Le vite sospese degli orfani ucraini in Italia

Dal 2022 l’Italia ha accolto centinaia di orfani e bambini ucraini privi di cure familiari. Nel frattempo, alcuni di questi bambini sono ritornati in Ucraina, altri invece sono diventati vittime collaterali di una polemica sulla tutela legale che vede contrapposte le autorità italiane e quelle ucraine

21/05/2026, Nataliya Kudryk
Bambino con bandiera ucraina © Michele Ursi/Shutterstock

Bambino con bandiera ucraina

Bambino con bandiera ucraina © Michele Ursi/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Graty, poi ripreso da New Eastern Europe)

Nelle prime settimane dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, 4.739 orfani e bambini privi di cure genitoriali sono stati temporaneamente evacuati in altri paesi europei con l’autorizzazione del governo ucraino. Kyiv ha iniziato gradualmente a far rientrare questi giovani in patria, ma stando ai dati del Servizio nazionale per l’infanzia, ad aprile 2025, oltre 1.700 bambini (circa il 40%) si trovavano ancora all’estero. Alcuni paesi, citando sentenze dei tribunali locali, non consentono il rimpatrio dei minori a causa del protrarsi della guerra in Ucraina.

Uno di questi paesi è l’Italia, che dal 2022 ha accolto centinaia di bambini ucraini provenienti da case famiglia. Attualmente, oltre cento bambini si trovano nelle regioni del Sud Italia, principalmente in Calabria e Sicilia, mentre alcuni sono in Lombardia, più precisamente nella provincia di Bergamo.

Dato che la situazione di sicurezza in Ucraina non sta migliorando, il compito urgente per le autorità ucraine non è tanto il rapido rimpatrio dei minori, quanto il ripristino di una supervisione parziale per monitorare le condizioni del loro soggiorno all’estero, in vista di un futuro ritorno in patria.

Il Console generale dell’Ucraina a Napoli afferma che, a causa della contrarietà dei tutori italiani all’ipotesi del rimpatrio, si è giunti ad un’impasse giuridica e si prospetta una lunga battaglia legale.

Il senso di smarrimento

Il diciottenne Mykola Lokotosh, originario di Užhorod, è arrivato in Calabria nella primavera del 2022 con un gruppo di studenti di una scuola di Chynadiyevo (nella regione di Transcarpazia). Lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Il giovane spiega che, nonostante la struttura che li ospitava in Ucraina si trovasse in una zona sicura, la direzione aveva deciso di evacuare temporaneamente all’estero i ragazzi in possesso di documenti di viaggio internazionali in modo da poter ospitare altri bambini provenienti da case famiglia situate nelle aree interessate dai combattimenti, in particolare dalla casa famiglia di Sumy.

Questa versione dei fatti è stata confermata da Svitlana Sofilkanich, ex direttrice della struttura, ma anche da Yulia Dynnychenko, rappresentante dell’associazione ucraina Nuovi Orizzonti in Sicilia, e da una sua collega (che ha preferito mantenere l’anonimato) di un’altra associazione ucraina nel sud Italia, che ha contribuito ad organizzare l’accoglienza dei minori.

Mykola Lokotosh ricordaa che, dopo i primi giorni trascorsi in un ostello, è stato affidato ad una famiglia italiana nella città di Vibo Valentia, dove il ragazzo, all’epoca quattordicenne, si è sentito completamente smarrito.

“Dovevo sempre stare in camera mia, c’erano restrizioni continue. Potevo uscire solo per andare a scuola e, quando tornavo dalle lezioni, non potevo andare a fare una passeggiata con i miei amici. Avevo chiesto di essere trasferito in un’altra famiglia ma inutilmente”.

“A quel punto avevo deciso di fare qualcosa affinché mi allontanassero da quella famiglia. Quindi avevo picchiato il loro figlio di dieci anni, perché mi insultava spesso e non lo sopportavo”, racconta Mykola, descrivendo dettagliatamente il proprio comportamento. Alla fine il ragazzo è stato allontanato dalla famiglia e, con l’aiuto dei servizi sociali locali, trasferito in una casa famiglia a settanta chilometri di distanza, nella città di Catanzaro, dove vive tuttora.

