Serbia, stop ai fondi UE?
Si fa sempre più concreta l’ipotesi della sospensione dei fondi europei destinati alla Serbia a causa della controversa riforma della giustizia, ma anche per via della costante erosione della libertà di espressione e dello stato di diritto. Dopo anni di lassismo e doppi standard, Bruxelles sembra finalmente pronta a reagire

La commissaria UE all’allargamento Marta Kos
La commissaria UE all'allargamento Marta Kos © Alexandros Michailidis/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da Radar)
Per quanto chiaro sia il messaggio di Marta Kos, Commissaria europea per l’Allargamento, riguardo al possibile blocco di 1,5 miliardi di euro destinati alla Serbia nell’ambito del nuovo Piano di crescita, il regime di Aleksandar Vučić ha ancora sufficiente margine di manovra per relativizzare le critiche più dure arrivate finora da Bruxelles, affermando che Belgrado si è impegnata al massimo per soddisfare i criteri stabiliti dall’UE.
La Commissaria Kos ha dichiarato che si attende la reazione delle autorità serbe al parere della Commissione di Venezia sulle recenti modifiche a cinque leggi giudiziarie, adottate dal parlamento di Belgrado su proposta del deputato Uglješa Mrdić.
La decisione finale sulla sospensione dei fondi richiede anche l’approvazione del Consiglio europeo, che non sempre accetta le proposte della Commissione europea (come, ad esempio, è accaduto con la proposta della Commissione di aprire il cluster 3 nel processo negoziale con la Serbia).
Una svolta a lungo attesa
A livello informale, tuttavia, si è già verificato un cambiamento significativo nei rapporti tra l’UE e la Serbia. Non solo non si sente più, nelle conversazioni informali, la frase “Vučić mantiene le promesse”, che i diplomatici occidentali ripetevano rispondendo a chi li criticava di fornire sostegno all’autocrate serbo, ma ora si sottolinea chiaramente che la Serbia non è un garante di stabilità della regione, bensì un problema.
Si cerca inoltre di distinguere tra le autorità (che l’UE identifica come la fonte del problema) e i cittadini, senza però attaccare apertamente il Partito progressista serbo (SNS), come invece si aspetta l’opposizione in Serbia.
Un gruppo di giornalisti serbi ha potuto assistere a questa svolta ad aprile, parlando con i rappresentanti delle istituzioni europee. Gli incontri si sono svolti alla vigilia dell’intervento di Marta Kos davanti alla Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo. Durante il suo discorso, la Commissaria ha annunciato chiaramente la possibilità di bloccare i fondi destinati alla Serbia.
Nel corso di tutti questi incontri, sono state ribadite più volte le rassicurazioni e le affermazioni secondo cui la politica di allargamento è tornata ad essere una priorità per l’UE e che tale priorità, alimentata dalla guerra in Ucraina, implica un desiderio assolutamente indiscutibile che la Serbia, in quanto paese più grande dei Balcani occidentali, aderisca all’Unione.
Tuttavia, l’insoddisfazione per i risultati finora ottenuti da Belgrado è evidente. Sta di fatto è che il processo di adesione della Serbia è praticamente in una fase di stallo sin dal dicembre 2021, mentre l’UE continua a godere di scarsa popolarità tra i cittadini serbi (il sostegno all’adesione della Serbia si attesta attorno al 40%).
A ciò si devono aggiungere alcune azioni delle autorità di Belgrado rivolte contro i singoli rappresentanti dell’UE. Non si tratta solo di insulti verbali, a cui la leadership serba di solito ricorre per motivi di politica interna, ma anche di tentativi di minare l’autorità e il lavoro dei funzionari europei. Ne è prova la decisione di adottare le cosiddette “Leggi Mrdić”, che limitano l’indipendenza della magistratura, proprio il giorno in cui la Commissaria Kos si trovava a Belgrado.
Il blocco dei fondi destinati alla Serbia potrebbe rappresentare un punto di svolta cruciale e il primo chiaro segnale di un cambiamento della politica di Bruxelles nei confronti di Belgrado. Non è però ancora stata presa una decisione definitiva al riguardo.
Ricordiamo che alla Serbia sono destinati complessivamente 1,59 miliardi di euro per il periodo 2024-2027, tra sovvenzioni e prestiti. I fondi vengono erogati due volte all’anno, a condizione che le riforme previste siano attuate. A gennaio è stato approvato il primo pagamento – 56,5 milioni di euro su un totale di 112 milioni di fondi stanziati – anche se solo tre delle sette riforme previste sono state realizzate.
Nel frattempo, la situazione in Serbia è ulteriormente peggiorata, considerando che il Consiglio dell’Organo regolatore dei media elettronici (REM), la cui elezione era stata contestata all’inizio dell’anno, non è ancora stato nominato.
Rivolgendosi al Parlamento europeo lo scorso 20 aprile, la Commissaria Kos, oltre alla piena adozione delle raccomandazioni della Commissione di Venezia, ha indicato come condizione per l’erogazione dei fondi a Belgrado anche la necessità di garantire la libertà di espressione ed elezioni libere ed eque, ovvero di attuare tutte le raccomandazioni dell’Ufficio OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR). La Commissaria ha inoltre espresso preoccupazione per la repressione contro i manifestanti in Serbia.
