Dopo Orbán, può cadere anche Vučić?
Dopo la svolta in Ungheria, in molti si chiedono quanto sia vicino un cambio di potere in Serbia, considerando le analogie tra il regime autocratico di Orbán e quello di Vučić. Intanto la società serba, e in particolare l’opposizione, potrebbe trarre lezioni importanti dal voto ungherese

Viktor Orbán e Aleksandar Vučić in un incontro a Belgrado nel 2016 © Golden Brown / Shutterstock
Viktor Orbán e Aleksandar Vučić in un incontro a Belgrado nel 2016 © Golden Brown / Shutterstock
Le elezioni parlamentari appena concluse in Ungheria segnano una grande svolta. Dopo sedici anni al potere, Viktor Orbán e il Fidesz sono stati sconfitti da Péter Magyar e dal suo partito Tisza. Si è aperto così un nuovo capitolo nella storia politica dell’Ungheria, un capitolo le cui implicazioni geopolitiche più ampie sono già percepibili.
Il partito Tisza, nato appena due anni fa, ha conquistato la maggioranza dei due terzi del parlamento, un risultato che nemmeno i sondaggi più ottimistici avevano previsto. L’affluenza alle urne (quasi l’80%) e le lunghe code davanti ai seggi elettorali hanno dimostrato quanto i cittadini ungheresi considerassero cruciali queste elezioni.
La popolazione ha votato come se si trattasse di un referendum – a favore o contro Orbán – dimostrando chiaramente di essere stanca del leader autoritario, degli scandali di corruzione, dell’allontanamento dall’UE e del sostegno alla Russia, ma anche della difficile situazione economica.
Péter Magyar, ex membro del partito Fidesz di Orbán, ha focalizzato la sua campagna elettorale sulla lotta alla corruzione e sul miglioramento delle relazioni con l’Unione europea, promettendo ai cittadini che le istituzioni ungheresi torneranno a lavorare nel pieno rispetto dello stato di diritto.
In Serbia, le elezioni ungheresi sono state percepite come un appuntamento molto importante, tant’è che si è iniziato a tracciare parallelismi tra i due paesi mesi prima che i cittadini ungheresi si recassero alle urne. La notizia della sconfitta di Orbán ha suscitato reazioni positive e di speranza in quella parte dell’opinione pubblica che si oppone alla leadership al potere in Serbia.
Analogie tra Orbán e Vučić
Tali reazioni vanno ricondotte innanzitutto alle somiglianze tra lo “stile” di governo di Orbán e quello di Vučić, entrambi fortemente caratterizzati dall’autoritarismo. Parliamo di due politici che per anni sono stati i leader più potenti nei rispettivi paesi, tanto da limitare il ruolo e il significato del parlamento e delle istituzioni indipendenti.
Ad accomunare i due leader sono anche il sostegno alla Russia, il rifiuto di condannare l’invasione dell’Ucraina e un atteggiamento polemico nei confronti dell’Unione europea, con la differenza che Orbán, in quanto primo ministro di uno stato membro dell’UE, ha rappresentato un problema ben più complesso per Bruxelles. Inoltre, la corruzione e il nepotismo sono profondamente radicati in Ungheria, come anche in Serbia.
Durante il governo Orbán, la società ungherese era polarizzata e si è spesso fatto ricorso a metodi repressivi contro gli oppositori politici. Lo stesso accade in Serbia. I due leader hanno cercato di incidere sul processo elettorale in modo da favorire il partito al potere, mentre i media sono stati imbavagliati e sottomessi al volere del regime.
Vučić e Orbán si sono sostenuti e aiutati a vicenda ogni qualvolta lo ritenessero necessario dal punto di vista politico. Orbán ha fatto attività di lobbying nell’UE a favore del suo alleato serbo, cercando di scongiurare qualsiasi critica rivolta al regime di Belgrado. Vučić ha permesso a Orbán di “controllare” gli ungheresi che vivono in Serbia, in particolare nella provincia settentrionale della Vojvodina, promuovendo l’Alleanza degli ungheresi della Vojvodina (SVM), un partito direttamente controllato da Orbán.