“Sto bene qui. Sono abituato agli orfanotrofi sin da piccolo. I miei genitori sono morti quando ero molto piccolo. In Ucraina, una famiglia affidataria mi ha trattato male, quindi preferisco stare in un orfanotrofio piuttosto che con una famiglia”, spiega Mykola. Ha tre sorelle. La più giovane, che è venuta in Italia con lui, vive a Vibo Valentia con una famiglia affidataria italiana. Si trova bene nella sua nuova famiglia e, secondo Mykola, vuole rimanere lì.

Parlando della sua città natale, il giovane ricorda con nostalgia i nonni e gli altri parenti in Transcarpazia, sente la loro mancanza, ma al momento non ha intenzione di tornare. Avendo raggiunto la maggiore età, Mykola può decidere autonomamente dove vivere e non figura più tra i minori che il Consolato generale dell’Ucraina a Napoli sta cercando di recuperare.

Come riferito dalla missione diplomatica, molti dei ragazzi, avendo raggiunto la maggiore età (16 anni), sono già rientrati in Ucraina con l’assistenza del Consolato generale. I diplomatici possono anche aiutare i ragazzi che nel frattempo sono diventati maggiorenni con le pratiche burocratiche necessarie per ritornare in Ucraina. Tuttavia, di recente questi giovani non avuto contatti con il Consolato, fatto confermato dal ragazzo di Užhorod.

La questione dello status giuridico

A febbraio 2026, una ventina di adolescenti provenienti da Chynadiyevo si trovavano ancora in Calabria e sei in Sicilia. Altri cinquante bambini provenienti dal centro di riabilitazione sociale e sanitaria “Città di Smeraldo” nella regione di Donetsk sono attualmente ospitati presso famiglie affidatarie o in strutture apposite in Sicilia.

Nei primi mesi, in conformità con la legislazione italiana sulla tutela dei minori stranieri, ai bambini ucraini arrivati in Sicilia erano stati concessi permessi di soggiorno. Nel frattempo, però, quasi tutti questi minori hanno ottenuto, per decisione delle commissioni territoriali, uno status giuridico diverso, ossia la protezione internazionale, nello specifico lo status di rifugiato, che ha radicalmente cambiato la loro situazione. Lo conferma l’avvocata Rosa Emanuela Lo Faro, che ha seguito decine di casi giudiziari riguardanti minori ucraini in Sicilia.

“Il nuovo status significa che lo stato ucraino ha perso la custodia dei suoi cittadini minorenni. I bambini non possono più avere contatti con i diplomatici del loro paese d’origine. L’Ucraina è di fatto stata esclusa dal processo e il paese ospitante è libero di decidere anche sull’adozione di questi bambini senza che l’Ucraina ne sia a conoscenza”, spiega Lo Faro. “Secondo il diritto internazionale, i cittadini italiani possono adottare bambini riconosciuti come rifugiati politici”.

Secondo la procedura di protezione internazionale, il paese ospitante non è obbligato a fornire informazioni sui richiedenti asilo al loro paese di origine. A partire dal 2024 le domande di protezione internazionale per i minori ucraini sono state presentate dai loro tutori temporanei in Italia, cioè dagli avvocati nominati dai tribunali minorili locali.

L’avvocata Lo Faro sostiene che questi tutori, sotto pressione delle famiglie affidatarie italiane e influenzati dalle notizie provenienti dall’Ucraina, abbiano trovato una scappatoia nella legge per impedire il rimpatrio dei giovani orfani nel loro paese d’origine. Le famiglie affidatarie – come afferma l’avvocata – sono profondamente convinte che i bambini ucraini possano avere una vita migliore in Italia, anche perché il trattamento nelle case famiglia ucraine non sarebbe adeguato, denuncia che alcuni minori hanno confermato in tribunale.

Per Rosa Emanuela Lo Faro la responsabilità del cambiamento di status degli orfani evacuati ricade sullo stato italiano, in particolare sul ministero dell’Interno che ha permesso alle commissioni territoriali di concedere protezione ai bambini ucraini secondo la procedura legale per la protezione internazionale come rifugiati. Le commissioni continuano a concedere tale status ai bambini nonostante i tribunali italiani si siano pronunciati a favore dei tutori ucraini, autorizzandoli a riportare gli orfani ucraini in luoghi sicuri nella loro patria.

“Non ci è permesso comunicare con i bambini perché i tutori temporanei italiani hanno presentato domanda di protezione internazionale per i minori, affermando che la comunicazione con i rappresentanti dell’Ucraina potrebbe rappresentare una minaccia”, spiega Maksym Kovalenko, Console generale dell’Ucraina a Napoli. “Siamo ora costretti a risolvere queste questioni esclusivamente per via giudiziaria. Non si parla più di diritti, ma di una lotta”.

