Operazione Colomba in Ucraina: non vi lasceremo soli

La presenza in zone di guerra, accanto a chi resta, nel difficile percorso alla ricerca di una risposta non violenta all’orrore delle armi. Operazione Colomba, Corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII da quattro anni è in Ucraina. Abbiamo intervistato il responsabile, Alberto Capannini

03/04/2026, Francesco Martino
Globo della pace, Kiyv, Ucraina © Taras Verkhovynets/Shutterstock

Globo della pace, Kiyv, Ucraina © Taras Verkhovynets/Shutterstock

Globo della pace, Kiyv, Ucraina © Taras Verkhovynets/Shutterstock

Quattro anni di guerra, quattro anni di presenza continua di Operazione Colomba in Ucraina. Come si sono evolute le vostre attività e la vostra quotidianità?

Abbiamo cominciato a Leopoli, vivendo in un convento che accoglieva persone con disabilità in difficoltà a causa del conflitto appena scoppiato, persone che poi siamo riusciti a portare in Italia, nei primi tre o quattro mesi, con vere e proprie carovane che portavano aiuti in Ucraina e ucraini in Italia. Ci siamo spostati anche a vivere a Odessa quando la città-porto era sotto assedio navale, per poi passare prima a Mykolaïv e infine a Kherson, dove abbiamo vissuto negli ultimi tre anni.

Operazione Colomba

Una storia di intervento nei teatri di guerra “in maniera nonviolenta, disarmata e disarmante“. La storia di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, parte dai Balcani durante le guerre che hanno segnato la dissoluzione violenta della Federazione jugoslava nei primi anni ‘90. Da allora, Operazione Colomba è stata attiva in molti teatri bellici, da Timor est alla Cecenia, dal Sudan alla Repubblica democratica del Congo, ma anche al fianco dei migranti sulla Rotta Balcanica. Oggi continua ad operare in Palestina-Israele, in Libano-Siria, in Cile e – a partire dal 2022 – in Ucraina.

Negli ultimi sei mesi accompagniamo una comunità evangelica che ha scelto di rimanere a Kherson, nonostante la guerra alle porte e i bombardamenti quotidiani di artiglieria e droni. Cerchiamo di alleviare come possiamo le difficoltà materiali della vita dei residenti rimasti, a partire dalla distribuzione gratuita di acqua e pane. Nella zona della città in cui viviamo le famiglie con bambini sono state evacuate, ma la comunità abita anche un’altra zona più distante dal fronte, dove si fanno attività con i bambini. Fino a qualche settimana fa siamo andati in giro a distribuire la legna da ardere e abbiamo dato una mano a riparare il centro culturale cittadino, distrutto da droni incendiari due anni fa. Non siamo ancora riusciti a svuotarlo dalle macerie, ma a distruggerlo c’è voluto un attimo: una metafora dolorosa di quanto devastare sia molto più facile che costruire.

Perché chi resta decide di rimanere e vivere la propria vita con la guerra in casa?

La tua è una domanda molto “europea”… la risposta è semplice: vogliono continuare a vivere lì dove sono le loro case. A Kherson in molti sono rimasti anche durante l’occupazione russa, per poi scappare nella fase finale e rientrare successivamente. Abbiamo visto tornare anche persone che si erano rifugiate in Polonia o Germania. In tanti si dicono: “Piuttosto che vivere una vita da profughi, preferiamo stare a casa nostra”, sperando naturalmente che le condizioni migliorino. Purtroppo in questi anni la situazione non è migliorata, anzi sta peggiorando notevolmente.

E come pensi che venga avvertita la vostra presenza in una situazione tanto complessa e drammatica?

È difficile rispondere. Lo faccio attraverso una piccola storia che però mi è rimasta profondamente impressa. Un giorno sono arrivati dei giornalisti italiani e hanno trascorso una notte nel rifugio sotterraneo che condividevamo da circa un anno con un gruppo di famiglie ucraine. Tra gli altri c’era Maria, una ragazza con cui siamo poi diventati amici e che all’epoca parlava un inglese stentato.

La mattina, prima di andarsene, i giornalisti hanno salutato tutti: “Ciao, ciao”. In quel momento, Maria mi ha chiamato e nel povero inglese che padroneggiava mi ha detto “But you not ciao!” Come dire: “Sì, però tu rimani!” Un messaggio che mi ha scavato nell’anima e che nella mia testa ho tradotto: “Non ci illudiamo che voi possiate risolvere la nostra situazione, però non lasciateci, non lasciateci soli in mano al demone della guerra”.

Dopo quattro anni, che tipo di atteggiamento è maturato rispetto alla guerra e alla vita in condizioni di conflitto armato nelle persone con cui condividete la quotidianità? Rabbia? Rassegnazione? Disperazione?

Una cosa che mi ha molto colpito è la capacità delle persone di attaccarsi anche ai miglioramenti più apparentemente insignificanti per alimentare la speranza. Nelle aree in prima linea – come Mykolaïv  o Kherson – l’inferno viene spostato sempre un po’ più in là, in un’altra città, o addirittura in un’altra strada, per rassicurarsi sulla propria precaria condizione e consolarsi almeno un po’. Poi ci sono città come Odessa o anche Kyiv, che pur non essendo sul fronte vengono bombardate continuamente: qui è come se si fosse creata una nuova “normalità di guerra”, una forma di adattamento collettivo ad una situazione drammatica.

