Quest'anno ricorre il trentesimo anniversario della morte di Meša Selimović, lo scrittore bosniaco che elesse Belgrado come propria dimora. Le opere minori dell'autore de “Il derviscio e la morte” e “La fortezza” sono ancora sconosciute al lettore italiano ed europeo, ma il loro messaggio risuona nella nativa Tuzla

20/04/2012 -  Božidar Stanišić

I visitatori del centro storico di Tuzla, città industriale nel nord est della Bosnia, non possono evitare l’incontro con due statue di bronzo: quella di Ismet Mujezinović (1907-1984), spesso ricordato come ‘pittore della Rivoluzione’, e quella di Meša Selimović (1910-1982), scrittore.

Ismet ha l’aspetto bohemien di chi è appena uscito dal suo atelier per prendere una boccata d’aria, e non sorride, anche se vede lo scrittore suo amico. Anche Meša non sorride. Dalla fine degli anni ottanta, gli abitanti di Tuzla incontrano ogni giorno i loro due concittadini immobili, impensieriti. L’opera è stata realizzata in quegli anni da Marija Ujević-Galetović, scultrice croata. E’ un periodo che sembra lontano anni luce da questo, dall’anno 2012, il triste ventennale dell’inizio della guerra fratricida in Bosnia Erzegovina (1992-95), la guerra che divenne la vera pietra tombale per un morto di nome “Jugoslavia di Tito”.

Strani anniversari

Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Meša Selimović, e venti dall’inizio della guerra in Bosnia. Strane le coincidenze di questi anniversari. Selimović, come pure Andrić (che era nato 120 anni fa), apparteneva alla ‘razza dei preoccupati’ per il destino della Bosnia. Come non ricordare quel breve dettaglio dell’ultimo capitolo del suo romanzo La fortezza? “Nella mia cara patria di nuovo si muovevano al vento le bandiere militari e si raccoglievano le tasse per la guerra. La gente malediva tutte le guerre del mondo, ma pagava le tasse e si arruolava nell’esercito”. Selimović non visse tanto a lungo da poter vedere quanto quelle ‘tasse’, dagli anni novanta in poi, fossero alte, né quanto fossero devastanti le due armi più potenti usate nella guerra fratricida: il nazionalismo e lo sciovinismo, che hanno innalzato i muri attuali nel suo Paese nativo.

Dove sono Meša Selimović, la sua opera e la sua figura, a trent’anni da quel mese di luglio in cui morì a Belgrado? Quest’anno se ne parlerà sia nella capitale serba che a Sarajevo e a Tuzla. Nel centenario (due anni fa) della nascita dell’autore de Il derviscio e la morte, romanzo tradotto in decine di lingue, quasi nulla si era invece mosso fra Belgrado, città che lo scrittore scelse come dimora definitiva nell’ultimo periodo della sua vita, e Tuzla, sua città natale.

Il premio Meša Selimović c’è sia a Belgrado che a Tuzla. Il primo è stato creato dal quotidiano Večernje novosti e dall’Associazione dei librai ed editori serbi. Il secondo è parte integrante degli incontri letterari Cum grano salis. In entrambi i casi si tratta di un premio con scadenza annuale. A Belgrado viene assegnato per il miglior libro scritto in lingua serba, a Tuzla, invece, per il miglior romanzo scritto in Bosnia Erzegovina, Serbia, Croazia e Montenegro (quindi in tutte e quattro le lingue).

Credo sia inevitabile dire che di Selimović si parla troppo, e non si dice molto. La sua scelta di essere uno scrittore serbo, e di lingua serba, malgrado la provenienza musulmano-bosgnacca, sarà oggetto di discussioni (soprattutto di stampo subculturale) anche per i prossimi anni. Per fortuna le opere di Selimović, da molti considerato come lo scrittore più importante delle letterature degli slavi meridionali del Novecento, sono lette nell’intera ex Jugoslavia e nel mondo. Negli anni passati non sono mancate interessanti drammaturgie tratte dalle sue opere più conosciute, in primis Il derviscio e la morte e poi La fortezza.

Il dolore più profondo

Chi sarebbe potuto essere Meša Selimović senza il dolore più profondo della sua vita? Quali opere avrebbe scritto senza l’immagine crepuscolare di una donna seduta nel cortile della sua casa, con il viso avvolto dalle nuvole di fumo della sigaretta? Era sua madre che, alla fine di ogni giornata, preferiva restare sola e pensare a Šefkija, il figlio fucilato. Da chi, quando, perché fu fucilato Šefkija Selimović? Dagli ustascia, dai cetnici, dai tedeschi?

