Il partigiano e l'euro

Il partigiano e l'euro

La stella a cinque punte torna sulle monete europee a più di vent’anni di distanza dal crollo del muro di Berlino. La Slovenia ha infatti emesso da poco un milione di monete da due euro, dedicate ad un leggendario comandante partigiano, Franc Rozman

08/04/2011 -  Stefano Lusa Capodistria

Gli stati della zona euro possono battere ogni anno una moneta celebrativa o commemorativa. Loro decidono la faccia e la Banca Centrale Europea la quantità. La prima fu coniata dalla Grecia nel 2004 in occasione dei giochi olimpici. Poi ce ne furono altre che ricordavano le Nazioni Unite, la Costituzione europea, il processo di allargamento, il suffragio universale ed altri importanti avvenimenti.

Nel 2008 la Slovenia volle commemorare Primož Trubar, l’autore del primo libro sloveno, mentre nel 2010 ha ricordato il duecentesimo anniversario dell’apertura del giardino botanico di Lubiana. Quest’anno invece ha scelto di celebrare il centesimo anniversario della nascita di un leggendario comandante partigiano, Franc Rozman - Stane.

Il comandante

Nato in un paesino nei pressi di Lubiana, Rozman fece della resistenza il suo scopo di vita. Il comandante Stane tentò, senza riuscirci , già nel 1935, di unirsi agli etiopi per contrastare l’invasione italiana; poi partecipò, con le Brigate internazionali alla guerra di Spagna e dopo l’invasione della Jugoslavia si unì al Fronte di liberazione sloveno (OF). Ben presto divenne comandante di una brigata partigiana e nel luglio del 1943 fu nominato comandante del Comando superiore dell’esercito resistente in Slovenia. Morì nel novembre del 1944 a causa dell’esplosione di un mortaio che era appena stato fornito ai partigiani dagli inglesi.

Sulla sua morte non sono mancate speculazioni e c’è chi ancora oggi crede in oscure trame. Una di queste porterebbe persino ad Arso Jovanović, l’emissario che il maresciallo Josip Broz - Tito mandò in Slovenia per disciplinare, senza riuscirci, i troppo autonomi compagni sloveni.

Rozman, infatti, sarebbe stato un fiero sostenitore dell'esercito nazionale sloveno che avrebbe voluto conservare anche a guerra finita. La fusione della resistenza slovena con il resto dell’esercito di Tito fu vissuta da molti partigiani sloveni, nell’immediato dopoguerra, come un vero e proprio trauma. Con lui, dicono, le cose non sarebbero andate così e Lubiana avrebbe conservato le proprie formazioni militari, che avrebbero continuato ad usare lo sloveno nella catena di comando.

In Slovenia sono intitolate a Rozman una miriade di vie e scuole e persino una delle caserme più importanti dell’esercito. Nella Slovenia socialista, come molti altri “eroi popolari”, egli fu elevato sugli altari della patria diventando, per la retorica del regime, una sorta di santo laico che ancora ai giorni nostri evoca in una fetta consistente della popolazione un certo fascino mistico. Oggi è tumulato nel pieno centro di Lubiana a pochi passi dal parlamento nella tomba dedicata ai padri della patria slovena socialista.

La stella

Sulla moneta, a lui dedicata, oltre all’effige, il nome e la data di nascita e di morte compare anche la stella. “Il simbolo – motivano dalla banca di Slovenia - del movimento a cui il comandante Stane apparteneva”. La decisione è stata presa da un’apposita commissione che ha potuto scegliere tra 31 proposte. Tra di esse c’era anche quella di dedicare la moneta al ventesimo anniversario della proclamazione dell’indipendenza dalla Jugoslavia.

Per ricordare questa ricorrenza ci si dovrà invece accontentare di alcune monete da collezione. In pratica quasi la stessa attenzione che il conio di Stato dedicherà al campionato mondiale di canottaggio in programma a Bled.

La scelta di privilegiare un partigiano e di usare l’iconografia del regime comunista ha provocato una serie di polemiche sia in patria sia all’estero. A gongolare sono soprattutto i reduci che vedono ancora una volta il Paese celebrare i fasti della Seconda guerra mondiale. D’altra parte c’è chi grida allo scandalo. I giovani di Nuova Slovenia, una formazione extraparlamentare clericale e conservatrice, hanno definito sprezzantemente il comandante partigiano null’altro che un criminale di guerra, mentre altri hanno parlato di una provocazione soprattutto perché il tutto è avvenuto mentre la Slovenia si appresta a celebrare il ventennale dell’indipendenza.

Rossi e bianchi

Il Paese è così per l’ennesima volta ritornato al clima di “guerra culturale” tra “rossi” e “bianchi”. Nel centrosinistra ci tengono a sottolineare che l’indipendenza slovena ha radici profonde e parte proprio dalla resistenza, quindi fornendo così una giustificazione alla scelta di celebrare il comandate Stane. Del resto, nei mesi scorsi, lo stesso ministero dell’Istruzione ha pensato bene di accomunare nelle scuole il ricordo del settantesimo anniversario della costituzione del Fronte di liberazione con il ventesimo anniversario dell’indipendenza. L’iniziativa dal titolo “Stringi il pugno” è stata presentata con un manifesto simil-ciclostilato di impronta real-socialista su cui capeggia un pugno chiuso rosso.

Il centrodestra, invece, non manca di presentare il periodo comunista e la vittoria delle truppe di Tito come un'enorme iattura. Il Paese - dicono – sarebbe caduto in mano ai comunisti che misero in atto una feroce e sanguinosa resa dei conti che riempì la Slovenia di fosse comuni. In sintesi, se i primi considerano quello jugoslavo, seppur con i suoi errori, un comunismo dal “volto umano”; i secondi non sono disposti a fare nessuno sconto e lo paragonano in tutto e per tutto a quello del resto dell'est Europa.

In quest’ottica si muovono anche i governi sloveni di differenti colori. Il precedente esecutivo di centrodestra partecipò con entusiasmo alle iniziative che condannavano i crimini del comunismo; mentre l’attuale compagine di centrosinistra (o i suoi uomini) ha fatto una serie di scelte che sembrano andare in tutt’altra direzione: a Lubiana è stata intitolata una via al maresciallo Josip Broz – Tito, un’alta onorificenza è stata concessa all’ultimo ministro degli Interni della Slovenia socialista ed ora è stata emessa anche una moneta con una bella stella a cinque punte. Una stella, va detto, che non era nemmeno il simbolo della resistenza slovena, che combatteva sotto le insegne del Fronte popolare.

Il centrosinistra e gli eredi del partito comunista tornati alla guida del governo dopo diciotto anni stanno facendo così riscoprire al Paese la vecchia iconografia di regime. D’altronde sembra più facile buttarsi sul nostalgico che dare risposte adeguate alla gravissima crisi economica in cui la Slovenia si trova immersa.


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