Se parlo della situazione in cui viviamo, le persone resistono, riescono a non impazzire, anche se tutti pagano il prezzo della guerra nelle loro vite. La risposta naturale alla guerra è la creazione di una comunità: le persone si mettono insieme, condividono, per non affrontare da sole questo disastro.

In molti c’è però una vena nera di disperazione, perché c’è la consapevolezza che la Russia è militarmente molto più forte dell’Ucraina, e che Mosca non abbia alcuna intenzione di fermarsi.

Ma se la società ucraina è convinta che col nemico non si possa scendere a patti, che spazio morale c’è per una scelta non violenta come la vostra?

Devo fare una premessa non facile: la società ucraina, così come quella russa e probabilmente tutte quelle uscite dall’esperienza dell’Unione sovietica, è fortemente permeata di militarismo, alimentato da diversi fattori. Sicuramente l’eredità del regime comunista e le esperienze dolorose vissute da queste comunità nella sua storia recente: dalla tragedia della Seconda guerra mondiale alla dittatura, per arrivare ai disastri della transizione all’economia di mercato.

In questo contesto, come già successo in Jugoslavia, quando il regime è crollato ci si è attaccati all’unica forza che sembrava in crescita, quella del nazionalismo, e si è caduti nella tentazione di risolvere i problemi imbracciando un fucile.

In questo contesto, la nostra scelta non violenta nasce da una necessità di essere presenti, di non lasciare sole le persone che vivono la realtà assurda e crudele della guerra sulla propria pelle. Quando siamo arrivati, abbiamo spiegato chi eravamo, e abbiamo chiesto di poter condividere, di esserci: ci hanno risposto: “Venite”.

Tutto questo, con la consapevolezza dei dolorosi paradossi, delle tante domande e delle poche risposte trovate: perché sebbene io non condivida la risposta violenta alla violenza, sono vivo grazie alla contraerea. E poi ad uccidere ogni giorno è la violenza organizzata da una dittatura, quella russa.

Per sostenere una scelta non violenta, bisogna esserci e testimoniare dentro la guerra, confrontarsi con la sua realtà crudele. “Ci sono cose che vedono soltanto gli occhi di chi ha pianto”, ha detto una volta il vescovo congolese Munzihirwa. Se un giorno troveremo una via d’uscita dalla guerra, non sarà tenendosene a distanza, ma attraverso occhi che hanno pianto.

Ma esiste una scelta non violenta anche all’interno della società ucraina?

C’è chi fa la scelta dell’obiezione di coscienza. È una posizione per me estremamente significativa, che naturalmente condivido ma che è oggi assolutamente minoritaria.

In Europa abbiamo avuto una generazione in cui praticamente tutti hanno vissuto la guerra. E neanche loro sono riusciti a trovare una strada per eliminarla dal nostro orizzonte…

Il podcast


Hai mai amato veramente?” Una domanda insieme facile e difficilissima, nata dal dubbio di quanto siamo in grado di rischiare – anche e soprattutto personalmente – per aiutare ed essere vicini a chi vogliamo bene nella cornice violenta e spietata della guerra. È questo il titolo del podcast di Operazione Colomba in Ucraina: un diario, intimo e vissuto, dell’esperienza dei volontari a un passo dalla linea del fronte, ma anche un modo per far sentire la voce di chi ha deciso di restare e non arrendersi alla logica della guerra.

Una volta in un incontro pubblico parlavo della nostra esperienza alla ricerca di una strada non violenta. Dal pubblico si è alzato un signore che ha detto: “Non ce l’abbiamo fatta noi, che la guerra l’abbiamo fatta e subita, come pensate di riuscirci voi?” Quel signore era mio padre. La sua riflessione era profondamente vera. Eppure, provare a trovare una strada diversa dalla guerra e dalla violenza resta troppo importante per darsi per vinti. Per farlo, credo che l’unica strada sia spogliarsi delle certezze e scendere nella realtà di chi vive i conflitti, cercare nel fango, per così dire.

Avete deciso di raccontare questa vostra presenza, questa vostra esperienza attraverso una modalità particolare, quella di un podcast dal titolo “Hai mai amato veramente?”. Come è nata quest’idea e che cosa vi piacerebbe che arrivasse a chi lo ascolta?

L’idea di un podcast è nata come modo per accorciare la distanza tra noi e chi ci ascolta  in Italia, anche dopo esserci resi conto che le sezioni scritte del nostro sito sono sempre meno visitate.

Personalmente mi sono reso conto che, quando mi chiedono di raccontare cosa succede, tendo a soffermarmi sugli aspetti più crudeli della guerra, quelli fatti di violenza. Ma, ragionando, credo che sia più importante raccontare della grande umanità che emerge in una situazione tanto estrema. Il podcast tenta di riempire questo vuoto, di renderlo vivo per chi ascolta. Ed è anche un modo per ragionare su quanto stiamo vivendo ed elaborando, il nostro umile tentativo di cercare “strade altre” all’uso della violenza. Si intravede qualcosa di nuovo, una nuova speranza? Ancora non riesco a formulare i miei pensieri in modo pieno: di certo siamo oggi ancora nella notte più buia. Eppure, nel seme che fa nascere, crescere e vivere comunità sulla linea mortale del fronte, avverto, ancor prima di vedere, un raggio di luce.

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