Dopo Habermas: cosa resta dell’idea di ragione?
La notizia della morte di Jürgen Habermas, scomparso all’età di 96 anni lo scorso 14 marzo – il giorno della morte di Karl Marx – ci invita a riflettere in modo attento ed approfondito su una straordinaria eredità filosofica che abbraccia oltre sette decenni

Jürgen Habermas © 360b/Shutterstock
Jürgen Habermas © 360b/Shutterstock
(Originariamente pubblicato il 21 marzo da Peščanik)
Habermas è probabilmente il più importante filosofo tedesco della seconda metà del XX e dell’inizio del XXI secolo, e uno dei pensatori più influenti del nostro tempo. La sua filosofia è uno dei rari tentativi coerenti e sistematici di ripensare la razionalità, la democrazia e il diritto, fondandoli sui presupposti comunicativi della ragione.
Il fulcro della filosofia del giovane Habermas è l’idea della sfera pubblica come spazio in cui la volontà politica si sviluppa attraverso un’argomentazione razionale, non attraverso la forza o la manipolazione. È quasi impossibile pensare alla sfera pubblica senza leggere la sua opera più celebre, “Strukturwandel der Öffentlichkeit. Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft” del 1962 [Mutamento di struttura della sfera pubblica. Studi su una categoria della società borghese, in Italia pubblicata col titolo “Storia e critica dell’opinione pubblica”].
Successivamente, concentrandosi sulla comunicazione pubblica, il filosofo tedesco insisterà sull’ideale normativo del discorso come fondamento della legittimità democratica, e in questo senso intenderà i processi democratici non orientati al consenso assoluto, bensì alla gestione istituzionale del dissenso: il risultato elettorale obbliga gli sconfitti ad accettarlo, ma anche a proseguire con una critica legittima all’interno della sfera politica, a condizione che le procedure siano valide e rispettate.
In questo contesto normativo, la filosofia di Habermas può essere intesa anche come un pensiero contro la violenza, radicato nella tradizione della Scuola di Francoforte. Nel suo discorso in occasione del conferimento del Premio Adorno nel 1980, Habermas sottolinea che soltanto “la forza non violenta dell’argomento migliore” può costituire il fondamento legittimo dell’ordine sociale. Questa idea conferma l’intuizione alla base della teoria critica: la razionalità ha un potenziale emancipatorio solo se è libera dal dominio.
Dopo la morte di Habermas, il suo amico Axel Honneth, direttore dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, si chiede, come molti di noi, se con la scomparsa del grande filosofo la solida tradizione intellettuale della Scuola di Francoforte sia giunta al termine.
Il progetto di Habermas di superare i fondamenti soggettivi della società è al contempo ricostruttivo e interdisciplinare. A differenza del pensiero di Hegel, dove il riconoscimento si sviluppa all’interno della dialettica speculativa dello spirito, in Habermas l’intersoggettività assurge a comunicazione strutturata normativamente. La condizione intersoggettiva non è più un orizzonte metafisico di autocomprensione dello spirito, ma uno spazio pratico, mediato dal linguaggio, dove il riconoscimento reciproco si instaura attraverso l’argomentazione.
In questo contesto, Habermas può essere visto come un pensatore che cerca con perseveranza le possibilità di un’intersoggettività riconosciuta e al tempo stesso “protegge” questa condizione intersoggettiva come fondamento normativo delle società moderne: non come un dato di fatto, ma come una conquista fragile e costantemente minacciata, frutto di pratiche comunicative che necessitano di tutela istituzionale.
È proprio in questo costrutto normativo che emergono i suoi limiti. Una libertà che può essere istituzionalizzata, quindi promessa e tutelata, rimane legata alle capacità sociali intersoggettive. Per Habermas, il riconoscimento istituzionale di queste capacità da parte degli attori sociali costituisce le fondamenta dei processi politici deliberativi. Tali processi sono definiti dalla capacità degli attori sociali di partecipare a relazioni comunicative e di orientarle all’interno dei discorsi razionali, secondo il principio di universalità inteso come un “livello superiore di intersoggettività”.
Non è però del tutto chiaro come questo ideale possa essere pienamente realizzato all’interno della teoria della democrazia di Habermas, soprattutto considerando la natura astratta dei suoi fondamenti normativi e le sfide poste dalle relazioni sociopolitiche contemporanee.
Questo orientamento politico è strettamente legato alla prassi intellettuale di Habermas, spesso considerato “l’ultimo europeo” proprio per il suo impegno costante a favore dell’Unione europea come progetto politico, giuridico e sociale unico nel suo genere, espressione istituzionale di una democrazia post-nazionale, fondata anche su una nuova forma di solidarietà costituzionale.
Per Habermas, l’UE non è solo un’unione pragmatica di stati, ma un progetto moderno che conferma la possibilità di creare una comunità politica fondata sul diritto, sulla comunicazione e sul riconoscimento reciproco. Proprio per questo, l’Unione europea è una realtà da considerare seriamente e criticare, ma soprattutto da preservare, anche a costo di rinunciare a certe forme di sovranità e, quindi, di potere.
Immaginando una sfera pubblica e una costituzione transnazionali, a cui poi si aggiunge una cittadinanza europea, Habermas contribuisce alla riflessione sulle nuove istituzioni capaci di veicolare una forma inedita di politica.