Il caso Kanjiža
Pochi giorni prima delle elezioni in Ungheria, Vučić ha dichiarato che vicino alla città di Kanjiža, in Serbia, al confine con l’Ungheria, nei pressi del gasdotto TurkStream, agenti di polizia e membri dell’esercito serbo avevano trovato due grossi zaini pieni di esplosivo e micce a lenta combustione.
Il presidente serbo ha sottolineato di essere in costante contatto con Orbán per tenerlo aggiornato sui primi risultati dell’indagine su quella che ha definito “una minaccia alle infrastrutture critiche del gas che collegano Serbia e Ungheria”.
Orbán ha risposto convocando il Consiglio di difesa e visitando poi il tratto ungherese del gasdotto vicino a Szeged, dove ha osservato che la situazione era “molto grave”. Non ci sono altre informazioni sulle dinamiche della vicenda, quasi come se questo gravissimo incidente non fosse mai accaduto.
La notte del voto, festeggiando la vittoria, il futuro primo ministro ungherese ha annunciato che farà chiarezza sul presunto attacco al gasdotto a Kanjiža.
Nonostante le nuove autorità ungheresi debbano ancora intraprendere azioni concrete, i cambiamenti a Budapest potrebbero avere ripercussioni anche sui progetti energetici regionali, comprese le attività della principale compagnia petrolifera serba (NIS), legata agli interessi russi.
Lezioni per l’opposizione serba
Gli analisti discutono già i parallelismi tra i due paesi, parlando di un possibile ripetersi dello “scenario ungherese” in Serbia. Si sottolinea come in entrambi i paesi si siano a lungo imposti regimi autoritari, in un contesto caratterizzato da un’opposizione frammentata e dalla mancanza di libertà di stampa con istituzioni deboli, pratiche corruttive e regole elettorali create per favorire l’élite al potere. Lo scenario ungherese evidenzia anche quanto sia importante creare un clima da referendum, traguardo che il movimento studentesco serbo sta cercando di raggiungere.
In Ungheria, molti partiti di opposizione hanno deciso di non partecipare alle elezioni, consapevoli che la maggioranza degli elettori voleva sostenere Tisza e che qualsiasi dispersione di voti avrebbe avvantaggiato Orbán.
Per molti, si è trattato di una decisione discutibile. Di certo c’è che è stata presa con il preciso obiettivo di impedire a Orbán di conquistare un nuovo mandato. Si è poi rivelata una decisione ragionevole e apprezzata dai cittadini, contribuendo alla sconfitta del partito Fidesz.
L’opposizione serba potrebbe trarre un insegnamento importante dallo scenario ungherese. Alcune forze di opposizione stanno ancora cercando di promuovere la narrazione dei “tre schieramenti” in vista delle prossime elezioni: il primo sarebbe composto dal Partito progressista serbo (SNS) con i suoi alleati, il secondo dagli studenti e il terzo dai partiti di opposizione filo-europei.
A giudicare però dai risultati delle recenti elezioni locali, l’ipotesi dei tre schieramenti, se dovesse avverarsi, significherebbe la morte politica dell’opposizione. Le amministrative hanno infatti dimostrato che in Serbia regna un clima da referendum dove l’unica scelta possibile è tra gli studenti e il regime.
Effetti sulla minoranza ungherese in Serbia
Rispondendo alla domanda di un giornalista dell’emittente N1, Péter Magyar ha affermato che i rapporti tra Ungheria e Serbia non cambieranno molto, soprattutto per quanto riguarda la tutela degli interessi degli ungheresi della Vojvodina, ma anche per i progetti congiunti tra i due paesi. Ha aggiunto di sapere “chi si cela dietro alla grande amicizia tra Vučić, Orbán e Robert Fico”, precisando però di non volersi immischiare negli affari interni della Serbia. Magyar ha invitato i cittadini serbi a “trarre forza dalle elezioni in Ungheria”.
