Bosnia Erzegovina: Mladić e la guerra lasciata in eredità ai giovani

“Ratko Mladić è morto in carcere. La sentenza rimane. Le vittime, le loro famiglie e le tombe rimangono. Ma restiamo anche noi, i vivi. C’è qualcun altro pronto a dire che il crimine è crimine? C’è qualcuno disposto ad ascoltare?”. Le riflessioni appassionate e a tratti amare di Aleksandar Trifunović, direttore del portale indipendente Buka

Aleksandar Trifunović, direttore del magazine Buka

Aleksandar Trifunović, direttore del magazine Buka

Aleksandar Trifunović, direttore del magazine Buka © Foto Buka

(Originariamente pubblicato sul portale Buka, il 28 agosto 2026)

Nel giugno del 2005, durante il procedimento penale contro Slobodan Milošević all’Aja, venne reso pubblico un video che mostra alcuni membri dell’unità “Škorpioni” prelevare e trucidare sei bosgnacchi catturati a Srebrenica. Li avevano uccisi con colpi alla schiena, ridendo. La vittima più giovane aveva sedici anni.

La telecamera aveva ripreso tutto, lasciando poco spazio a spiegazioni, relativizzazioni e ai nostri soliti “ma”.
Poco dopo la pubblicazione del video, feci una nuova puntata della trasmissione BUKA. In studio erano presenti personalità serbe che ricoprivano alte cariche pubbliche nella Republika Srpska. Feci ascoltare la registrazione all’inizio della trasmissione.

Non ricordo ogni singola frase pronunciata, ma ricordo bene il tono che dominava la trasmissione. Era un tono di orrore e condanna. Nessuno cercò di definire eroica l’uccisione delle persone catturate. Nessuno affermò che le vittime appartenevano al popolo sbagliato o che qualcuno, da qualche parte, aveva ucciso un serbo prima di loro. Il crimine era crimine.

Questo non significa che la Republika Srpska del 2005 fosse una società pronta a fare i conti con il proprio passato bellico. Non lo era. Il negazionismo, la relativizzazione e il silenzio c’erano anche allora. Ma era ancora possibile realizzare una trasmissione come BUKA.

Non cito i nomi degli ospiti. Non perché io li stia proteggendo dalle loro dichiarazioni di allora. Le avevano pronunciate pubblicamente, in un programma che chiunque poteva vedere, ma perché non voglio che un’affermazione del 2005 diventi un problema per loro nel 2026.

Il paragrafo di cui sopra riassume da solo l’intero testo. Perché?

Ventuno anni dopo, non sono sicuro che potrei realizzare nuovamente una trasmissione analoga. Non so chi possa essere disposto a partecipare, chi, tra il pubblico e il mondo accademico, sia pronto a pronunciare la parola “crimine” senza aggiungere “ma”, e chi sia ancora disposto ad ascoltare tale programma.

Questo mi spaventa più di qualsiasi altra cosa che ho visto nelle prime 24 ore successive alla diffusione della notizia della morte di Ratko Mladić.

Vedi il nostro archivio di materiali su Ratko Mladić 

La sua morte non è giunta inaspettata. Aveva 84 anni, era gravemente malato da tempo ed è morto in prigione, dove stava scontando l’ergastolo per genocidio a Srebrenica, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. A coglierci impreparati è stata la valanga di eventi accaduti in meno di un giorno.

Quasi tutti i principali attori politici in Republika Srpska hanno reagito alla notizia. Il governo e l’opposizione, leader politici, sindaci e partiti. Le divergenze tra loro, solitamente presentate come insormontabili, sono improvvisamente scomparse. Alcuni hanno definito Mladić un simbolo di lotta, altri un grande leader militare, altri ancora una vittima di ingiustizia. Quasi nessuno ha ritenuto necessario menzionare la sentenza definitiva a suo carico.

Il dolore privato della famiglia e delle persone che lo conoscevano è un diritto umano. Non credo che si debba mai gioire della morte di qualcuno. Ma un telegramma di condoglianze alla famiglia è una cosa, e trasformare un criminale di guerra condannato in un modello morale di un intero popolo è tutt’altra cosa.

A Zvornik, Višegrad e Istočno Sarajevo, e poi anche a Banja Luka, molte persone hanno acceso candele e torce scandendo il nome di Mladić. Tra loro c’erano soprattutto giovani, compresi ragazzi nati anni dopo la fine della guerra.

Non ricordano Ratko Mladić. Gli è stato spiegato chi fosse. Qualcuno ha insegnato loro chi dovrebbero celebrare, ma non è mai stato spiegato loro perché quell’uomo abbia trascorso l’ultima parte della sua vita in carcere. È stato loro offerto un passato preconfezionato, con una netta divisione tra i nostri eroi e i loro criminali. In quel passato non ci sono i giovani bosgnacchi catturati del video degli “Škorpioni”, le fosse comuni intorno a Zvornik né l’assedio di Sarajevo.

La sera del 27 agosto, il ponte di Višegrad è stato illuminato con torce. In quella città, nel 1992, non lontano dal ponte, cinquantanove donne, bambini e anziani bosniaci furono rinchiusi in una casa in via Pionirska e bruciati vivi. I giovani che vivono oggi a Višegrad non sono responsabili di quel crimine. È accaduto prima che nascessero. Ma hanno il diritto di sapere che bruciare donne e bambini in una casa non è umano, e non è nemmeno un atteggiamento caratteristico del popolo serbo.

I crimini di Ratko Mladić non sono i crimini dell’intero popolo serbo. La sua condanna non è una condanna per la Republika Srpska. Il tribunale non ha condannato me, né i miei vicini, né quelli che hanno indossato con onore l’uniforme dell’esercito della Republika Srpska durante la guerra. Ha condannato Ratko Mladić sulla base della sua responsabilità individuale e di comando.

