“How to Kill a Puppy and Get Rich”: il documentario che inchioda il sistema dei canili in Romania
Con l’uscita, nei giorni scorsi, del documentario “How to Kill a Puppy and Get Rich”, la Romania torna sotto gli occhi del mondo intero. Il film denuncia ancora una volta le pratiche crudeli e disumane presenti nei canili e l’utilizzo dei fondi pubblici in assenza di un controllo reale

Cane randagio, Dobrita, Romania © dita dumitru/Shutterstock
Cane randagio, Dobrita, Romania © dita dumitru/Shutterstock
Li abbiamo tolti dalla strada perché erano troppi. Alcuni erano aggressivi, soprattutto quando si muovevano in branco, altri semplicemente disturbavano lo sguardo umano. E li abbiamo rinchiusi nei canili. Una volta scomparsi dalla nostra vita quotidiana, molti di noi hanno pensato che andasse bene così, che in qualche modo il problema si stesse risolvendo. Almeno nelle grandi città. Perché nei villaggi e nei centri più poveri, i cani randagi hanno continuato a occupare le strade.
Che cosa fossero davvero questi canili lo avevamo già accennato in un articolo precedente, quando a Suraia emersero dettagli insostenibili di maltrattamenti e uccisioni di cani.
Dopo Suraia, la risposta dello stato romeno appare più visibile di quanto non fosse in passato: oltre 200 cani sono stati trasferiti dal rifugio abusivo con l’aiuto di ONG e autorità, e dopo la diffusione delle immagini sarebbero scattati sequestri e raid anche in altre strutture gestite da operatori privati senza scrupoli. Sul piano politico, inoltre, è in discussione una proposta di riforma della legge che punta su sterilizzazioni e microchippature gratuite, oltre a un maggiore ruolo dei consigli provinciali.
Il documentario
E ora che il documentario, realizzato da Film Five Germania in collaborazione con PETA Germania, Carmen Arsene, presidente della FNPA e dell’organizzazione Eduxanima, e il content creator Nathan Goldblat, è stato pubblicato, sembra che la mafia dell’uccisione dei cani in Romania abbia sempre meno spazio per nascondersi.
La serie si compone di sei episodi, per un totale di 180 minuti, ed è in onda su ProSieben dal 15 aprile. È visibile anche online sulla piattaforma Joyn, dove è possibile attivare i sottotitoli nella lingua desiderata.
Al centro del racconto c’è Nathan Goldblat, che arriva in Romania insieme ad attivisti e influencer per accendere i riflettori su una realtà drammatica. Dal 2013, la legge romena consente di catturare i cani randagi e, dopo due settimane, di sopprimerli nei cosiddetti canili di morte.
Nel documentario si parla di cifre che arrivano fino a 400 euro per ogni cane finito in questo sistema. Moltiplicati per centinaia di migliaia di animali, questi numeri raccontano da soli la portata economica di un meccanismo costruito sulla sofferenza. Senza dubbio, siamo di fronte a una vera e propria “mafia dei cani”. Un sistema fatto di centinaia di centri di soppressione in cui i randagi vengono catturati in massa, rinchiusi in condizioni terribili e infine uccisi.
Durante la visita in diversi canili, Goldblat e il suo team assistono, tra le lacrime, alla realtà in cui vengono tenuti gli animali nelle due settimane che precedono la loro morte. Con le fotocamere dei cellulari riprendono cani denutriti, terrorizzati, spesso perfino senza accesso ad acqua potabile. Sono, come si dice nel documentario, “14 giorni che nella maggior parte dei casi sono peggiori della morte stessa”.
Se in quel lasso di tempo gli animali non vengono portati via da associazioni animaliste o da cittadini romeni, li aspetta l’eutanasia — almeno sulla carta.
