Economia e dialogo tra Kosovo e Serbia

La mancata normalizzazione dei rapporti tra Kosovo e Serbia costa ad entrambi circa 290 milioni di euro all’anno nelle esportazioni. “Il commercio non ammorbidisce magicamente la politica, ma nel tempo può creare interessi condivisi”, spiega Demush Shasha, direttore esecutivo di EPIK

23/09/2026, Federico Baccini
fili intrecciati

© Shutterstock/Gannachka

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Le tensioni tra Serbia e Kosovo, ampiamente studiate sul piano istituzionale e politico dal momento della dichiarazione d’indipendenza di Pristina nel 2008 a oggi, hanno un impatto particolarmente significativo anche su un altro piano: quello economico e commerciale.

Un aspetto troppo spesso dimenticato, ma che dimostra i costi (reali) di rapporti ancora non normalizzati. E che, allo stesso tempo, potrebbe essere il motore di un cambiamento.

“Il commercio non ammorbidisce magicamente la politica, ma nel tempo può creare interessi condivisi e rende la cooperazione più preziosa per le imprese e le comunità di entrambe le parti”, spiega Demush Shasha, direttore esecutivo dell’European Policy Institute of Kosovo (EPIK), in un’intervista per OBC Transeuropa.

Prendendo le mosse da un paper recentemente coordinato sul rafforzamento delle relazioni tra Kosovo e Serbia attraverso la cooperazione economica, Shasha spiega che quest’ultima può invece essere sviluppata “su un binario parallelo”, costruendo fiducia e interessi condivisi attraverso “una cooperazione ripetuta ed efficace, senza che sia necessario risolvere prima la questione politica”.

Quanto è significativo il costo economico della mancata normalizzazione dei rapporti tra Kosovo e Serbia?

Stimiamo la perdita potenziale a circa 290 milioni di euro all’anno nelle esportazioni tra i due Paesi – circa 36 milioni di euro da parte del Kosovo e 254 milioni di euro da parte della Serbia.

Siamo giunti a questa cifra analizzando i flussi commerciali della Serbia con un paese vicino simile, la Macedonia del Nord, dove non sussiste la stessa controversia politica, e confrontandoli con la situazione attuale del Kosovo.

Per il Kosovo si tratta di una somma ingente. Per la Serbia, invece, è relativamente modesta rispetto alle dimensioni della sua economia.

Tuttavia, non riteniamo che sia la cifra in sé a determinare gli sviluppi politici.

La disputa tariffaria del 2019 non riguardava fondamentalmente il denaro – faceva seguito a una controversia sull’adesione del Kosovo all’Interpol – e alla fine ha generato costi per le imprese e i consumatori di entrambe le parti.

Pertanto questa cifra va intesa piuttosto come un incentivo economico costante che spinge gli operatori commerciali e le imprese a voler ridurre le barriere, piuttosto che come un fattore in grado di determinare da solo una svolta politica.

Quanto è realistico aspettarsi che l’aumento degli scambi commerciali, degli investimenti e della cooperazione imprenditoriale influenzi il processo decisionale politico?

Dovremmo affrontare la questione con cautela.

Ciò che può funzionare in situazioni simili altrove è separare i meccanismi pratici e quotidiani del commercio – dati doganali, standard di prodotto, norme di transito – dalla controversia politica sottostante, in modo che le imprese possano operare in modo prevedibile senza attendere una soluzione politica definitiva.

Ciò può creare ulteriori incentivi per i responsabili politici affinché mantengano la cooperazione nella giusta direzione.

L’integrazione delle imprese nelle catene di approvvigionamento transfrontaliere potrebbe generare uno sviluppo economico sostenibile, oppure aumenterebbe la dipendenza dalle multinazionali?

Esiste un rischio di dipendenza se i legami tra le multinazionali e le imprese locali rimangono deboli.

Molte delle multinazionali presenti nelle zone economiche serbe dispongono di reti di fornitori locali relativamente limitate, e le imprese locali spesso faticano a qualificarsi come fornitori perché prive delle certificazioni ambientali e di governance richieste dai principali acquirenti.

Il Kosovo ha ancora molto lavoro da fare in questo ambito.

La nostra raccomandazione è chiara: aiutare le imprese locali a ottenere le certificazioni necessarie e creare migliori opportunità di incontro tra domanda e offerta, in modo che possano rifornire le multinazionali già operanti nella regione.

È così che gli investimenti esteri possono generare uno sviluppo locale più ampio – non solo attraverso la creazione di posti di lavoro e le esportazioni, ma anche rafforzando le imprese locali e le catene di approvvigionamento.

Quale sarebbe il maggiore beneficio economico derivante dalla riduzione delle barriere non tariffarie?

C’è una stima della Banca Mondiale che troviamo particolarmente interessante: ridurre di tre ore i tempi di attraversamento delle frontiere potrebbe determinare un aumento del 2 per cento dei redditi reali.

Si tratta di un guadagno relativamente rapido e concreto rispetto ai miglioramenti della produttività, che richiedono anni per concretizzarsi.

Inizieremmo quindi dalle questioni pratiche: condividere correttamente i dati doganali, riconoscere reciprocamente le imprese classificate come “operatori affidabili” e affrontare le norme che attualmente impediscono a determinati autocarri di transitare attraverso la Serbia a seconda di come sono entrati in Kosovo.

Nessuna di queste misure richiede ad alcuna delle due parti di scendere a compromessi sulla propria posizione politica.

Si tratta di misure economiche concrete in grado di ridurre i costi per le imprese e i consumatori e, nel tempo, di contribuire a rafforzare la fiducia necessaria per affrontare questioni più complesse.

In che modo una maggiore mobilità del lavoro tra il Kosovo e la Serbia potrebbe ridurre la carenza di competenze e la fuga dei cervelli, garantendo al contempo che i benefici economici della mobilità siano distribuiti equamente tra le due economie?

Qui si presenta un’opportunità concreta, poiché i due mercati del lavoro presentano esigenze in parte complementari.

La Serbia deve affrontare una crescente carenza di manodopera in alcuni settori della propria economia, mentre il Kosovo dispone di un ampio bacino di giovani e continua a incontrare difficoltà nello sfruttare appieno il proprio capitale umano.

Tuttavia, l’obiettivo non dovrebbe essere quello di creare un flusso unidirezionale di lavoratori dal Kosovo verso la Serbia.

Dovrebbe invece essere quello di far sì che la mobilità regionale del lavoro vada a vantaggio delle persone e delle imprese di entrambe le parti.

Ciò significa opportunità stagionali e temporanee, ove opportuno, diritti previdenziali trasferibili, riconoscimento delle qualifiche, una migliore formazione e opportunità per le persone di tornare e mettere a frutto le competenze acquisite.

La chiave sta nel fatto che la mobilità dovrebbe ampliare le possibilità di scelta delle persone, anziché limitarsi a spostare il problema della fuga dei cervelli da una destinazione all’altra.

Se gestita correttamente, una maggiore mobilità può contribuire ad affrontare la carenza di manodopera, migliorando al contempo le competenze, i redditi e le opportunità in entrambe le economie.


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Questa pubblicazione è il risultato delle attività svolte nell’ambito di "Il contributo della cooperazione economica alla normalizzazione delle relazioni tra Kosovo e Serbia", un progetto cofinanziato dal Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Tutte le opinioni espresse rappresentano quelle dell’autrice o dell'autore e non quelle dell'istituzione cofinanziatrice.