Il futuro premier ungherese ha annunciato che, anziché sostenere soltanto l’SVM, come accaduto in passato, Budapest lavorerà nell’interesse di tutti gli ungheresi che vivono in Serbia. Questo messaggio è molto importante, soprattutto considerando che l’SVM praticamente controlla gli ungheresi in Vojvodina esercitando costantemente pressioni sui membri della minoranza ungherese affinché votino Orbán e Vučić.
Da anni ormai l’SVM funge da “braccio destro” di Vučić. I rappresentanti del partito ricoprono cariche importanti a Novi Sad e Belgrado e l’SVM è l’unico attore della comunità ungherese a ricevere fondi da Budapest e a deciderne la distribuzione. A questo proposito, l’Unione democratica degli ungheresi della Vojvodina (DZVM), partito che da tempo critica la politica di Budapest e dell’SVM, ha annunciato che gli ungheresi in Serbia potranno ora votare liberamente.
Dello stesso tenore la reazione dell’associazione civica Plenum degli ungheresi della Vojvodina, fondata di recente con l’intenzione di esprimere sostegno di una parte della comunità ungherese al movimento studentesco, un sostegno che l’SVM, da alleato del regime, ha sempre cercato di ostacolare.
Il Plenum ha annunciato che aiuterà gli studenti in ogni occasione, e in particolare durante la campagna “Studenti in ogni villaggio”, visitando con loro le città e i villaggi a maggioranza ungherese. Il Plenum aveva invitato gli ungheresi residenti in Serbia a votare Péter Magyar alle elezioni appena concluse.
La reazione di Vučić
Il presidente serbo si è congratulato con Magyar pubblicando un post sul social X. “Credo che la proficua cooperazione tra Serbia e Ungheria proseguirà e sono grato a Orbán per aver reso possibili tali relazioni”, ha aggiunto Vučić.
Poco tempo dopo, il presidente, ospite del principale notiziario della Radio televisione della Serbia, ha commentato le dichiarazioni di Magyar sull’annunciata indagine sul presunto tentativo di sabotaggio del gasdotto. “Questo non è il suo paese e qualsiasi indagine esula dalle sue competenze”, ha affermato Vučić.
Commentando poi l’affermazione di Magyar sulla grande amicizia tra Orbán, Vučić e Fico, il presidente serbo ha chiesto al futuro premier ungherese di dire chiaramente chi si cela dietro a tale amicizia. “Non ne ha idea”, ha aggiunto Vučić, “ma vuole suggerire che si tratti di Putin o di una figura [simile]”. “Se non cercassimo di mantenere buoni rapporti con gli ungheresi, definirei questa dichiarazione stupida e irresponsabile, ma non lo farò”, ha affermato Vučić con quel suo modo inconfondibile di esprimersi.
La vittoria di Péter Magyar certamente introduce nuove dinamiche in Europa e la possibilità di ricomporre gli equilibri politici. Per la Serbia, questo significa la fine dell’era di un’alleanza solida basata sull’autoritarismo e un possibile ulteriore stimolo ad innescare cambiamenti attraverso le elezioni.
L’evolvere delle relazioni tra i due paesi dipenderà non solo dalla politica ufficiale di Budapest, ma anche dalle dinamiche politiche interne alla Serbia. Una cosa è certa: nonostante i parallelismi e le elezioni appena concluse in Ungheria, non c’è da aspettarsi che i cambiamenti in Serbia arrivino come conseguenza diretta del voto ungherese.
La sconfitta di Orbán va osservata come un tassello di un quadro più ampio dove gli sfidanti della leadership al potere in Serbia, proprio come ha fatto Magyar, dovranno raggiungere ogni angolo del paese e parlare direttamente con i cittadini.
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