Perché questa pratica, di per sé, è legale anche in molti altri paesi del mondo. Ma in Romania il problema non è soltanto il numero enorme di cani che finiscono così. È anche, e soprattutto, il modo reale in cui vengono uccisi. “In queste strutture non esiste una vera e propria eutanasia”, racconta nel film una fonte anonima. “I cani vengono uccisi in fosse di sterminio, spesso sotto gli occhi degli altri cani. Vengono iniettate loro sostanze tossiche, in alcuni casi persino insetticidi”. Le sostanze utilizzate sarebbero “talmente diluite che alcuni cani muoiono solo nei sacchi in cui vengono trasportati per essere inceneriti”, spiega l’animalista anonimo.
Ancora più scioccanti delle testimonianze sono le immagini che gli attivisti romeni riescono a consegnare alla troupe di produzione. Filmano con telecamere nascoste ciò che accade in una delle stazioni private di abbattimento. Nelle prime scene si vede un dipendente colpire un cane con un bastone con cappio. Subito dopo, l’animale guaisce, urla, comincia a barcollare, mentre gli viene iniettato un veleno letale senza alcuna anestesia preventiva. “Comincia con la paralisi della respirazione, così che i cani alla fine soffocano in piena coscienza”, viene spiegato nel video.
Shockare e sensibilizzare l’opinine pubblica
Sono immagini devastanti, difficili da guardare, ma proprio per questo necessarie. Perché è attraverso questo tipo di materiale che si può provare a smuovere l’opinione pubblica, a chiamare in causa le autorità romene e, infine, a spingere l’Unione Europea a imporre la trasformazione di tutte le stazioni di abbattimento in centri di sterilizzazione. Non solo in Romania: in molti paesi, il tema della tutela dei diritti degli animali come esseri viventi resta una questione delicata, spesso affrontata troppo tardi o troppo poco.
Le sterilizzazioni, come il documentario rende chiaro, sono l’unica soluzione reale. Certo, a differenza del sistema di abbattimento, non producono profitti enormi e richiedono tempo. Per vedere risultati concreti possono volerci dieci, forse quindici anni, prima che gli effetti diventino visibili e misurabili. Ma nel lungo periodo restano l’unica risposta davvero sostenibile, etica e umana.
La Germania è tra i paesi più coinvolti nella questione del randagismo in Romania attraverso sponsorizzazioni e adozioni. È anche per questo che il coinvolgimento di Nathan Goldblat e di altri attivisti tedeschi non sorprende. Oltre alla crudeltà della situazione in sé, il documentario mette l’accento su un altro nodo decisivo: l’utilizzo dei finanziamenti stanziati per affrontare il problema dei randagi, lasciando emergere implicitamente un interrogativo pesantissimo, e cioè che l’Europa stia finendo per sponsorizzare questa mafia orrenda.
Non è la prima volta che emergono inchieste di questo tipo, e non si devono dimenticare i tanti volontari e attivisti che da anni portano avanti una lotta continua contro un sistema che li ha ignorati. Ma questo è forse uno dei primi casi in cui la denuncia assume anche una forma fortemente legata al linguaggio degli influencer. Paragonandolo alle inchieste giornalistiche sul campo.
Il documentario va visto, nonostante il suo impatto emotivo, e va condiviso. Per sensibilizzare le persone e le autorità, certo, ma anche per aumentare la consapevolezza di un fatto essenziale: i cani non sono “oggetti”, bensì esseri altamente socievoli, capaci di insegnare, emotivamente sensibili, profondamente dipendenti dalla relazione, dalla comunicazione e dalla sicurezza.
Quanto alla Romania, stiamo parlando di un paese in cui, nelle aree rurali, i cani vengono ancora tenuti fuori, legati a una cuccia di legno, spesso affamati e privi di amore. Per non parlare della sterilizzazione, che in molti contesti continua a essere percepita come qualcosa di innaturale.
La strada, dunque, è ancora lunga. E richiede un sistema completo anticorruzione, fondato sulla prevenzione e sull’educazione, capace di spezzare questo circolo vizioso e di affrontare davvero il problema.
In evidenza
- Diplomazia e conflitti
- Storia e videogame
- Donne e Arte










