La linea rossa di Sarajevo

La linea rossa di Sarajevo

Venti anni fa iniziava il tragico assedio della capitale bosniaca. L'editoriale di Christophe Solioz, segretario generale del Center for European Integration Strategies, sulla Bosnia Erzegovina di ieri e quella di oggi

05/04/2012 -  Christophe Solioz

L'articolo è stato pubblicato originariamente da Le Monde (Parigi) e Le Temps (Ginevra)

Sarajevo. Come abbracciare la molteplicità passato-presente di questa città tra Oriente e Occidente, luminosa e splendente, cupa e severa allo stesso tempo? Quattro secoli di dominazione ottomana, qualche decennio d’Impero asburgico e poi di un destino jugoslavo, prima monarchico e poi titino. La speranza di un “socialismo dal volto umano” ha tragicamente fine nel 1991. Il 6 aprile del 1992 inizia il più lungo assedio della storia moderna: 1395 giorni.

L’aggressione – orchestrata da Belgrado e Zagabria – assume le pieghe di una guerra civile tra varie comunità, guerra di memoria e di religione. Se queste qualifiche non dovessero piacere a qualcuno, i fatti sono implacabili: l’assedio di Sarajevo ha causato 11.541 vittime. Civili per la maggior parte, occorre ricordarlo? E quante esistenze mutilate e famiglie dilaniate? Umiliazioni e violenze di tutti i tipi, torture, assassinii, “urbicidi”, “memoricidi” e genocidio... A fatica le parole riescono a restituire l’ampiezza dei crimini commessi e la sofferenza imposta.

Come non ricordare l’impotenza e l’abdicazione della “comunità internazionale”: i cessate il fuoco violati, le molteplici risoluzioni ignorate, i vari piani di pace destinati al fallimento. Senza dimenticare l’assurda missione di protezione dell’Onu (UNPROFOR) incaricata di “mantenere la pace” là dove il conflitto impazzava. I politici occidentali non escono certo bene da questa guerra: ciechi ai massacri e ai despoti fautori della guerra, muti di fonte agli orrori dei campi di prigionia, degli stupri, della deportazione – e sterminio – delle popolazioni non serbe, sordi agli appelli d’aiuto. Una vergogna.

Sarajevo... “una città che, allo stesso tempo, si trasforma, agonizza e rinasce” (Ivo Andrić). E’ vero ancora oggi. Il boom della ricostruzione, i bar alla moda e il ritorno dei turisti non devono però indurre in errore: Sarajevo soffre delle sue ferite. La Biblioteca nazionale, ricostruita all’esterno, tutt’ora in cantiere all’interno (si annuncia la fine lavori per il 2014) ne è l’esempio più eloquente. Si fa finta d’ignorarlo, ma la città è ancora divisa. Istočno Sarajevo (Sarajevo Est) è de jure la capitale della Republika Srpska, una delle due Entità di cui è costituita la Bosnia-Erzegovina (l’altra è la cosiddetta Federazione croato musulmana).

Andando oltre le illusioni, il dopo-guerra porta le stimmate di una “transizione guerreggiata”, macchiata dal sangue che non si può cancellare. Alle “rose di Sarajevo”, le tracce a forma di fiore lasciate sull’asfalto dalle granate, pitturate in rosso dopo il conflitto, si è aggiunto, il 6 aprile 2012, la “Linea rossa di Sarajevo”. Si tratta di una manifestazione artistica di rilievo eccezionale realizzata dall’East West Center sotto la direzione di Haris Pašović: 11.541 sedie rosse, simbolicamente riservate alle vittime dell’assedio, sono state disposte tra la Presidenza della Bosnia-Erzegovina e la moschea Ali Pasha. Il programma poetico, una prima,  e musicale è a loro dedicato.

Sarajevo tra debito, dovere di memoria ed emancipazione. 1395 Giorni Senza Rosso (Šejla Kamerić e Anri Sala, 2011), dove il “senza rosso” si riferisce all’obbligo di non vestirsi con un colore che potesse attirare l’attenzione dei cecchini, questo film propone una traversata della città assediata al ritmo del primo movimento della Patetica di Tchaïkovski. Nel porsi la domanda: di cosa, perché e come ci ricordiamo? Quest’opera invita ciascuno a confrontarsi con il proprio passato, con la propria verità. In modo più sottile apre una fessura tra la realtà e il possibile. Il “non essere ancora” per citare le parole di Ernst Bloch.

Questa dialettica tra l’arte e la politica, pur salvaguardando l’indipendenza della prima, invita a impegnarsi per altri modi di vivere e di essere. La realtà trasformata dall’arte permette nuove comprensioni e favorisce l’emergere di una “nuova soggettività” (Herbert Marcuse). Inglobando passato e futuro, lutto e speranza, i lavori artistici di Šejla Kamerić e Haris Pašović testimoniano, ognuno a suo modo, il coraggio di essere se stessi per gli altri. Solo quest’etica permette di reinventare una comunità politica divisa e riunire le disjecta membra d’una città e di un Paese de facto frammentati.


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