Secondo Kovalenko, i tribunali per i minorenni di Catania e Palermo hanno assicurato che, finché in Ucraina sarà in vigore la legge marziale, l’adozione di questi bambini in Italia non sarà possibile. Tuttavia, una volta terminato il conflitto, come sostiene Kovalenko, “la questione potrebbe essere risolta diversamente”.

Minori non accompagnati

A seguito del cambiamento di status dei bambini, persino i loro tutori temporanei ucraini in Italia, registrati presso il Consolato generale, non sono autorizzati a comunicare con loro. “Ho avuto lo status ufficiale di tutrice rappresentante dei bambini in Calabria solo per i primi tre mesi”, afferma un’ex tutrice che ha chiesto di mantenere l’anonimato.

“Ho aiutato a sbrigare le pratiche burocratiche e ho fornito assistenza ai servizi sociali locali. Abbiamo cercato famiglie affidatarie la cui idoneità fosse stata verificata dal tribunale. Ho chiesto che i bambini rimanessero sotto la mia tutela, ma il Tribunale per i minorenni di Catanzaro ha deciso diversamente. Sono stati nominati dei tutori italiani e da allora non ho più potuto avere alcun contatto con i bambini”. La donna è emigrata in Italia da tempo ed è membro di un’associazione ucraina che ha aiutato ad accogliere un gruppo di bambini provenienti da un orfanotrofio.

I tribunali in Sicilia e Calabria hanno spesso vietato i contatti tra i minori e i loro tutori legali ucraini sin dalle prime settimane del loro soggiorno in Italia, concedendo inizialmente ai bambini lo status di “minori non accompagnati”. Tuttavia, in conformità con il diritto internazionale e la legislazione ucraina, i bambini rifugiati erano accompagnati da persone legalmente autorizzate dall’Ucraina. Come spiega Rosa Emanuela Lo Faro, i giudici locali, ignorando gli accordi internazionali, come la Convenzione dell’Aja del 1996, hanno stabilito che i documenti dei tutori ucraini non potevano essere utilizzati sul territorio italiano.

“Si tratta di orfani e bambini privi di cure genitoriali che si trovavano in istituti in Ucraina”, afferma La Faro. “Questi bambini sono cittadini ucraini. Non sono fuggiti dal loro paese, a differenza dei minori non accompagnati che arrivano qui dal Marocco o dall’Egitto e che spesso hanno dei genitori. Questa è una differenza importante. E dovremmo parlare di un comportamento inadeguato dei tutori temporanei italiani”.

Alcuni tribunali danno priorità alla legislazione nazionale rispetto alle convenzioni internazionali. In questi casi, l’Italia ha di fatto posto i bambini ucraini sotto la propria giurisdizione, sottraendoli all’Ucraina. Anche i diplomatici sono convinti che tali azioni da parte delle autorità giudiziarie violino la Convenzione dell’Aja del 1996 sulla responsabilità genitoriale e la protezione dei minori.

Nel 2023, a seguito di una richiesta presentata da Yulia Dinnichenko, tutrice temporanea ucraina residente in Sicilia, la Corte di Cassazione italiana ha confermato il suo status in Italia. Successivamente, nel 2024, la Corte Suprema ha sancito l’autorità esclusiva del Console generale dell’Ucraina di nominare i tutori e, in caso di necessità, gli avvocati per i minori, scegliendoli tra persone di fiducia, che le autorità italiane devono riconoscere in conformità alla Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari.

Tuttavia, nei casi citati in Sicilia e Calabria, è evidente che non tutti i giudici rispettano il diritto internazionale e tengono conto delle decisioni della Corte Suprema, privilegiando invece le leggi nazionali in materia di tutela dei minori. Il presidente del Tribunale per i minorenni di Catania – dove, ad aprile 2022, risultavano centodieci giovani ucraini con lo status di “minori non accompagnati” – non ha voluto commentare la vicenda.

Nell’interesse di chi?

Nel gennaio di quest’anno, nella città di Tropea, in Calabria, durante un convegno sulla tutela dei diritti dei minori, è stata sollevata anche la questione dei giovani rifugiati di guerra ucraini ancora presenti nel Sud Italia. L’avvocato Raffaele Figliano, che ha rappresentato un adolescente ucraino in tribunale, ha partecipato al dibattito pubblico, illustrando la situazione degli orfani ucraini dalla prospettiva della magistratura italiana.