Il legame più pericoloso tra i suoi crimini e un intero popolo non viene stabilito da chi ricorda la sentenza, ma da chi vede in Mladić un emblema del nostro patriottismo. Se identifichiamo la sua biografia con la storia della Republika Srpska, le attribuiamo noi stessi il peso della sentenza pronunciata contro un solo uomo. Non è così che si difende la Republika Srpska.

Più di vent’anni fa, l’allora presidente della Republika Srpska, Dragan Čavić, lesse il rapporto della Commissione del governo della RS su Srebrenica, affermando che quei giorni di luglio rappresentavano una pagina nera nella storia del popolo serbo e che i responsabili di quel crimine non potevano essere giustificati in alcun modo. Politicamente, pagò a caro prezzo quelle parole.

Qualche anno dopo, Milorad Dodik dichiarò pubblicamente che a Srebrenica era stato commesso un genocidio e che questo era un fatto giuridico indiscutibile. Quando si rese conto che, a differenza del negazionismo, riconoscere i fatti non procurava facili consensi, cambiò la propria retorica e politica.

Gli altri hanno imparato la lezione. La riconciliazione non porta vantaggi politici. Fare i conti con i crimini non fa vincere le elezioni. È molto più sicuro offrire agli elettori un vecchio nemico e un nuovo eroe. La guerra deve rimanere al centro dell’attenzione, perché la sua fine riaprirebbe le spiacevoli questioni del presente.

Chi ha rubato i nostri soldi? Come vengono spesi? Chi ha svenduto la terra, le foreste e i fiumi? Perché i nostri villaggi sono vuoti, le scuole senza bambini, gli ospedali senza medici e le famiglie disperse da Banja Luka a Vienna, Monaco e Lubiana?

Nei giorni scorsi nessuno ha cercato di rispondere a queste domande. Nell’anno scolastico 2014/2015, 10.660 alunni erano iscritti alla prima elementare in Republika Srpska, mentre nel 2024/2025 il numero è sceso a 9.017. Parliamo quindi di 1.643 ragazzi, ovvero il 15,4%, in meno.

I politici che per trent’anni ci hanno convinto di difendere quotidianamente la Republika Srpska non l’hanno difesa dall’esodo della popolazione, dalla povertà, dalla corruzione e dalla loro stessa avidità. Hanno prodotto più bandiere e meno abitanti. Più belle parole e meno vita.

In Republika Srpska, dove molte attività operano a capacità ridotta, la produzione del passato continua senza interruzioni.

Il crimine di guerra compiuto a Srebrenica è stato oggetto di numerose sentenze e molti dei responsabili sono stati condannati a lunghe pene detentive, mentre ci sono pochissime sentenze giudiziarie per i crimini di guerra contro i civili serbi nei villaggi intorno a Srebrenica, se non erro, solo una. Molti crimini sono quindi rimasti senza un epilogo giudiziario. Questa è un’ingiustizia.

Certo, le vittime serbe meritano pari memoria, verità e rispetto. Ma la loro sofferenza non può giustificare l’uccisione di altri, così come i crimini contro i bosgnacchi non possono cancellare i crimini contro i serbi. Non possiamo omaggiare i morti umiliando altri morti.

Non ricordo più per intera quella trasmissione BUKA del 2005. È possibile che oggi vi troverei molta cautela, vaghezza ed elusione. Ma ricordo di averla realizzata. Ricordo che se ne parlava. Ricordo che persone in posizioni importanti erano pronte a intervenire e a dire che uccidere persone legate è un crimine.

Oggi, volendo fare un programma analogo, dovrei invitare ospiti per giorni e non sarei in grado di realizzarlo.

Più di dieci anni fa, a Potočari, vidi un bambino giocare e inseguire un drone tra migliaia di lapidi bianche.

Quell’immagine di un bambino che cercava di giocare in un luogo di tanta morte mi spinse a scrivere che ci trovavamo di fronte ad una scelta semplice: o avremmo pianto tutti i morti con umanità volgendoci alla vita, oppure avremmo scelto la morte, accettando di essere materiale sacrificabile per le guerre, quella che ci siamo lasciati alle spalle, quella attuale senza armi e quella che stiamo invocando.

Dopo tutto quello che ho visto negli ultimi giorni, mi sembra che la nostra opinione pubblica abbia scelto ancora una volta la seconda opzione. Ma la sfera pubblica non è la stessa cosa della società, e i più rumorosi non sono sempre i più numerosi.

Qui le persone comuni hanno scelto la pace da tempo. Desiderano una vita semplice, la sicurezza per i propri figli e la possibilità di vivere del proprio lavoro. La guerra viene loro costantemente imposta da una politica che ha reso la gestione del dopoguerra il suo lavoro più lungo e redditizio.

Fare i conti con il passato non significa tornare alla guerra. È un modo per porvi fine definitivamente. Ammettere un crimine non significa tradire il proprio popolo. Significa rifiutare di lasciare in eredità ai nostri figli il crimine e di considerare l’odio come un obbligo.

Ratko Mladić è morto in carcere. La sentenza rimane. Le vittime, le loro famiglie e le tombe rimangono. Ma restiamo anche noi, i vivi. C’è qualcun altro pronto a dire che il crimine è crimine? C’è qualcuno disposto a parlarne sui media?

C’è qualcuno disposto ad ascoltare?

Credo di sì. Perché affrontare il passato non significa rimanervi intrappolati. È l’unico modo per uscirne definitivamente e scegliere la vita.


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