Tutte queste richieste sono state menzionate anche dai rappresentanti delle istituzioni di Bruxelles durante i colloqui informali con i giornalisti. I funzionari europei hanno fornito maggiori dettagli e non hanno nascosto la convinzione che sia giunto il momento di “fermare” in qualche modo il regime serbo. A gennaio, erogando la prima tranche dei fondi del Piano di crescita alla Serbia, l’UE ha chiuso un occhio, poi la Commissione si è resa conto che la strategia doveva essere cambiata.
Una questione di volontà politica
Secondo tutte le spiegazioni che abbiamo sentito, le “Leggi Mrdić” hanno davvero contribuito in modo decisivo a questa “apertura degli occhi”. L’intera vicenda ha dimostrato che, oltre ad un linguaggio diplomatico rigido, nei corridoi dei palazzi intorno alla Rotonda Schuman esiste il sarcasmo, ma anche la consapevolezza dei fallimenti e dei doppi standard.
Lo conferma l’idea che siamo giunti al punto in cui Mrdić è più influente di Vladimir Putin: secondo alcuni, la partecipazione di Aleksandar Vučić alla Parata rossa a Mosca nel 2025 ha segnato un momento decisivo in cui l’UE avrebbe dovuto reagire. Non lo ha fatto e così che siamo arrivati alle “Leggi Mrdić” e alle loro conseguenze dannose, che potrebbero rappresentare uno spartiacque.
Non è solo nei corridoi delle istituzioni europee che circola l’idea che sospendere i fondi sia un mezzo efficace per fermare i processi antidemocratici. Un’idea corroborata dall’esempio di Viktor Orbán, il quale era riuscito sì ad arginare per un certo periodo le conseguenze dei tagli [imposti da Bruxelles], seppur molto più severi (37 miliardi di euro). Abbiamo visto però com’è andata alle elezioni del 12 aprile, e c’è chi sostiene, anche negli uffici UE, che a far rovesciare Orbán siano state le salsicce, che i cittadini ungheresi hanno iniziato ad acquistare nei paesi vicini dove costano meno.
Julie Majerczak, responsabile dell’ufficio di Bruxelles di Reporter senza frontiere, ritiene che sia giunto il momento di “dire basta” e che il taglio dei fondi sia solitamente “lo strumento più efficace”. Majerczak spiega che “l’UE esita troppo perché teme che la Serbia si avvicini alla Russia, ma questo avvicinamento si è già verificato”. Le sue parole sono importanti perché Reporter senza frontiere fornisce un parere sullo stato dei media in Serbia per ogni relazione della Commissione europea sui progressi compiuti da Belgrado nel suo percorso di avvicinamento all’UE.
La libertà dei media, compresa la nomina del Consiglio REM, è uno degli elementi che saranno presi in considerazione nella decisione sull’erogazione dei fondi UE alla Serbia, come è stato sottolineato anche durante i colloqui informali. In diverse conversazioni si è parlato anche del monitoraggio della situazione dei media di proprietà di United Group [critici nei confronti del regime di Vučić].
D’altra parte, Dušan Reljić, esperto di politica internazionale e affari europei che vive a Bruxelles, ritiene che la sanzione finanziaria annunciata possa giocare a favore della leadership serba, perché Vučić potrebbe dire ai cittadini: “Vi difendo da quei mascalzoni”. Reljić afferma che un eventuale blocco dei fondi UE non rappresenterebbe un particolare problema finanziario, poiché la Serbia potrebbe facilmente ottenere tale somma dalla Cina o da qualcun altro.
Per Reljić i fondi previsti nell’ambito del Piano di crescita per i Balcani occidentali non sono sufficienti a stimolare la crescita economica della regione. Secondo l’esperto, è necessario un serio piano di sviluppo che acceleri lo sviluppo economico in modo che i Balcani occidentali possano iniziare a recuperare terreno rispetto all’UE.
Stando ad alcune analisi, i paesi dei Balcani occidentali, candidati all’adesione, ricevono dall’UE circa 500 euro pro capite all’anno sotto forma di aiuti allo sviluppo, mentre gli stati membri dell’area balcanica ne ricevono più di 5.000 pro capite dai fondi strutturali e di sviluppo dell’UE. Assegnare ai paesi candidati un importo dieci volte inferiore non fa che riprodurre lo squilibrio rispetto agli stati membri.
Per Dušan Reljić, questo non è l’unico motivo di scetticismo riguardo alle possibilità di allargamento dell’UE ai Balcani occidentali. Negli stati membri manca la volontà politica di impegnarsi in questa direzione per via delle complesse relazioni interne all’UE legate al potere di veto di ciascun membro, ma anche a causa del rafforzamento dei partiti di destra, soprattutto in Germania e Francia. Complice anche la situazione nei paesi candidati. “La Serbia è il fanalino di coda a causa dell’autocrazia, che emerge chiaramente nell’utilizzo della violenza”, conclude Reljić.
Di certo non aiuta il fatto che, dal punto di vista delle istituzioni europee, esistano ormai tre Serbie: quella dell’élite al potere, quella dell’opposizione e quella del movimento studentesco e civile. Il problema, secondo Bruxelles, è che queste tre realtà non comunicano tra loro. Questa è una delle ragioni della “riluttanza a reagire”, caratteristica del comportamento dell’UE che si limita a messaggi di principio contro l’utilizzo della violenza.
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