Coerentemente con i suoi principi teorici, Habermas può essere definito anche un filosofo del dialogo. Ha intrattenuto un proficuo dibattito con politici, giuristi, femministe, matematici, ma anche con autorità religiose. Particolarmente noto è il suo dialogo con Papa Benedetto XVI sul rapporto tra fede e ragione nella società moderna. Si è confrontato con filosofi di diverse tradizioni, tra cui il gruppo jugoslavo riunito attorno alla rivista Praxis, con cui condivideva l’interesse per la teoria critica e per il potenziale emancipatorio della pratica sociale.
Tuttavia, nel contesto contemporaneo, emergono anche i limiti dell’ambiziosa costruzione teorica di Habermas. Le trasformazioni dello spazio mediatico del XXI secolo, caratterizzate dal predominio delle piattaforme digitali e della disinformazione, minano seriamente i presupposti di un dibattito pubblico razionale.
Lo stesso Habermas riconosce questa crisi nel suo ultimo libro “Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa” (2022), in cui evidenzia i profondi cambiamenti nel “mondo della vita” e nella sfera pubblica. La sfida di Habermas resta quindi aperta: dobbiamo continuare a riflettere sulla sfera pubblica, dalla sua nascita in Europa, fino alle forme di comunicazione contemporanee che sfuggono alle categorie originarie del filosofo tedesco.
Queste tensioni teoriche e storiche hanno per me anche una dimensione personale. Ho scritto la mia tesi di dottorato sul rapporto tra consenso e conflitto nella concezione habermasiana del diritto moderno e dell’etica del discorso sotto la guida del filosofo Miroslav Milović, allievo di Karl-Otto Apel e di Habermas. Milović, insieme a Zoran Đinđić e Život Filipović, ha tradotto i due volumi della “Teoria dell’agire comunicativo”. Una traduzione che, per ragioni difficili da comprendere, è rimasta nel cassetto per decenni ed è stata pubblicata solo nel 2022.
Anziché relegarla ad un sistema teorico, Milović ha sempre considerato la filosofia di Habermas come parte integrante di un patrimonio intellettuale vivo, evidenziando i punti di forza del grande filosofo tedesco, ma anche i suoi silenzi, soprattutto nei momenti in cui ci si aspettava un suo intervento pubblico più incisivo, come durante le guerre jugoslave degli anni Novanta.
Il secondo relatore della mia tesi di dottorato è stato il teorico del diritto Marcelo Neves, le cui considerazioni sono state riprese da Habermas in alcune opere tarde, in particolare relativamente alle critica della nozione liberale di diritti umani e alla distinzione tra il loro potere simbolico e quello normativo.
Grazie a questi due pensatori “periferici” ho capito quanto sia difficile criticare Habermas. Una critica che presuppone una conoscenza approfondita del proprio oggetto diventa un compito piuttosto arduo quando si tratta della teoria di Habermas.
Per quanto riguarda la ricezione della filosofia di Habermas, in Europa e in Brasile, dove attualmente insegno, a preoccuparmi in particolare è la persistente tendenza a ridurre il suo pensiero all’ennesima variante della teoria liberale della democrazia deliberativa. Nonostante Habermas si sia sempre opposto esplicitamente all’interpretazione liberale semplicistica della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti fondamentali, e nonostante abbia trattato in modo più approfondito la politica deliberativa solo in una fase del suo pensiero ampio e complesso, questo riduzionismo persiste. Si tratta di un fenomeno – è curioso notarlo – ugualmente presente sia tra i critici di Habermas sia tra i suoi sostenitori.
Infine, la modernità, dove le dinamiche del capitalismo limitano la capacità di razionalizzare il mondo della vita, è rimasta un progetto incompiuto per Habermas. Sembra che il rapporto tra le sue pretese illuministe e il discorso pratico della sua teoria della democrazia non riesca a comprendere le politiche neoliberiste contemporanee, che mostrano una particolare tendenza all’anti-intellettualismo e all’irrazionalità, contrarie a qualsiasi idea di illuminismo sociale.
Eppure, il tentativo di Habermas di proporre una ricostruzione sociale e storica della modernità concreta e dell’illuminismo può ancora rappresentare una strada da seguire per riscoprire la ragione nelle capacità umane e le possibilità universali di configurazioni emancipatorie delle nostre società democratiche. Solo intraprendendo questa strada possiamo continuare a confrontarci con Habermas non solo nell’ambito della sua scienza ricostruttiva, ma anche considerandolo un intellettuale acuto che intende la critica come una pratica riparatrice.
Con Habermas se ne va uno degli ultimi grandi pensatori della modernità. La sua morte non ci libera dal suo pensiero, al contrario, ci obbliga a continuare a difendere e a ricostruire con tenacia il dialogo e la nonviolenza come presupposti di una vita democratica e sociale.
Vanja Grujić ha conseguito un dottorato di ricerca con una tesi dedicata alla filosofia di Habermas, ha pubblicato numerosi saggi sul pensiero del grande filosofo tedesco (tra cui il libro “Balkan Pathologies of Modernity: The National Question Between Consensus and Conflict” [Patologie balcaniche della modernità: la questione nazionale tra consenso e conflitto] e nel 2025 ha curato il volume “Habermas in dialogo: linguaggio, critica e democrazia”.
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