Quarneride: rotta su Ossero tra il sogno di Medea e i profumi di Cherso
Da Martinšćica alla baia di Unie, un itinerario tra la leggenda di Medea, le antiche distillerie di essenze, la cittadina ricca di storia di Ossero e i paesaggi dell’Adriatico

Ossero – foto F.Fiori
Ossero - foto F.Fiori
La notte scorsa in cuccetta ho sognato Medea. Non quella feroce descritta da Apollonio Rodio, quella da cui il fratello Absirto andò solo, cadendo nell’inganno assassino. Lei che vedendo Giasone affondare la spada nel corpo dell’inerme tradito “distolse / subito gli occhi, coprendosi con il velo, per non vedere il fratello colpito e ucciso”.
No, era una Medea dolce, sorridente, leggiadra. Raccoglieva elicrisi, salvie, rosmarini per farne mazzetti odorosi, per estrarne oli aromatici. Una Medea di cui sottocoperta sento il profumo anche a occhi aperti, perché ieri sera ho messo qua e là piccoli bouquet di fiorellini selvatici raccolti lungo strade e sentieri che da Martinšćica ci hanno portato fino alla chiesetta rupestre dei Santi Cosma e Damiano.

Martinšćica ex Distilleria – foto F.Fiori
Una passeggiata di un’oretta nell’ultima luce del tramonto e nella prima freschezza del crepuscolo. Appena sceso sul molo e imboccato l’uvala a destra c’è una casa che ha l’altro lato praticamente sull’acqua. Oggi è una konoba, ma in origine era il primo stabilimento della distilleria di Andrija Linardić, aperta nel 1912, come leggo sulla lapide commemorativa del 2022.
Quella dei Linardić è la storia di pionieri della profumeria europea, conclusasi nel 1957. Una tradizione rinnovata ancora oggi da Irena e Guerino che hanno raccontato recentemente la loro esperienza d’erboristi chersini . Guerino ricorda personalmente gli ultimi anni d’attività della distilleria, quando l’aria profumava d’essenze e lui frequentava la scuola elementare. Poi dopo una carriera da marinaio al servizio dell’industria petrolifera nei Mari del Nord è tornato sull’isola per aggiornare la coltivazione d’erbe aromatiche e l’estrazione d’oli essenziali.
A San Martino in Valle, come si chiamava ai tempi della Serenissima, era attiva anche una tonnara che dava il nome alla punta che protegge la baia dai venti occidentali.
Guerino Kučić nella sua distilleria di oli essenziali a San Martino in Valle a Cherso – foto di Davide Sighele
Al mattino una brezzolina settentrionale ci fa abbandonare l’idea di tirare un bordo fino all’omonimo attuale capoluogo dell’isola e mettere invece la prua per Ossero, antica capitale delle due isole, lì dove i romani tagliarono il canale che ha diviso ciò che Gea aveva regalato in corpo unico. Ossero è oggi un piccolo villaggio con un centinaio di residenti invernali, però vivace proprio perché punto obbligato di transito sia per chi va per terra, attraverso il suo ponte mobile, sia per chi va per mare che ad orari prestabiliti ha rapido accesso alle rive orientali delle due isole.
Ponte chiuso alle 11 quando arriviamo e così ormeggiamo all’inglese sulla bella, antica banchina in pietra d’Istria vicino al fanale rosso. Sopra di noi le possenti mura perimetrali della città che fu. Perché centro di prima grandezza in età romana, quando si stima contasse 25mila abitanti. Fondata dai greci con il nome di Absorus, fiorente sotto i romani e sede del vescovado fin dal VI secolo. Presa di mira e saccheggiata dai saraceni in età medievale e anche dai genovesi, durante le battaglie con i veneziani del 1377.

San Gaudenzio a Ossero – foto F.Fiori
Passeggiando per le strette calli, porte finestre cancelli sono impavesati proprio in questi giorni con l’immagine di San Gaudenzio, che non è quello riminese originario di Efeso in Turchia, ma è nato sull’isola e l’ha liberata per sempre dai serpenti.
Oltre alla omonimia patronale, nel mio immaginario le due città sono accomunate dalla candida bellezza dei due frontali delle cattedrali rinascimentali. Piccola e austera quella di Ossero, grande e pagana quella di Rimini. Si consacra nel 1497 la prima, si legge in caratteri romani 1450 sotto il timpano della seconda. La prima è impreziosita in esterno dalle statue bronzee di Ivan Meštrović e altri artisti croati, tutte dedicate alla musica, così come in forma di musici appaiono alcuni dei putti magnificamente scolpiti su pietra da Agostino di Duccio, nella seconda.
Due chiese per due città che hanno legato le loro fortune alle acque e ai venti adriatici, che hanno intrecciato le loro storie a quelle di genti che venivano e andavano sul mare. Questi e altri pensieri mi appunto all’ombra del cagnaro, in attesa che bolla l’acqua per gli spaghetti, che condirò con un aglio, olio, peperoncino e acciughe, al profumo del finocchietto raccolto qualche minuto fa.
Il pomeriggio trascorrere bordeggiando a caccia di bave perse, in direzione di Unie avamposto d’occidente delle isole del Quarnero. Veglia su di noi la vicinissima vetta del monte Ossero a 588 metri, che chiude a nord l’isola di Lussino e quelle lontane del Velebit, che raggiungono i 1.757 metri, che cingono l’arco orientale, restituendo mille impervie fantasie balcaniche. L’isola di Cherso è ormai a poppa.
È un arrivederci alle vestigia veneziane del porto di Cherso, alle dolci limpidezze del Lago di Vrana che da preziosissima acqua a tutta l’isola e che ha un fondo a una cinquantina di metri sotto il livello del mare, alle solitarie visioni del piccolo romito borgo di Lubenizze.

Tramonto a Martinšćica – foto F.Fiori
Qualche nuvola a ponente. Temporali lontani sulle Alpi. Nuvole che porteranno “freschi acquazzoni per i fiori assetati / dai corsi d’acqua e dai mari, / e un’ombra lieve alle foglie avviluppate / nei loro sogni meridiani”, facendo risuonare in questo tramonto alla fonda nella baia di Unie le parole di Shelley, poeta che come noi amava il vento.
Tre libri straordinari, restituiscono antichissime leggende orali riguardanti il mito di Giasone e Medea, il viaggio di Argo e il furto del Vello d’oro. Capostipite è Le Argonautiche di Apollonio Rodio risalente al III° secolo a.C., pervenutaci attraverso oltre cinquanta manoscritti medievali, ricomposta e tradotta in italiano da Guido Paduano, nel 1986 per Rizzoli.
Grande fortuna ebbe fin dall’antichità il libro e quindi ardita fu la scelta di scrivere una differente versione del mitico viaggio degli argonauti da Valerio Flacco nel I secolo d.C. che indaga anche e ulteriormente i dubbi, gli abbandoni, i risentimenti della principessa. Ultimo, non ultimo per pathos e frammentaria, epica, brevità sono le Argonautiche orfiche, che stanno più facilmente nello zaino del viaggiatore e che elevano la figura del mitico cantore Orfeo, marinaio illuminato e profetico.
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Tag: Adriatico | Quarneride
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