Šefkija Selimović, uno dei tre fratelli di Meša (tutti partigiani e comunisti, come anche la loro sorella e una nuora), nell’autunno del 1944, prima del suo matrimonio, aveva preso un armadio e un letto da un magazzino popolare. Invano Meša chiese la grazia per il proprio fratello, come nel romanzo farà anche il derviscio, Ahmed Nurudin. Šefkija però venne ucciso dai propri compagni, che così difesero il ‘morale rivoluzionario’. Passarono molti anni prima che Meša trovasse la forza umana e creativa per indirizzare questo dolore nel centro della sua opera più celebre.

L'amore, la fortezza

Ambientato nella Bosnia ottomana, quasi esotica al primo sguardo, lontana da quel 1966 in cui venne pubblicato, Il derviscio e la morte inganna tutti coloro che in quest’opera, dalla semantica esistenziale, ancora vedono un romanzo storico, un’opera ispirata all’islam o ancora ad una filosofia dell’assurdo. Non c'è niente di tutto ciò in quest’opera straordinaria in cui il protagonista, vissuto nell’illusione dell’esistenza dell’isolamento nella tekija (una specie di monastero musulmano), volendo vendicarsi per la morte del fratello minore si scontra con la fortezza del potere e infine ottiene il potere lui stesso.

Meša e Darka (pittura di Ismet Mujezinović)

Meša e Darka (pittura di Ismet Mujezinović)

Con La fortezza poi, come altri grandi della letteratura mondiale (Camus), Selimović crea un’articolazione semantica diversa: il suo Ahmet Šabo intende passare per le strade della vita sereno e moralmente puro. Su una di queste strade, proprio come succedette allo scrittore che, in uno dei momenti più difficili, incontrò Darka, sua seconda moglie (per questo nel 1947 venne espulso per un periodo dal Partito), conosce Tijana, ragazza cristiana, orfana. E’ semplice il messaggio di Selimović: non c’è speranza senza amore. Che è unica isola di salvezza per l’uomo, per la sua coscienza. Il resto non è altro che una fortezza, senza fare differenze fra il potere, l’ideologia, la religione, lo Stato.

Il caso dei più grandi romanzi di Selimović è identico a quello di Andrić, le sui opere maggiori hanno oscurato il resto. Non solo i lettori italiani non conoscono il ‘resto’ di Selimović. Non lo conoscono neppure gli altri lettori europei, neppure nell’ex Jugoslavia, malgrado i lettori di tutte e quattro le lingue già nominate non avrebbero nessun problema nell'affrontare questo scrittore. Sarebbe importante poter leggere in italiano il suo breve romanzo L’isola (pubblicato nel 1974, non senza ostacoli perché poco ottimistico), Il cerchio, il romanzo non finito pubblicato postumo nel 1983, tre anni dopo la morte di Tito e I ricordi, di cui alcune parti possono essere considerate un contributo per capire quanto l’ultima resa dei conti in Bosnia, incluso il crimine serbo di Srebrenica del luglio 1995, è stata anche il proseguimento della catena maledetta di vendette e rappresaglie del periodo 1941-45.

Assenza di sorrisi

La scomodità de Il cerchio, romanzo in cui non c’è più nessuna fuga né distanza dai tempi del dopoguerra (c’è un “probabilmente Tito aveva ragione anche stavolta”), consiste nello sguardo aperto di Selimović verso le crepe principali del sistema comunista, in primis la sete di potere e di privilegi. E sono quelle crepe che, come sappiamo, hanno generato la crisi degli anni ottanta e il disfacimento della Jugoslavia comunista.

Non mi intendo dei sorrisi, né della serietà dei personaggi raffigurati nelle statue. Però il non sorriso di Ismet e di Meša è significativo. Ci manda un monito simile a quello della preghiera di Ivo Andrić espressa in Nella via di Danilo Ilić (Sarajevo, 1926): “Dio dei cieli che regni su di noi e che tutto conosci, per carità, volgi il tuo sguardo su questa montagnosa terra di Bosnia e su di noi che ha partorito e che mangiamo il suo pane. Dacci ciò che giorno e notte, ognuno a suo modo, chiediamo: dona la pace ai nostri cuori e l’armonia alle nostre città. Basta con il sangue e con i fuochi di guerra. Del pane della pace abbiamo bisogno.”

Vorrebbero aggiungere qualcosa? Credo di sì, malgrado la voce dei morti che tenevano quelle terre vicinissime al cuore ancora non risuoni, sicuramente meno dei rumori di quanti l’hanno abbassata ai livelli attuali.


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