.
Uniti nel ricordo
Anche il Montenegro ha dedicato un monumento alle vittime del crimine di Ć trpci. Dieci anni fa, il 27 febbraio 2016, nel ventitreesimo anniversario dellâevento, non lontano dal centro di Bijelo Polje, al confine con la Serbia, Ăš stato eretto un monumento commemorativo che reca incisi i nomi di tutte le vittime.
Demir LiÄina, figlio di Iljaz e fondatore dellâassociazione Ć trpci â Contro lâoblio, afferma che si tratta di un buon esempio, perchĂ© âtutte le vittime del crimine di Ć trpci sono state fatte scendere dal treno e portate via insieme, condividendo lo stesso destinoâ.
âProprio per questo Ăš importante che i loro nomi siano riuniti, senza differenze nĂ© distinzioni. Ă fondamentale che restino uniti nella memoria, poichĂ© sono vittime dello stesso crimineâ, sottolinea LiÄina.
Quel giorno, come spiega LiÄina, venti persone sono morte a causa dellâideologia nazionalista e dellâodio.
A distanza di oltre trentâanni, molte famiglie non hanno ottenuto giustizia e sono ancora in cerca dei resti dei loro cari. Ad oggi, sono stati ritrovati i resti di sole quattro vittime del massacro di Ć trpci: il corpo di Halil ZupÄeviÄ Ăš stato rinvenuto nel 2009 sulle rive del lago PeruÄac, mentre i corpi di Rasim ÄoriÄ, Jusuf Rastoder e Iljaz LiÄina sono stati riesumati nel 2010 dallo stesso lago.
LiÄina spiega che le famiglie soffrono per ogni tentativo di distinguere tra le vittime e ritiene che le autoritĂ locali di Prijepolje debbano accogliere lâiniziativa di aggiungere i nomi delle altre vittime al monumento.
âAltrimenti, con la loro inerzia, rischiano di rendersi complici di una nuova ingiustizia nei confronti delle vittime e dei loro familiari, che attendono da decenni la piena dignitĂ e il rispetto per tutte le vittimeâ.
âSe il monumento dovesse essere modificato potrebbe diventare un esempio per le altre comunitĂ su come trattare le vittime dei crimini commessi durante le guerre degli anni Novanta in modo umano, dignitoso e non divisivo, come persone i cui nomi non vengono separati, ma ricordati insiemeâ, conclude LiÄina.

Demir LiÄina davanti al monumento a Bijelo Polje (Montenegro) durante la commemorazione dell’anniversario del crimine. (foto archivio privato)
La dinamica del crimine e le sentenze âingiusteâ
Il 27 febbraio 1993, alle ore 10.00, alla stazione di Belgrado i passeggeri salirono a bordo di un treno diretto a Bar, cittĂ portuale in Montenegro. In quel periodo, la guerra infuriava in Bosnia Erzegovina e in Croazia. I venti passeggeri del treno 671 non potevano sapere che la stazione di Ć trpci, in Bosnia Erzegovina, sarebbe stata la loro ultima fermata.
Durante i procedimenti penali per questo crimine, avviati in Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia, Ăš stato accertato che un gruppo di membri della cosiddetta Brigata di ViĆĄegrad dellâEsercito della Republika Srpska, guidati da Milan LukiÄ, fermĂČ con la forza il treno alla stazione di Ć trpci e fece scendere diciotto bosgnacchi, un croato e una persona di identitĂ sconosciuta. I passeggeri rapiti furono poi portati con un camion militare nei pressi della scuola elementare di Prelovo, vicino a ViĆĄegrad. Dopo averli derubati di tutti i loro oggetti di valore e picchiati, i membri dellâEsercito della Republika Srpska legarono i passeggeri rapiti con un filo di ferro e li condussero in una casa abbandonata nel vicino villaggio di MuĆĄiÄi, dove li uccisero.
Durante i processi Ăš stato provato che il rapimento era stato pianificato in anticipo.
La documentazione della Compagnia ferroviaria di Belgrado (ĆœTP Belgrado) dimostra che i rappresentanti delle autoritĂ della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia erano a conoscenza del piano per rapire passeggeri musulmani alla stazione di Ć trpci. La ĆœTP Belgrado aveva informato il ministero della Difesa della Repubblica Federale di Jugoslavia, il Corpo dâarmata di UĆŸice dellâEsercito jugoslavo e i servizi segreti, ma nessuno aveva fatto nulla per impedire il rapimento.
Finora, quattordici persone in tre paesi sono state condannate per il crimine di Ć trpci. Di queste sentenze di condanna dieci sono definitive.
Nellâottobre del 2025, lâAlta Corte di Belgrado ha emesso una sentenza di condanna di primo grado contro gli imputati Gojko LukiÄ, DuĆĄko VasiljeviÄ e Dragana ÄekiÄ â ex membri dellâunitĂ âOsvetniciâ [Vendicatori] dellâEsercito della Republika Srpska â condannandoli a pene detentive da cinque a dieci anni. Due degli imputati sono deceduti durante il processo.
Per il Fondo per il diritto umanitario di Belgrado, unâorganizzazione che da decenni fornisce assistenza legale alle vittime e monitora i processi per crimini di guerra in Serbia, le condanne sono inadeguate perchĂ© il tribunale âha completamente ignorato la gravitĂ del crimine e le conseguenze per le famiglie delle vittimeâ.
âIl fatto che Senad ZeÄeviÄ, minorenne, fosse tra le vittime Ăš particolarmente inquietante.

Selma MemoviÄ-ÄoloviÄ (archivio privato)
Le sentenze emesse lasciano intendere che il tribunale abbia ritenuto adeguata una pena di sei mesi di reclusione per il sequestro di persona e lâomicidio di un uomoâ, si afferma in un comunicato stampa diffuso dal Fondo per il diritto umanitario. âIl verdetto Ăš ingiusto nei confronti delle vittime e delle loro famiglie, che attendono da trentadue anni un riconoscimento giudiziario e lâindividuazione dei luoghi di sepoltura con i resti di altre sedici vittimeâ.
Selma MemoviÄ-ÄoloviÄ ha seguito i procedimenti penali in Serbia e in Bosnia Erzegovina. Afferma che i processi a Belgrado sono stati caratterizzati da ostruzionismo, negazione dei crimini, denigrazione dei testimoni da parte degli imputati e dei loro avvocati, nonchĂ© da un trattamento indecente delle vittime.
Per Selma la sentenza emessa nellâottobre dello scorso anno Ăš vergognosa. A colpirla in particolare Ăš lâatteggiamento dello stato serbo nei confronti delle vittime e delle loro famiglie. Secondo la legge sui diritti dei veterani, degli invalidi militari, degli invalidi di guerra civili e dei loro familiari, le famiglie delle vittime di Ć trpci non possono ottenere lo status di vittime civili di guerra.
âNon sappiamo a chi rivolgerci per far valere i nostri dirittiâ, afferma Selma. âTale atteggiamento dello stato nei confronti dei suoi cittadini caduti trasmette il messaggio che non tutti abbiamo gli stessi diritti, dato che le famiglie non godono dello status di vittime civili di guerraâ.
Nonostante tutto, conclude Selma, le famiglie ânon devono dimenticare e non possono rimanere in silenzioâ ed Ăš per questo che continuano con coraggio la loro battaglia.










