Immagine tratta dalla copertina

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Le relazioni tra l’Italia fascista e il movimento ustascia croato durante la Seconda guerra mondiale. Un’analisi dettagliata dei documenti militari italiani in questo libro di Alberto Becherelli. Una recensione

27/11/2012 -  Giordano Merlicco

All'occupazione italiana dei Balcani sono stati dedicati diversi studi, nondimeno il presente volume, attraverso l'analisi dettagliata dei documenti militari italiani, riesce ad approfondire aspetti già noti e ad offrire spunti nuovi sulle relazioni tra l'Italia fascista e gli ustascia croati. Relazioni che furono fondamentalmente improntante alla collaborazione, ma non per questo mancarono attriti e divergenze tra Italia e Stato Indipendente Croato.

Nonostante gli ustascia fossero stati foraggiati per molti anni da Mussolini, una volta giunti al potere essi si mostrarono molto più sensibili all'influenza tedesca che non a quella italiana. Questa fu la prima ragione di disappunto per gli italiani, ma non l'unica.

È noto che gli italiani non furono molto teneri durante l'occupazione, il generale Roatta raccomandava ad esempio che le linee guida della lotta contro i partigiani non andavano riassunte nel detto ”dente per dente” bensì in quello “testa per dente”. Tuttavia gli italiani non mancarono di restare interdetti di fronte alle manifestazioni più efferate della violenza ustascia. Secondo il generale Ambrosio, capo della 2a Armata italiana, gli ustascia non erano altro che  “selvaggi capaci unicamente di massacrare popolazioni indifese, ma incapaci (…) di fronteggiare le forze ribelli”. Ambrosio aggiungeva quindi che “il soldato italiano non poteva rimanere indifferente allo spettacolo di continui, ignominiosi delitti” compiuti dagli ustascia.

Per fuggire gli eccidi dei tedeschi e degli ustascia, migliaia di ebrei si riversarono nella zona di occupazione italiana. In alcuni casi le autorità italiane li riconsegnarono agli ustascia, ma molto più spesso si rifiutarono. Nella zona di occupazione italiana gli ebrei furono rinchiusi in campi di internamento, dove ricevettero un trattamento decisamente mite se paragonato a quello riservato dagli stessi italiani ai prigionieri jugoslavi. Più che da ragioni di carattere umanitario, l'atteggiamento italiano fu probabilmente motivato da ragioni di carattere politico: rifiutando di consegnare gli ebrei, l'Italia ribadiva le proprie prerogative nella sua zona di occupazione, opponendosi all'invadenza tedesca. In ogni caso, la politica seguita dai militari italiani permise a migliaia di ebrei di salvarsi dallo sterminio praticato nelle altre regioni della Jugoslavia occupata.

Nello Stato Indipendente Croato, inoltre, le persecuzioni erano rivolte anche contro la popolazione serba. I militari italiani garantirono invece una certa protezione ai serbi, invitarono le popolazioni fuggite a tornare nelle proprie case e riaprirono al culto le chiese ortodosse. Ciò valse ai militari italiani l'accusa di “sentimentalismo”, rivoltagli non solo dal duce croato Ante Pavelić, ma anche dai rappresentanti italiani presso il governo di Zagabria.

Tale “sentimentalismo” permise peraltro agli italiani di trovare numerose attestazioni di lealtà nelle comunità serbe, che preferivano nettamente l'amministrazione italiana a quella croata o tedesca. Gli italiani stabilirono ottime relazioni perfino con i cetnici, il movimento nazionalista serbo guidato da Draža Mihailović. Obiettivo  di questa alleanza era la lotta contro i partigiani di Tito, una lotta  che secondo la propaganda italiana equivaleva a uno scontro tra la civiltà e la “barbarie slavo-comunista”. Da parte loro, i cetnici avevano una piattaforma programmatica monarchica e conservatrice, che li indusse ad avversare i partigiani comunisti più di quanto non avversassero le forze di occupazione straniere.

In nome della lotta anti partigiana alcune bande cetniche entrarono perfino sotto il diretto controllo della 2a Armata  italiana, che le inquadrò nella 'Milizia volontaria anticomunista'. Si tratta di pagine che meriterebbero di essere lette anche in Serbia, dove la riabilitazione di Mihailović ha portato la storiografia a presentare i cetnici come un movimento eminentemente resistenziale, minimizzando i numerosi episodi di collaborazione con gli occupanti.


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