“La Corte di Cassazione sta facendo quello che dovrebbe faee: agire in conformità con le normative e le leggi. Allo stesso tempo, dobbiamo comprendere la reale situazione di emergenza che stiamo vivendo con l’arrivo in massa di giovani rifugiati in fuga dalla guerra. A preoccuparci è prima di tutto il principio del superiore interesse del minore”, ha affermato Figliano. “E se un tutore arriva dall’Ucraina, si presenta in questura con cinquanta bambini e dichiara di essere il loro rappresentante legale dal paese di origine […] dove dovremmo collocarli tutti? Chi si assumerà la responsabilità di ciascuno di loro? Stiamo parlando di persone! Sono d’accordo con la decisione della Corte di Cassazione, ma non viene rispettata né in Sicilia né in Calabria”.

L’avvocato nutre dubbi sulle argomentazioni del Consolato ucraino riguardo al rimpatrio dei bambini. “Se la guerra è ancora in una fase acuta, con alcune regioni del paese bombardate quotidianamente […] Permettere a questi bambini di tornare in Ucraina viola il diritto internazionale o no? La risposta è spesso affermativa”.

Secondo Figliano in questi casi la vera responsabilità ricade sui ministeri competenti, in quanto incaricati di gestire tali situazioni di emergenza a livello intergovernativo. La principale obiezione al rimpatrio dei bambini è la mancanza di sicurezza.

I diplomatici ucraini hanno partecipato a diversi incontri a Roma presso il ministero della Giustizia e quello degli Affari Esteri, dove i funzionari hanno espresso comprensione per la situazione e hanno fornito chiarimenti e raccomandazioni in merito all’applicazione delle norme internazionali nelle regioni interessate.

Allo stesso tempo, i rappresentanti del governo italiano sottolineano che il sistema giudiziario è un ramo indipendente dello stato e che non hanno il diritto di interferire o esercitare pressioni sui giudici. I tribunali, dal canto loro, affermano di tenere conto delle raccomandazioni del governo, ma di non essere obbligati a seguirle. Insomma, si è creata una situazione di stallo, come conferma il console ucraino Maksym Kovalenko.

Il console, come anche i rappresentanti delle associazioni ucraine in Italia, ritiene che le famiglie italiane siano spesso ben disposte ad accogliere e prendersi cura dei bambini. Tuttavia, molti di questi bambini perdono il contatto con la loro patria e dimenticano la lingua ucraina. I servizi sociali e le famiglie affidatarie – sottolinea il console – non si impegnano a preservare l’identità nazionale dei bambini rifugiati.

Le autorità italiane prevedono un contributo tra i 100 e i 500 euro al mese per il sostegno di ciascun bambino, a seconda delle esigenze della singola famiglia o della casa famiglia. Alcuni dei bambini che non si trovavano bene con le famiglie affidatarie italiane sono tornati in Ucraina di propria iniziativa, con il permesso dei tribunali italiani.

“Quando stavamo con i bambini, organizzavamo giochi ucraini, parlavamo nella nostra lingua e cenavamo con le famiglie. Poi però né le famiglie né le case famiglia hanno più pensato alla loro educazione ucraina”, afferma un’ex assistente sociale ucraina, delegata dal consolato, che si occupava di giovani arrivati in Calabria.

Mykola Lokotosh ora vive in una città diversa da quella di sua sorella, ma mantiene i contatti con lei. Il ragazzo spiega che parlano l’italiano e che sua sorella, arrivata in Italia all’età di dieci anni, sta dimenticando l’ucraino. Mykola cerca di parlare la sua madrelingua, ma in realtà il suo è un misto di ucraino e italiano. Il ragazzo non ricorda che gli assistenti italiani gli abbiano mai offerto lezioni di ucraino. Allo stesso tempo, come spiega il console Kovalenko, i giudici assicurano che in alcune case famiglia viene offerto ai bambini un programma educativo in lingua ucraina.

Una decisione difficile

La prolungata permanenza dei bambini in Italia e le loro testimonianze in tribunale, in cui esprimono la riluttanza a ritornare in patria, costituiscono argomenti convincenti per il giudice affinché respinga la richiesta di rimpatrio dei minori. Avvicati e diplomatici ritengono che, anche qualora il conflitto armato dovesse cessare, sarebbe impossibile riportare questi bambini in Ucraina per via della convinzione che il rimpatrio sarebbe contrario al loro superiore interesse.

Al momento, le autorità ucraine sono più preoccupate di come raggiungere i bambini per verificare le loro condizioni di vita, che i giudici considerano accettabili. “I bambini non vogliono tornare in Ucraina. I maschi vivono in centri di accoglienza, hanno paura di essere chiamati alle armi, e ci sono alcune ragazze con le loro famiglie. Un bambino all’inizio era molto introverso, ma ora si è aperto e sta meglio. In generale, qui vivono abbastanza bene”, afferma un ex tutore ucraino.

Reagendo all’ipotesi di una visita in Ucraina, Mykola, del centro di Chynadiyevo, risponde categoricamente: “No, non voglio andare in Ucraina, perché potrei essere mobilitato. C’è la guerra lì, anche se è lontana da casa mia. I miei parenti cercano di dissuadermi dal tornare. Quando esco da questo orfanotrofio, guadagnerò un po’ di soldi e andrò a trovare l’altra mia sorella in Svizzera. Non mi piace la vita in Italia. E se la guerra finirà, tornerò nel mio paese”.

Tuttavia, molti bambini hanno voluto ritornare subito in Ucraina. Alcuni lo hanno fatto, mentre altri sono ancora in attesa a causa della mancanza di decisioni giudiziarie o perché la loro richiesta è stata respinta. All’inizio dell’invasione russa su larga scala, un gruppo di venticinque bambini della casa famiglia Stepan Suprun di Sumy è arrivato nel sud Italia, secondo quanto affermato da Lyubov Rudyka, direttrice della struttura.

Dal 2023, come spiega Rudyka, la maggior parte dei bambini è tornata in Ucraina con il permesso dei tribunali locali e con il consenso delle famiglie ospitanti, in particolare nella regione di Ternopil, e sono stati collocati principalmente in famiglie affidatarie. Ad oggi, cinque minori provenienti dall’istituto si trovano ancora in case famiglia in Puglia, Campania e Abruzzo. Questi bambini, secondo Rudyka, hanno espresso il desiderio di tornare in Ucraina, ma attendono da mesi l’autorizzazione del tribunale che non ha mai fornito alcuna spiegazione per il ritardo.

La nostra indagine ha rivelato che attualmente ventinove bambini della scuola di Berdiansk (nella regione di Zaporizhzhia, nei territori occupati) si trovano ancora nella provincia di Bergamo, nel nord Italia. Nel 2022, l’intero gruppo (115 alunni) è stato evacuato negli Appennini.

Secondo quanto riferito da Andrii Kartysh, Console generale dell’Ucraina a Milano, sette alunni della scuola di Berdiansk sono rientrati in Ucraina lo scorso anno. Quattro di loro hanno proseguito gli studi presso istituti professionali, mentre tre hanno trovato nuove famiglie ucraine. Con l’assistenza dei diplomatici, si sta lavorando per affidare un bambino ad una famiglia ucraina e facilitare il suo rientro in patria. Gli altri bambini non hanno ancora espresso il desiderio di tornare a casa o di incontrare potenziali genitori affidatari ucraini. I funzionari del Consolato sono riusciti a mantenere i contatti con i bambini.

Nell’estate del 2024, è scoppiato uno scandalo riguardante il ritorno di questo gruppo da Berdiansk. Un tribunale italiano per i minorenni aveva inizialmente accolto la richiesta delle autorità ucraine di far tornare in patria 57 bambini orfani. Tuttavia, la loro partenza è stata sospesa in seguito alle richieste di concedere la protezione internazionale ai minori.

Nataliya Kudryk è una giornalista ucraina residente in Italia. Per molti anni è stata corrispondente di Radio Free Europe/Radio Liberty a Roma. Ha collaborato con diverse testate, tra cui BBC Ucraina, Radio Ucraina, Ukrainian Week e Mirror Weekly

Questo articolo è stato ripubblicato nell’ambito di  MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un’iniziativa che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura delle tematiche internazionali, co-finanziata dall’Unione europea. Tuttavia, le opinioni espresse sono esclusivamente quelle degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell'Unione Europea. Né l'Unione Europea né l'ente finanziatore possono essere ritenuti responsabili per esse.